Aristofane vs. Euripide e Socrate: moralismo e paura del nuovo

Aristofane ebbe tanti meriti: fu un pacifista, si schierò dalla parte dei cittadini più colpiti dalla guerra del Peloponneso, nelle sue commedie denunciò i vili personaggi che miravano soltanto al potere e i soprusi della guerra. Ma per un motivo questo autore mi risulta alquanto odioso: l’aspra critica nei confronti di Euripide e Socrate, ai quali si imputa la fine della tragedia e la corruzione dei sani costumi ateniesi. Come se Atene, nel bel mezzo di una feroce guerra contro Sparta, avesse potuto mantenere integri gli ideali di un secolo prima e non mutare nel pensiero. 
Mi pare naturale che la città cambiasse modo di pensare: e ciò non va imputato ai sofisti, a Euripide, a Socrate, ma a una tendenza generale: c’è chi parla di decadimento, disfacimento, ma io la vedo più come una svolta “obbligatoria”. Puntare il dito contro Euripide, che di per sé, a mio giudizio, fu capace di lavori grandissimi e per la prima volta seppe guardare dentro la psiche umana, è una stupidaggine: tacciarlo di misoginia ancor di più (vedi Misoginia nella democratica Atene e Euripide e la psicologia femminile). Puntare il dito contro Socrate? Ancora più sciocco. È anche grazie ad Aristofane che i cittadini ateniesi considerarono Socrate il capo dei sofisti, un ciarlatano buono a nulla. Chi conosce un minimo di filosofia e storia sa benissimo che Socrate non fu sofista, non fu buono a nulla, bensì uno dei più grandi pensatori di sempre.
Il cambiamento atterrisce Aristofane, un conservatore moralista che guarda al passato vedendo nel presente soltanto corruzione e disfacimento (una novità!), non comprendendo i propri tempi. Tempi certamente difficili: guerre, disastri, politica traballante, economia instabile. Ma questi problemi non si risolvono con un’invettiva piena di volgarità e banalità, mettendo in pessima luce personaggi che hanno dato tanto ad Atene. E a chi mi dice che non capisco lo spirito della commedia, rispondo che trovo più interessante una commedia leggera e “buona” come quella di Menandro. Euripide compare in ben tre commedie: Rane, Le donne alle Tesmoforie, Acarnesi. Nelle Rane soprattutto vi sono gli attacchi più pesanti: la morte della tragedia a causa di Euripide e mille altre frecciate all’arte del drammaturgo, corruttore della cittadinanza e ateo.
Le Nuvole, poi, fanno ridere, e non per la bella comicità: qui il personaggio di Socrate è totalmente stravolto, banalizzato, messo alla stregua di un santone stravagante abile solo a parlare. Sarà stata anche colpa di Aristofane se nel 399 a.C. Atene condannò il suo uomo migliore? Probabilmente sì. Euripide e Socrate, secondo Aristofane strettamente connessi, avranno anche cambiato il modo di pensare degli ateniesi, ma in meglio. Con loro i protagonisti sono gli uomini, la loro anima, le loro scelte, il loro pensiero, la loro interiorità. Loro sono espressione di un mondo che cambia e porge gli occhi altrove. E chi li critica (per giunta in modo falso e diffamatorio), anelando a un lontano passato di guerrieri forti e cittadini retti (vero solo in parte), è solo un nostalgico e timoroso moralista. Scagli la prima pietra chi è senza peccato, Aristofane. 
Giulia Bitto
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Euripide e la psicologia femminile nella Medea

Cosa può spingere una donna ad uccidere i propri amati figli? Quale passione può essere tanto forte da portare al freddo assassinio di due bambini supplicanti? La Medea di Euripide non porta in scena il solito contrasto tra protagonista e antagonista, tra eroe e leggi: Medea pare piuttosto essere l’antagonista di se stessa, la donna che, indomabilmente controllata dalle proprie passioni, è forte ma debole, eroica ma ingiusta e tracotante. La tragedia euripidea è totalmente incentrata sulla sua figura, tanto da fare emergere una psicologia tratteggiata nei più sottili dettagli e sfumature. 
Dalle iniziali parole della nutrice vediamo una Medea che “giace senza cibo, abbandona il corpo ai dolori, consuma tutto il tempo nelle lacrime; non solleva lo sguardo, né distoglie il volto da terra”: una donna apparentemente bruciata dalla sofferenza, senza la voglia di agire in alcun modo. Ma la fidata nutrice smentisce subito l’idea che ci si potrebbe fare inizialmente della protagonista: “Temo che qualcosa di sinistro possa lei meditare. Ha un animo violento e non tollererà di essere maltrattata; io la conosco e ho timore. È tremenda e chi entri in inimicizia con lei non facilmente potrà portare vittoria”. La donna appare costantemente segnata da una lacerante contraddizione interna, oscillando tra sentimenti opposti: più volte si chiederà se sia giusto uccidere i propri figli, ricredendosi a distanza di pochi secondi, cambiando parere. 
Ma le decisioni inizialmente prese da Medea non mutano mai: ciò che per lei dev’essere compiuto, è sempre compiuto, e ogni piano va realizzato con tutti i mezzi disponibili. Pur di punire il marito Giasone, reo di avere sposato un’altra donna soltanto per assicurarsi una stirpe regale, la protagonista è pronta a fare qualsiasi cosa, persino uccidere due uomini e i suoi stessi bambini, aiutata dal suo portentoso ingegno. Riesce, con l’arte della parola, a sviare Creonte dal cacciarla subito dalla città, facendosi concedere ancora un giorno di permanenza prima dell’esilio. Riesce a far credere all’ex marito (se mi è lecito usare questa espressione) di avere mutato atteggiamento nei suoi confronti e di volersi riappacificare, in un modo che appare convincente anche a noi lettori, consapevoli delle sue intenzioni. Medea non è certo una donna comune: non incarna, almeno, lo stereotipo di donna vigente in Grecia
Ed è proprio sulla figura della donna che Medea si soffermerà per un lungo monologo, quasi a rivendicare la propria individualità e il proprio valore. Dice infatti: “Un uomo, quando sente fastidio di stare in casa con i suoi familiari, esce fuori e solleva il cuore dalla noia. Per noi, invece, è destino volgere lo sguardo verso una sola persona. E dicono di noi che viviamo in una casa una vita senza pericolo, mentre loro combattono in guerra; ma ragionano male. Giacché preferirei stare tre volte presso lo scudo piuttosto che partorire una sola volta!”. Tema spinoso da affrontare, quello della donna: sappiamo oggi che in Atene, nella democratica Atene, la donna non godeva pressoché di alcun diritto. Ed è con vigore e precisione che Euripide si cimenta nella descrizione dell’animo femminile, apparendo erroneamente ai suoi contemporanei come misogino. 
Misogino Euripide, che tenta di analizzare la psiche femminile, o l’intera ipocrita società ateniese? Pronuncia Giasone: “Quando il matrimonio va bene, ritenete che nulla vi manchi; se invece qualche disgrazia colpisce il vostro letto, considerate una cosa molto ostile quella che prima era la migliore e la più bella. Bisognerebbe che gli uomini generassero figli in qualche altro modo e che non esistesse la razza femminile; così per loro non ci sarebbe più alcun male”. Anche nell’Ippolito l’omonimo protagonista scaglierà violentissimi insulti contro l’intera stirpe femminile, affermando: “O Zeus, perché hai messo alla luce e imposto agli uomini la donna, questo grande malanno? Se era nel tuo intento propagare il genere umano, non era necessario farlo attraverso le donne. Gli uomini avrebbero dovuto semplicemente comprare la generazione dei propri figli”, mentre il padre dello stesso, Teseo, si pronuncerà in modo nettamente più favorevole: “Sono perduto: mi hai lasciato tu, la donna migliore tra quante vede il sole e la luce stellata della notte”. 
Lo scopo di Euripide era fare filtrare le varie opinioni che si potevano avere sulla donna, mettendone in luce tutti gli aspetti. Ma probabilmente lo stesso pubblico ateniese vedeva in Medea solo una madre assassina: è difficile potersi immedesimare in questa psiche così complessa, è difficile potere rispondere alla domanda iniziale “Cosa può spingere una donna ad uccidere i propri amati figli?”. Era difficile per gli ateniesi e lo è anche per noi se non riusciamo a comprendere lo struggimento di una donna che vuole ergersi di fronte alle ingiustizie e fare trionfare non solo se stessa, ma un’intera razza; è difficile se non comprendiamo quanto Medea fosse diventata vittima di passioni indomabili, che le hanno fatto perdere il controllo, ma che hanno scaturito anche la sua immensa grandezza. Medea, protagonista e antagonista, debole e forte, feroce e tenera; donna astuta che esce dai confini prestabiliti per sfidare gli avversari e imporre la sua volontà, la sua individualità esasperata. L’eroe romantico, duemiladuecento anni dopo, cos’altro sarà se non questo? Altre eroine forti e passionali erano già comparse nella tragedia greca: ma nessuna può eguagliare, nemmeno alla lontana, la struggente passionalità romantica di Medea

 “E capisco quali mali dovrò sostenere, ma più forte dei miei propositi è la passione, la quale è per gli uomini causa dei più gravi mali”

Giulia Bitto