La meglio gioventù – Recensione film

Il progetto del regista Marco Tullio Giordana è ambizioso: attraversare in sei ore – distribuite in due atti nelle sale – gli ultimi 40 anni  della storia d’Italia, dal Sessantotto a Tangentopoli, passando per l’apertura dei manicomi, la legge Basaglia, il terrorismo, gli omicidi di mafia e le lotte operaie, le lotte studentesche e l’inquinamento industriale. Insomma… Attraversare la storia d’Italia attraverso le vicende individuali di Nicola e dei suoi fratelli, uomini piccoli, in un contesto storico e culturale più grande di loro.
Sulla scia di altre operazioni simili (si pensi al monumentale Heimat sulla storia della Germania diretto da Edgar Reitz) o di alcuni esempi italiani (Novecento di Bernardo Bertolucci, le opere di Ettore Scola), il film narra la storia della famiglia Carati, di due fratelli, della loro crescita comune e del loro distacco con l’arrivo dell’età adulta. In una sorta di condensato della storia d’Italia, i protagonisti sono coinvolti tutti in grandi problemi degli ultimi decenni. Ma il quadro che ne deriva è senz’altro positivo, forse fin troppo consolatorio, in un finale che fondamentalmente assolve gli Italiani, ma che condanna l’Italia, colpevole di riflettere le tensioni della società all’interno del contesto familiare, contesto che è visto dal regista come una sorta di isola felice.
La meglio gioventù è quindi quella che non si è persa nonostante le sue ingenuità, la violenza verbale e fisica cui si è abbandonata negli anni passati; è quella che non ha deviato le passioni, disilluse, nel distaccato cinismo che pure ha coinvolto molti negli anni ottanta, ma che ha tenuto alta la speranza sino ad oggi. E forse vede realizzate nella gioventù di oggi i sogni dei giovani di ieri. Insomma, la pellicola di Giordana è un polpettone iperpositivista e iperrelativista, un’esaltazione del “non schierarsi”, del “tutto è relativo”, atta a demolire e demonizzare i contrasti ideologici degli ultimi 40 anni della storia d’Italia, a discapito dell’esaltazione della famiglia e del sacro “volemosebenismo” italiano. Una pellicola perfettamente in linea con l’andazzo culturale dei tempi (2003), che contiene in nuce il germe di un’ipocrisia che porterà la cultura e la società italiana all’attuale disastro.
Mediocri le prove di Luigi Lo Cascio (Nicola Cerati) e di Alessio Boni (Matteo Cerati). Notevole la colonna sonora composta da classici di Bach, Mozart e dal musicista moderno Astor Piazzolla.

Francesco Bitto

Annunci