Le 31 cose che non sai di Giulio Cesare

Chi non conosce Giulio Cesare? Il generale romano non richiede presentazioni: la sua vita fu costellata di vittorie folgoranti e imprese eroiche. Egli sancì la fine della Repubblica e l’inizio dell’Età Imperiale, cambiando per sempre il corso di Roma. Ma non tutti conoscono i vari retroscena della sua biografia, alcuni esilaranti, altri sconcertanti, altri, invece, ci fanno capire il perché quest’uomo divenne una delle figure più famose e conosciute del mondo intero. La fonte come sempre è il caro Svetonio: cosa, dunque, non sapete di Giulio Cesare?
Partiamo dalle prime imprese del generale:
1. “Si trattenne presso Nicomede, non senza far nascere il sospetto di essersi prostituito a quel re. Questa voce si rafforzò, perché pochi giorni dopo tornò in Bitinia, con la scusa di dover incassare una somma dovuta a un liberto suo cliente”.
2. “Durante quel viaggio venne catturato dai pirati vicino all’isola di Farmacusa, e rimase con loro per quasi quaranta giorni. Pagato il riscatto e sbarcato a riva, non prese riposo fino a quando, armata una flotta e seguite le tracce dei pirati in fuga, non li ebbe catturati e fatti giustiziare, come spesso, quasi per scherzo, li aveva minacciati di fare”.
3. “Arrivato a Cadice e vista una statua di Alessandro Magno, si mise a piangere, quasi vergognoso della propria ignavia, al pensiero di non avere fatto ancora niente che fosse degno di memoria a un’età in un cui Alessandro aveva già soggiogato il mondo intero”.
4. “Scacciò con le armi dal Foro il collega Bibulo che si opponeva a una sua proposta di legge agraria. Questi, essendosene lagnato in Senato e non avendo trovato nessuno che osasse farsi relatore di un fatto così grave, fu preso da un tale scoramento che si chiuse in casa fino al termine del suo mandato. Nel popolo corsero ben presto questi versi: «Nulla è accaduto sotto Bibulo, ma sotto Cesare; nulla ricordo che sia accaduto sotto Bibulo»”.

La disavventura poco prima di varcare il Rubicone (giorno sbagliato per perdersi): 
5. “Dopo il tramonto, fatti aggiogare a un carretto i muli di un mulino vicino, si avviò in massimo segreto e con debole scorta. Ma, al buio, perdette la strada ed errò a lungo, fino a quando, all’alba, trovata una guida, riprese a piedi il cammino attraverso angusti sentieri”.
Sapeva come umiliare i suoi nemici…
6. “Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo Cesare lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore”.
Cesare generoso per il felice esito della guerra civile:
7. “Non solo fece distribuire al popolo dieci moggi di grano e altrettante libbre d’olio a testa, ma ai trecento nummi che aveva promesso a suo tempo ne aggiunse altri cento quale interesse per il ritardato pagamento”.
8. “Dopo la vittoria di Spagna offrì due banchetti al popolo perché, essendogli sembrato il primo modesto e poco degno della sua generosità, ne fece allestire un secondo, veramente magnifico, cinque giorni dopo”.
9. “A questi spettacoli assistettero folle immense, venute da ogni parte, tanto che molti forestieri alloggiarono sotto le tende alzate nelle strade e nei crocicchi, e molti, tra cui due senatori, rimasero schiacciati e soffocati nella ressa”.
Un astronomo preciso:
10. “Regolò l’anno sul corso del sole e lo fissò di trecentosessantacinque giorni, sopprimendo il mese intercalare e inserendo invece un giorno ogni quattro anni”.
Rubens – Cesare riceve la testa di Pompeo 
Adesso passiamo alle curiosità più divertenti:
11. “Era tanto meticoloso nel curare il corpo che, non contento di farsi tagliare i capelli e radere la barba con estrema cura, si faceva persino depilare, come qualcuno gli rinfacciò”.
12. “Godeva di ottima salute, ma negli ultimi tempi soffriva di svenimenti e di incubi notturni: due volte, mentre svolgeva la sua attività, fu anche colto da attacchi epilettici”.
13. “Non riuscì mai a consolarsi di essere calvo, angustiandosi eccessivamente per gli scherzi dei suoi detrattori, e per nascondere la calvizie si pettinava portando avanti i radi capelli”.
14. “Molti testimoni ce lo dicono estremamente desideroso di lusso e di eleganza; poiché non corrispondeva al suo gusto, distrusse fin dalle fondamenta, quando già era finita, una villa che aveva fatto costruire con grandi spese nel quartiere Nemorense, benché in quell’epoca fosse in modeste condizioni finanziarie e oberato dai debiti”.
15. “Si procurava anche degli schiavi belli e colti, pagandoli a così alto prezzo che se ne vergognava e dava ordine di non segnarlo nei suoi registri di spese”.
16. A proposito del suo legame con Nicomede, re della Bitinia: “Tralascio anche i discorsi di Dolabella e di Curione, in cui Dolabella lo chiama «rivale della regina» e «sponda interna della lettiga reale» e Curione «postribolo di Nicomede» e «bordello di Bitinia»; tralascio anche gli editti con cui Bibulo insultava il suo collega: «La regina di Bitinia prima volle il re, e ora il regno».
17. “Anche un certo Ottavio che, essendo pazzo, diceva tutto quel che gli saltava per la mente, avendo salutato Pompeo col titolo di re, chiamò Cesare «regina»”.
18. “Cicerone scrisse in certe lettere: «in Bitinia il discendente di Venere si era coricato con il re con una veste di porpora nell’aureo letto, dove aveva perduto il fiore della sua gioventù»”.
19. Ecco che abbiamo spiegato perché Marco Bruto lo uccise: “Ma più di ogni altra amò Servilia, madre di Marco Bruto, per la quale aveva acquistato una perla del valore di sei milioni di sesterzi”.
20. “Che non rispettasse le donne sposate, nemmeno nelle province, risulta da questi versi che parimenti i soldati cantavano durante il trionfo gallico: «Cittadini, chiudete le vostre donne! Portiamo con noi un calvo scostumato»”.
21. “E, perché non vi possa essere nessun dubbio sul fatto che Cesare ebbe la peggior fama di sodomita e di adultero, Curione in un suo discorso lo chiama «marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti»”.
Playboy anche con Cleopatra:
22. “Ma amò soprattutto Cleopatra, con la quale si intrattenne spesso a banchetto fino all’alba, e su una nave fornita di stanze si addentrò con lei in Egitto. In seguito, fattala venire a Roma, la rimandò in patria solo dopo averla colmata di onori e di regali splendidi, e consentì che il figlio nato dalla loro unione portasse il suo nome”.
Ma ora tessiamo un po’ di lodi:
23. “Abilissimo nelle armi e nel cavalcare, sopportava le fatiche oltre ogni credere. Nelle marce precedeva le schiere, talvolta a cavallo, ma più spesso a piedi, a capo scoperto, sia con il sole che con la pioggia. Percorreva distanze immense con rapidità incredibile, senza bagaglio, su un carretto da noleggio, facendo persino cento miglia in un giorno. Se veniva ritardato da qualche corso d’acqua, lo attraversava a nuoto, tanto che spesso precedeva coloro che aveva mandato ad annunciare il suo arrivo”.
24. “In inverno passò da Brindisi a Durazzo attraverso le flotte nemiche, e poiché le sue truppe tardavano a giungere, alla fine si imbarcò di nascosto, di notte, da solo, col viso coperto dal mantello e su di una piccola barca; né si fece riconoscere né permise al barcaiolo di arrendersi al tempo avverso se non quando fu quasi travolto dai flutti”.
25. “Mentre stava attraversando l’Ellesponto su di una piccola imbarcazione da trasporto, Lucio Cassio, della parte avversa gli piombò addosso con una flotta di dieci navi da guerra. Cesare non soltanto non fece nessun tentativo per fuggire, ma anzi governandogli incontro, lo accostò e, convintolo alla resa, lo ricevette supplice a bordo”.
26. “Ad Alessandria, durante l’assalto di un ponte, costretto a gettarsi dentro una barca per un’improvvisa sortita, poiché molti si precipitavano nello stesso scafo, si buttò in mare, e nuotando per duecento passi si salvò a bordo della nave più vicina, tenendo alzata la mano sinistra per non bagnare alcune carte, e trascinandosi dietro, stretto tra i denti, il mantello, per non lasciare quel trofeo in mano al nemico”.
27. “A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli”.
28. “Trattò sempre gli amici con tanta cortesia e tanta bontà che una volta, essendosi improvvisamente ammalato Caio Oppio, che lo accompagnava in un viaggio per regioni boscose, gli cedette il solo piccolo alloggio che c’era in quel luogo, e se ne rimase a dormire sulla nuda terra, sotto le stelle”.
29. “Anche nel vendicarsi era mitissimo per natura. Quando catturò i pirati dai quali era stato fatto prigioniero, poiché ormai aveva giurato di farli crocifiggere, diede ordine di strangolarli prima di appenderli alla croce”.
Camuccini – Morte di Giulio Cesare
E dopo la tragica morte…
30. “La curia in cui Cesare era stato ucciso venne murata e le idi di marzo presero il nome di «giorno del parricidio’ e non fu mai più lecito convocare il Senato in quel giorno”.
31. “Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare”.
Giulia Bitto
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Se fuori imperversa l’inverno: la soluzione di Orazio

Cosa fare quando, in questo periodo, fuori piove e il termometro segna cifre poco rassicuranti? Nei tempi in cui non esistevano GTA V e Facebook, ci si radunava attorno a un fuoco con un bicchiere di vino e molta poesia. Abbiamo visto l’importanza che il simposio rivestiva per Alceo, poeta dal quale partì il latino Orazio per poi proseguire per una direzione personalissima. 

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
silvae laborantes, geluque
flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota:
permitte divis cetera. Qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Q uid sit futurum cras fuge quaerere et
quem Fors dierum cumque dahit lucro
appone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci. 

Vedi come si elevi candido di neve abbondante
il Soratte, e come non reggano più il peso della neve
i boschi affaticati, e come per il gelo
acuto si siano fermati i fiumi.
Sciogli il freddo aggiungendo legna sul fuoco
in abbondanza, e con più generosità
versa dall’anfora sabina,
o Taliarco, il vino di quattro anni.
Lascia il resto agli dèi: appena essi
hanno fermato i venti che sul mare in tempesta
s’azzuffano, né i cipressi
né gli orni vetusti si agitano più.
Che cosa accadrà domani, non chiedertelo,
ed ogni giorno che la sorte ti darà,
ascrivilo a guadagno, e i dolci amori
e le danze non disprezzarle, tu, ragazzo,
finché da te che sei nel fiore degli anni è lontana la vecchiaia
noiosa. Ora devi cercare il Campo Marzio e le piazze
e i dolci sussurri sul far della sera
all’ora dell’appuntamento stabilita,
ora (devi cercare) il riso gradito della ragazza nascosta,
che tradisce la sua presenza dall’angolo appartato,
e il pegno strappato ai suoi polsi
o al dito che resiste invano.

Allo spettacolo invernale, per il poeta augusteo, non si può far altro che sottomettersi: se fuori fa freddo bisogna solo tentare di riscaldarsi col fuoco e col vino, senza cercare di capire le leggi necessarie della natura. Ma la riflessione sul clima e su come contrastarlo conduce presto a temi sviluppati in modo del tutto originale: l’invito a gioire del presente, della giovinezza, dell’amore, della quotidianità, senza arrovellarsi su questioni intangibili che riguardano il futuro. Orazio come sempre lascia da parte il semplice edonismo, accostando al lieto bere e scaldarsi una riflessione più profonda.
Tornano i temi dominanti della poesia oraziana, come il carpe diem (leggi qui) e l’aurea mediocritas, alla ricerca di quell’equilibrio e di quella misura che possono rendere la vita al tempo stesso godibile e saggia. Ma ciò che sorprende del nostro poeta è la capacità di non stancare, di non annoiare: i temi sono sì gli stessi, ma la vividezza delle immagini e l’elaborazione sempre nuova finiscono per farci amare il poeta di Venosa. 
È come se, leggendo, anche noi volessimo prendere parte alla discussione tra Orazio e il dedicatario Taliarco, osservando dalla finestra gli alberi agitati e la tempesta, riflettendo sullo scorrere del tempo e su ciò di cui possiamo godere: la vita del resto ci riserva tante piccole gioie delle quali spesso ci dimentichiamo per approdare a pensieri complessi, come la morte, l’infelicità, la disperazione. Lasciamo il resto agli dei, e usufruiamo del presente.
Giulia Bitto

Fedro: tra favola e protesta sociale

Ora in breve ti spiegherò perché sia nato il genere della favola. La schiavitù, ai padroni soggetta, non osando dire ciò che avrebbe voluto, traspose le sue opinioni nelle favole, ricorrendo, per schivare le accuse di calunnia, a scherzose invenzioni“.

Primo rappresentante latino del genere della favola, Fedro nacque in Macedonia e giunse a Roma come schiavo. Affrancato da Augusto, si dedicò all’insegnamento, sperando di ottenere la fama dalla sua poesia: ma così non fu. A causa della sua umile posizione sociale non fu apprezzato dai contemporanei, tanto che Seneca giunse a ignorarlo totalmente quando affermò che nessuno a Roma aveva intrapreso il genere della favola. Ma quello che Seneca non sa (e purtroppo nemmeno Fedro) è che oggi il favolista ha una fama universale: la semplicità, la chiarezza, l’incisività delle sue favole e soprattutto la carica di protesta sociale insita in esse lo hanno fatto apprezzare e stimare.

Il lupo e l’agnello erano giunti allo stesso rivo
spinti dalla sete. Il lupo stava più in alto,
l’agnello molto più in basso. Ed ecco che quel brigante,
eccitato dalla gola insaziabile, mise in campo un pretesto di lite.
-Perché- disse- hai reso torbida l’acqua a me che 
che bevo?-. Replicò l’agnellino, spaventato:
-Come potrei, di grazia, fare ciò di cui ti lagni, o lupo?
L’acqua parte da te e poi scende alla mia bocca-.
Sconfitto dalla forza della verità,
-Sei mesi fa- disse- hai sparlato di me-.
Rispose l’agnello:- Veramente non ero ancora nato-.
-Allora fu tuo padre, per Ercole, a sparlare di me-.
E così lo afferra e lo sbrana, dandogli ingiusta morte.
Questa favola è scritta per gli uomini
che con pretesti opprimono gli innocenti.”

Chi non conosce la favola del lupo e dell’agnello? O della volpe e l’uva (tanto famosa da essere divenuta proverbiale)? Sebbene l’autore del genere sia stato Esopo, che già aveva sviluppato i temi caratteristici della favola, Fedro riesce a dare significato e a trasporre nella Roma dell’età giulio-claudia le ingiustizie e i soprusi compiuti dal più forte verso il debole, dal potente verso lo schiavo, in modo nuovo e vivo. Il favolista vuole divertire il lettore lanciando però un monito, una morale: in poche righe, con linguaggio colloquiale e scorrevole, Fedro ci fa capire come vivano i deboli, coloro che, senza mezzi, devono approcciarsi al mondo e avere a che fare con il potere.

Dell’alleanza con il potente non ci si può mai fidare:
questo dimostra la favola che segue.
La mucca, la capretta e la pecora rassegnate ai torti 
si allearono nei boschi con il leone.
Avendo esse preso un cervo di gran mole,
il leone fece le parti e così disse:
-Io mi prendo la prima perché mi chiamo leone;
la seconda me la darete perché sono forte;
la terza sarà mia perché sono più potente;
quanto alla quarta, guai a chi la tocca-.
Così l’intera preda si portò via da solo quel furfante.

Il risultato? L’amara quanto vera constatazione che la legge del più forte domina incontrastata. Il debole deve sottostare al potente, asservirsi ad esso. E come avrebbe potuto pensare diversamente uno schiavo affrancato? La bellezza di Fedro sta proprio nel trasporre nelle favole la sua autobiografia, la vicenda di un uomo che, seppure di grande levatura morale e intellettuale, è ignorato ed emarginato dai contemporanei. E menomale che Seneca aveva dettoNon giudicherò gli uomini in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso“.

Giulia Bitto

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Nemici per la pelle: Demostene ed Eschine, tra insulti e irrisioni

Quando scoppia una rivalità tra due letterati, specie tra due oratori di rilievo, essa può rivelarsi molto divertente agli occhi dei lettori che vivono a 2300 anni di distanza dai fatti accaduti: certamente ai cittadini Ateniesi non fece ridere granché la vergognosa prova oratoria di Demostene di fronte a Filippo di Macedonia, né gli insulti che Eschine lanciava all’Ateniese. Proprio queste due figure, che si sono odiate per tutto il corso della loro esistenza, rappresentano uno dei casi in cui la rivalità sfiora la comicità. Invettive, scherni, irrisioni: tutto per mezzo di orazioni pronunciate in assemblea o in tribunale. 
Quale migliore occasione del (mancato) discorso di Demostene a Filippo, per Eschine, di deridere il nemico? Entrambi gli oratori furono mandati in ambasceria presso il re macedone, ma solo Eschine riuscì a pronunciare il suo discorso. Al mingherlino avversario non andò ugualmente bene, anzi, andò proprio male: si emozionò a tal punto da non riuscire a proferire parola. E, tornato in patria, su tutte le furie, accusò Eschine di essersi fatto corrompere da Filippo, pronunciando l’orazione “Sulla corrotta ambasceria”. Il nemico rispose con un’orazione intitolata allo stesso modo, commentando così la performance di Demostene: 
Dopo questi e altri discorsi, venne il turno di Demostene di parlare. Tutti stavano attenti, come in attesa di ascoltare un portento d’eloquenza. E questo mostro balbetta un proemio oscuro e morto di paura, e dopo essersi un poco addentrato nell’argomento, tacque improvvisamente, si smarrì e alla fine non seppe più ritrovare la parola. Filippo, vedendolo in quello stato, lo esortava a farsi coraggio. Ma egli, una volta turbatosi e sviatosi da quel che aveva scritto, non fu più in grado di riprendersi. Appena ci ritrovammo soli tra noi, questo galantuomo di Demostene, con volto terribilmente accigliato, dichiarò che io avevo causato la rovina della città. Non appena rientrammo e ci sedemmo con Filippo, egli prese a rispondere ai singoli argomenti, menzionandomi spesso. Con Demostene, che aveva fatto quella figuraccia, neppure di un punto, credo, discusse, e questo fu per lui motivo di sofferenza e di angoscia. Era chiaro che egli uscì completamente fuori di sé, tanto che al ricevimento si comportò in maniera davvero sconveniente“.
Quanto amore! Del resto Eschine aveva di che parlare: l’acerrimo nemico era di costituzione debole, balbettava ed era insicuro. Si narra che per rimediare a questi difetti declamasse di fronte al mare in tempesta e ponesse sassolini in bocca. Quando però la città decise di donare a Demostene una corona di riconoscimento ed Eschine accusò l’ideatore di tale premio nell’orazione “Sulla corona”, il primo si prese una bella rivincita, stracciando l’accusatore con un’omonima requisitoria. Demostene attaccò trionfalmente il nemico, il quale sosteneva che il teatro non era il luogo adatto per la cerimonia e altri impedimenti giuridici:

Ma per gli dei, sei così ottuso e insensibile, Eschine, da non essere in grado di comprendere che per chi viene incoronato la corona ha la medesima rilevanza ovunque sia proclamata? Lo senti, Eschine, che la legge dice chiaramente ‘eccezion fatta per coloro per cui il popolo o la Bulè lo decretino: per questi avvenga la proclamazione’. Perché vai calunniando allora, miserabile? Perché ti inventi storie? Perché non ti fai una cura d’elleboro per queste follie? […] Se infatti l’accusatore fosse stato Eaco o Radamante o Minosse, e non un parassita, un rifiuto di piazza, uno spregevole scribacchino, non credo avrebbe parlato così. Ma che rapporto avete tu o i tuoi, o spazzatura, con la virtù? […] Ho problemi su cosa dire per primo: forse che tuo padre Tromes faceva il servo portando grossi ceppi e una gogna? O che tua madre, andando a uomini tutto il giorno nella casetta presso il tempio, allevò te, bel bambolone, il massimo dei terz’attori? Ieri o l’altro ieri sei diventato nel contempo ateniese e oratore, e aggiungendo due sillabe ha fatto diventare suo padre Atrometo da Tromes, e la madre Glaucotea, lei che tutti sapevano chiamarsi Empusa (creatura mitologica dalle fattezze orride, ndr), essendosi guadagnata questo nome dal suo farne e subirne di tutti i colori“.

Come sono noiosi i classici!
Giulia Bitto

Lucano: Romanticismo ante litteram

Al di là della polemica che infuria tra gli strenui difensori di Virgilio e i suoi detrattori, che vedono in Lucano il loro faro in quanto l’anti-Virgilio per eccellenza, è bene anzitutto analizzare i pregi letterari del Bellum Civile prescindendo dal modello del poeta mantovano. La novità che caratterizza il poema epico di Lucano infatti non va cercata solo nell’antifrasi e nel rovesciamento degli schemi topici dell’epos: piuttosto, a mio giudizio, nei temi e nei gusti che anticipano di più di 1800 anni il movimento del Romanticismo.
Rimango perplessa constatando che da nessuna parte se ne faccia cenno: per la critica Lucano è solo l’anti-Virgilio, colui che, guardando con disprezzo a un messaggio così filo-romano, filo-monarchico e salvifico, ha voluto distruggere e fare luce sul momento storico che Roma stava effettivamente traversando da un secolo. Gli elementi romantici di cui ho fatto cenno possono riassumersi in poche parole chiave: sublime, grandiosità, eccesso, morte, pessimismo, impeto, gusto del macabro e dell’orrido, magia, furore, passione, scelleratezza. Seppure inseriti in un contesto come quello epico, i temi citati fanno del nostro poeta un unicum nella letteratura latina, precursore del gusto che dominò la cultura del XIX secolo.
Il tema del furore e dell’impeto si può ravvisare nella dinamica similitudine che descrive Cesare: “Simile a un fulmine che, sprigionato dai venti tra le nubi, balena tra lo schianto dell’etere squassato e il rimbombo dell’universo, squarcia il giorno e atterrisce la gente sgomenta, abbagliando gli occhi con la sua fiamma obliqua; infuria nei suoi spazi e, non essendoci materia che impedisca la sua uscita, grande rovina provoca cadendo“. E che dire della figura di Catone, che, con estremo pathos, difende fino all’eroico suicidio i valori della libertà, opponendosi al tiranno? Anche se dell’Uticense emerge il ritratto di un uomo retto e misurato, Lucano lo imprime di un eroismo tutto romantico, soprattutto per il contrasto intellettuale-tiranno. 
La predilezione per le atmosfere lugubri, per gli episodi macabri, per la morte e per la magia emerge nel libro VI, quando Sesto Pompeo consulta la maga Eritto. In un passo, la vecchia fruga all’interno di un cadavere e ne scompone le parti: il tutto è narrato con estrema precisione. Anche la descrizione del corpo di un soldato che risuscita momentaneamente per predire la fine di Roma è curato nei più piccoli dettagli: il corpo, straziato ed esanime, lentamente riprende vita, e davanti ai nostri occhi pare concretizzarsi la lugubre figura. Infine, dopo la narrazione della battaglia di Farsalo, il poeta, con una soggettività esasperata, condanna le guerre civili con tono solenne, patetico ed enfatico, elevando il conflitto a una dimensione cosmica. Il sangue versato in quella battaglia fratricida rappresenta il funerale del mondo e dell’umanità.
Questi elementi originalissimi e difficilmente riscontrabili altrove non bastano tuttavia alla critica moderna per non rimpicciolire Lucano in una sfera che ruota tutta attorno a Virgilio. Sicuramente la ripresa del modello c’è, ma non va vista solo in chiave antifrastica e polemica: Lucano si distacca da Virgilio perché esso rappresenta il servilismo della poesia al potere, l’intellettuale che al posto di contrastare titanicamente il tiranno china il capo ai suoi ordini. Lucano, dopo una breve esperienza a fianco di Nerone, capisce l’errore e si allontana. In un estremo tentativo di ripristinare la res publica della quale ha cantato la fine, si toglie la vita dopo il fallimento della congiura di Pisone, a fianco dello zio Seneca.

Giulia Bitto

Alceo, il poeta del vino e dell’ebbrezza

Il vino è specchio dell’uomo.

Nel VII secolo a.C. Lesbo era travagliata da contese politiche che sfociarono in un regime assolutistico guidato da tre tiranni. Alceo, nato nel 630 a.C. nell’isola, si oppose attivamente ai governanti: insieme agli altri aristocratici si radunava nell’etèria (congregazione di àristhoi in cui avvenivano i simposi) per dibattere di argomenti politici e trovare soluzioni. Ma in queste riunioni grande spazio ero dato anche alla poesia e al vino: dimenticare gli affanni e ascoltare un buon componimento erano gli obiettivi secondari degli hetairoi. 


Gònfiati di vino: già l’astro 
che segna l’estate dal giro 
celeste ritorna, 
tutto è arso di sete, 
e l’aria fumica per la calura. 
Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto le ali 
fitto vibra il suo canto, quando 
il sole a picco sgretola la terra.
Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.
(Trad. Salvatore Quasimodo)

Non devi ai mali conceder l’anima:
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi: far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio 

Il vino e l’ebrezza diventano così i temi dominanti di buona parte della produzione alcaica: lenire il dolore, esaltare le sensazioni, riscaldarsi dal freddo, ridere con pochi amici, dimenticare la propria condizione. Un modo di evadere dalla realtà che a distanza di 2600 anni si pratica ancora: l’ubriachezza come annebbiamento mentale e divertimento. Nel microcosmo del simposio, in cui gli uomini fuggivano dalle ansie e dalle ingiustizie, nasceva la poesia. Di certo oggi delle discoteche non si potrebbe dire altrettanto.

Beviamo. Perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Semele
diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e l’una segua subito l’altra.

Pioggia e tempesta dal cielo cadono
immense; le acque dei fiumi gelano.
Il freddo scaccia, la fiamma suscita,
il dolce vino con l’acqua tempera
nel cratere, senza risparmio;
morbida lana avvolga le tempie.

Giulia Bitto

Argonautiche: Il dardo di Eros fa innamorare Medea

La complessa vicenda delle Argonautiche del poeta alessandrino Apollonio Rodio vede come protagonista femminile Medea, donna già comparsa nell’omonima tragedia di Euripide (vedi Psicologia femminile nella Medea). L’innamoramento di Medea avviene per i soliti capricci divini: Era e Atena convincono Afrodite a inviare suo figlio Eros sulla terra per fare innamorare la donna dell’eroe Giasone, affinché ella lo aiuti ad ottenere il vello d’oro. 

Ma la descrizione di Apollonio non si limita alla semplice esposizione dei fatti: riprendendo il modello di Saffo (vedi Fenomenologia d’amore in Saffo) egli delinea in modo nuovo e particolareggiato lo sconvolgimento interiore della donna, che, colpita dal dardo del dio, è arsa da un fuoco interiore e paralizzata. Come la fiamma di un tizzone, alimentato da una vecchia filatrice, brucia e fa brillare la casa, così Medea ha il cuore avvampato, gli occhi che brillano, le guance rosse. Le nefaste conseguenze di questo amore si svilupperanno nei capitoli successivi, per condurre al tragico epilogo che tutti conosciamo. 

Ciò che ci appare del tutto nuova e gradevole è anche la caratterizzazione di Eros, bambino petulante e viziato, che compie la missione posta da Afrodite con “sguardo ammiccante“, e, divertito, gongolando di gioia scappa dalla sala. A questa allegria si contrappone la sofferenza/amore di Medea, vittima dei capricci divini, che “consuma il suo animo nel dolore dolcissimo“. Eros dolce-amaro diceva Saffo: mai ossimoro fu più azzeccato.

Intanto giunse Eros per l’aria chiara, invisibile, violento, come si scaglia sulle giovani vacche l’assillo che i mandriani usano chiamare tafano. Rapidamente nel vestibolo, accanto allo stipite, tese il suo arco e prese una freccia intatta, apportatrice di pene. Poi, senza farsi vedere, varcò la soglia con passo veloce e ammiccando, e facendosi piccolo scivolò ai piedi di Giasone; adattò la cocca in mezzo alla corda, tese l’arco con ambo le braccia, e scagliò il dardo contro Medea: un muto stupore le prese l’anima. Lui corse fuori, ridendo, dall’altissima sala, ma la freccia ardeva profonda nel cuore della fanciulla come una fiamma; e lei sempre gettava il lampo degli occhi in fronte al figlio di Esone, e il cuore, pur saggio, le usciva per l’affanno dal petto; non ricordava nient’altro e consumava il suo animo nel dolore dolcissimo. Come una filatrice, che vive lavorando la lana, getta fuscelli sopra il tizzone ardente, e nella notte brilla la luce sotto il suo tetto – si è alzata prestissimo – la fiamma si leva immensa dal piccolo legno, e riduce in cenere tutti i fuscelli; così a questo modo terribile Eros, insinuatosi dentro il cuore, ardeva in segreto; e, smarrita la mente, le morbide guance diventavano pallide e rosse.

Giulia Bitto