Calcio shock: arbitro uccide calciatore, la famiglia lo decapita

L’arbitro brasiliano, “malcapitato omicida” 
A meno di un anno dai mondiali di Brasile 2014, una notizia sconvolge il mondo dello sport: in una partita dilettantistica nello stato del Maranhao, nel nord del paese, l’arbitro 20enne è stato assalito da una folla inferocita, lapidato, impalato, scorticato e decapitato al centro del campo per aver prima espulso e poi accoltellato Josenir dos Santos Abreu, 31 anni, calciatore, anch’egli deceduto per le ferite riportate. 

La macabra notizia, riportata dal quotidiano Globoesporte, getta nuove ombre sull’organizzazione dei mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016 in Brasile, la cui macchina organizzativa è già sotto accusa per i recenti disordini durante la Confederations Cup; tornando ai fatti, sembra che il terribile omicidio sia sorto da un banale tra arbitro e calciatore: quest’ultimo, rifiutandosi di lasciare il campo, avrebbe rifilato una pedata al direttore di gara che, per tutta risposta, avrebbe estratto un coltello dal taschino colpendo il nemico con reiterata violenza. In campo si è allora scatenato il caos: mentre lo sfortunato Josenir veniva condotto all’ospedale per poi spirare poco dopo, i suoi familiari si riversavano in campo e, divelto un palo, vi legavano l’arbitro omicida sottoponendolo dapprima a una feroce lapidazione, poi a un vero e proprio scorticamento e infine a una decapitazione terminata con l’esposizione del “trofeo” per le vie intorno allo stadio.
La polizia brasiliana, tempestivamente avvertita, è intervenuta nelle scorse ore arrestando già tre persone, identificate grazie alle telecamere dello stadio. Altri aggressori sono tutt’ora a piede libero, ma l’ispettore Valter Costa non vuole lasciare loro via di scampo: “Li prenderemo: un crimine non giustifica un altro crimine“. Tuttavia nulla potrà l’operato della polizia sui legittimi dubbi che l’opinione pubblica internazionale sta sollevando sui prossimi eventi sportivi in Brasile, sui quali gravano minacce e violenze senza precedenti e, come ormai non accadeva da tempo, il rischio di un flop.
Roberto Saglimbeni
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Turchia, a due passi dal baratro. Scontro finale per la democrazia?

Turchia, Giugno 2013

Se ne sente parlare poco, troppo poco, eppure a poche centinaia di km da noi, in pieno territorio europeo, Istanbul sta vivendo alcune delle ore più drammatiche della sua bellissima, millenaria storia. Sarà perché la Turchia é un alleato strategico, un candidato ad entrare nell’UE, un tassello di fondamentale importanza nel complicato quadro del Medio Oriente; sarà perché Erdogan, premier dal 2003, é amico personale di Berlusconi e di molti leader del vecchio continente; sarà perché in fondo abbiamo i nostri problemi e ci basta che l’Italia vinca 2-1 col Messico per mettere Pirlo (col dovuto rispetto, campione) in prima pagina e la rivolta turca un po’ più in fondo… 

Il premier turco Erdogan

Ma cerchiamo di mettere un po’ di ordine, partendo da lontano: é il 1998 quando un esponente dell’islamico Partito del Benessere, Recip Erdogan, viene imprigionato per istigazione all’odio religioso. Siamo nel paese del laico Mustafa Kemal, il “padre dei Turchi”, nell’unica zona del mondo arabo in cui essere islamici non é un dovere né un motivo di vanto. Erdogan sconta la pena, esce, fonda un nuovo partito e vince le elezioni: nel 2003, con un Porcellum alla turca, ottiene il 66% dei seggi con “solo” il 34% dei voti.  

Nulla di nuovo sotto il sole, direte voi: in fondo, quanti governi in Italia hanno fatto così! Tuttavia, non è ancora tutto: Erdogan risolleva l’economia, spinge la Turchia politicamente verso Occidente, ma in ambito interno sacrifica ogni cosa sull’altare del liberismo più spietato. Si privatizzano ponti, strade, ferrovie, fiumi e laghi (!), i redditi crollano al 50% di quelli europei. E, come se non bastasse, vengono reintrodotti divieti espressamente islamici: no a birra e alcolici, meno rispetto per le minoranze religiose, reintroduzione del velo nei pubblici uffici. Forte della maggioranza riottenuta nel 2012, Erdogan si è forse spinto fin troppo oltre, e il suo popolo ha deciso di dargliene dimostrazione.

La donna in rosso, simbolo della rivolta, attaccata dalla polizia
Manifestante bruciata dalle sostanze usate dalle forze dell’ordine

28 Maggio 2013: alcune decine di manifestanti iniziano a presidiare Gezi Park, polmone verde della parte europea di Istanbul, designato dall’amministrazione come sede di un nuovo centro commerciale. La protesta, inizialmente di poco conto, si espande a macchia d’olio in conseguenza della violenta repressione della polizia, che non esita a sparare gas lacrimogeni; parallelamente il premier Erdogan, tornato in fretta e furia da una visita all’estero, dichiara il pugno di ferro e attacca i media stranieri, colpevoli di twittare contro la Turchia. Primi scontri, primi feriti, primi morti. Un poliziotto, lanciato alla carica sui manifestanti, cade da un ponte, un ragazzo di appena 26 anni viene colpito alla testa e non si risveglia più.

La protesta dilaga e infiamma il paese: ad Ankara, Izmir, Bursa, Edirne e in tutte le principali città si formano cortei, occupazioni spontanee, barricate. Si va avanti così ormai da 20 giorni, e la Turchia non conosce pace, tregua, tolleranza.  Non si tratta più solo degli alberi di Gezi Park, si chiedono garanzie di libertà, di laicità dello Stato, di evitare derive autoritarie ben note a un leader amico di Gheddafi e Assad. Ieri, dopo aver chiamato a raccolta i suoi sostenitori, Erdogan ha tenuto un infuocato comizio, sostenendo che fosse un suo dovere “liberare” Gezi Park e che i manifestanti (cui ha, seppur tardivamente, proposto un referendum sul destino della zona contesa) hanno il dovere di allontanarsi spontaneamente o verranno costretti a farlo.

Ma non si registrano cenni di resa dal fronte di #OccupyGezi, né dal variegato mondo retrostante: si sta consumando, sotto i nostri inconsapevoli occhi, la resa dei conti tra due modi opposti di intendere l’Islam nella vita pubblica. Qualunque sia il risultato, sarà storico e definitivo: intanto noi, condannando il comportamento aggressivo delle forze dell’ordine (la foto qui accanto testimonia in modo inequivocabile l’aggiunta di sostanze chimiche all’acqua spruzzata sui manifestanti), ricordiamo come, sebbene Erdogan non sia qualificabile (per ora) come un dittatore, i ragazzi turchi stiano soltando esercitando un civilissimo ed estremamente europeo “Diritto di Resistenza”.

[…] Ma allora ci si può opporre ai comandi di un principe? Si può resistergli ogni volta che ci si trova offesi, e anche soltanto quando si immagina che egli ci abbia fatto qualcosa che non aveva il diritto di fare? Ma questo scardinerà e sovvertirà tutte le società politiche, e invece del governo e dell’ordine non lascerà che anarchia e confusione. A questo rispondo che la forza deve essere opposta soltanto alla forza ingiusta e illegale. […] Se gli atti legali si sono estesi alla maggioranza del popolo, o se il maltrattamento e l’oppressione hanno toccato soltanto poche persone, ma in casi tali, che essi costituiscono un precedente e hanno conseguenze che sembrano minacciare tutti gli altri, e se questi sono persuasi nelle loro coscienze, che le leggi e con esse le loro proprietà, libertà e vite sono in pericolo, e forse lo è perfino la loro religione, non saprei dire come si possa impedir loro di far resistenza alla forza illegale usata nei loro confronti […]

John Locke
Roberto Saglimbeni
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