Il Movimento 5 Stelle a confronto con se stesso: i problemi e le zavorre di cui deve liberarsi per poter spiccare il volo

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo
Gli avvenimenti della giornata di ieri rappresentano un momento chiave per la vita ed il cammino del Movimento 5 stelle. La querelle scoppiata a proposito dell’immigrazione ha portato a galla tutte le controversie ed i problemi endemici del Movimento, esistenti da sempre ma rimasti per la maggior parte del tempo nell’ombra. Problemi che, adesso, sono tornati prepotentemente alla ribalta e necessitano di essere risolti. 
Ricapitoliamo i fatti: in risposta ai tremendi avvenimenti di Lampedusa, due senatori del M5S, Buccarella e Cioffi, hanno preso l’iniziativa presentando in Commissione Giustizia un emendamento alla legge Bossi-Fini che cancellasse il reato di clandestinità. Una modifica di importanza e portata enormi che, sorprendendo persino i suoi stessi fautori, è stata approvata dal Senato (grazie anche ai voti del PD e di SEL). 
Il coup de théâtre dei due senatori ha provocato la durissima reazione di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, che hanno sconfessato in maniera perentoria gli Onorevoli tramite il blog ufficiale: ”La loro posizione espressa in Commissione Giustizia è del tutto personale. Non è stata discussa in assemblea con gli altri senatori del M5S, non faceva parte del Programma votato da otto milioni e mezzo di elettori, non è mai stata sottoposta ad alcuna verifica formale all’interno. […] Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia.” 
Al contrario dei due leader, la base non è riuscita a mantenersi compatta come suo solito: l’intervento di Grillo ha scatenato reazioni contrastanti, mettendo da una parte i sostenitori dell’emendamento e dall’altra quelli del comico ligure. 
Questa spaccatura è più importante di quanto possa sembrare ad un esame superficiale. La questione dell’immigrazione è e resta uno degli spartiacque più importanti che dividono la Destra dalla Sinistra. È una questione chiave, dalle radici antiche, ed è uno di quei pilastri attorno ai quali lo scontro politico è più forte. Il Movimento ha basato la sua campagna elettorale sul presunto superamento dei concetti tradizionali di destra e sinistra, in favore di una politica volta all’esaltazione della morale, dell’onestà e alla creazione di una democrazia più “semplice” e diretta. La spaccatura avvenuta ieri (su cui si sta ancora discutendo) dimostra che forse gli ideologi del M5S si sbagliavano.
Le bare dei migranti morti nel recente disastro di Lampedusa

Destra e Sinistra sono vive e vegete, e stanno mettendo a dura prova l’intera dottrina del M5S: gli attivisti, che provengono da tutte le culture politiche, si stanno ritrovando divisi dalle vecchie “rivalità”. Le ideologie date per morte stanno resuscitando, dimostrando che, nonostante il forte collante rappresentato da Grillo e dalla grande carica antisistema di cui è dotato il Movimento, su alcune questioni gli attivisti la pensano in modo talmente diverso da stentare a credere che formino un unico partito. Questo problema, già presentatosi in tono minore su altre questioni, va adesso affrontato e risolto una volta per tutte. 

La seconda problematica del Movimento ha un nome ed un cognome: Beppe Grillo. Il leader del M5S non ha mai fatto mistero di essere contro il mandato libero in Parlamento (pratica antichissima e vero e proprio sale della democrazia rappresentativa), né di puntare al 100% dei voti in Parlamento. Quest’ultimo punto, in particolare, sembra influenzare in maniera troppo massiccia le sue decisioni e, di riflesso, le azioni dei portavoce a 5 stelle in Parlamento. 
A tal proposito, proprio l’intervento sul blog che ha sconfessato Buccarella e Cioffi si dimostra rivelatore: ”Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.” Grillo afferma dunque che il Movimento deve opporsi all’abolizione del reato di immigrazione clandestina non perché quest’ultimo sia giusto o utile, ma al fine di mantenere il consenso dell’elettorato. Pur restando ovvio e sacrosanto che un partito debba tenere conto di come le sue azioni influiscano sul consenso elettorale, la conquista dei voti non può essere l’unico obiettivo di una fazione politica. Le idee personali, l’educazione politica e soprattutto la ricerca del Bene comune devono essere le bussole di tutti i Parlamentari (non solo di quelli del Movimento) all’interno delle Camere. 
Agendo in maniera indipendente e non rinnegando le proprie azioni, Buccarella e Cioffi si sono guadagnati il rispetto di molti. Hanno anche scatenato un vespaio che mette il Movimento 5 Stelle con le spalle al muro, e lo obbliga a fare i conti con se stesso una volta per tutte: per raggiungere la maturità è necessario che la base del Movimento trovi un’identità politica, accettando l’esistenza di altre correnti di pensiero; e che Grillo e l’occulto guru Casaleggio si facciano da parte, accettando che i loro deputati abbiano delle opinioni e delle idee che, se lasciate libere di esprimersi, possono dare un sincero e serio contributo alla rinascita della politica italiana.
Giovanni Zagarella
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Amministrative 2013: trionfano il PD e l’astensione, battuta d’arresto per PDL e M5S

Ignazio Marino

Le elezioni amministrative che si sono concluse ieri in tutta Italia (eccezion fatta per la Sicilia), hanno visto trionfare un soggetto su tutti: l’astensione. Le elezioni si sono svolte in un clima di crescente disaffezione alla politica: l’affluenza generale si è fermata al 48%, quasi il 30% in meno rispetto al dato riguardante l’ultima tornata elettorale (77%). Un crollo gravissimo e preoccupante per tutto lo scenario politico italiano.
Astensione a parte, il vincitore di queste elezioni è certamente il Partito Democratico: 16 capoluoghi conquistati e 37 comuni superiori, alcuni dei quali roccaforti storiche della destra (Treviso, Brescia) e, soprattutto, Roma. Il centrosinistra riesce a confermarsi anche a Siena, nonostante i durissimi scandali riguardanti il MPS. Il tonfo peggiore lo fa il Movimento 5 Stelle: i grillini conquistano Pomezia e Assemini, ma perdono tantissimi voti rispetto alle elezioni nazionali di febbraio. A Ragusa Grillo passa dal 40% al 15%, a Messina dal 27% al 3%, a Siracusa dal 35% al 5%. E la tendenza si conferma simile in tutta Italia, ponendo alcuni dubbi che nei prossimi giorni gli attivisti dovranno cercare di sciogliere. 
La partita più importante si giocava nella Capitale, dove Ignazio Marino ha battuto Gianni Alemanno, conquistando così il Campidoglio: il candidato del PD è stato sostenuto da una vasta coalizione di centrosinistra, e al ballottaggio ha stravinto col 63% dei voti, grazie anche al massiccio afflusso di preferenze dagli sconfitti del M5S. A Marino non spetta certo un compito facile: Roma è una città che è stata per anni lasciata nel degrado, ben lontana dagli standard delle altre capitali europee. Il neo sindaco dovrà tradurre in pratica un programma improntato all’ecologia, al potenziamento del trasporto pubblico, e alla creazione di un vero e proprio welfare locale, che garantisca servizi basilari attualmente scoperti. 
La vittoria schiacciante del centrosinistra ha sorpreso molti. A livello nazionale il PD è stato più volte vicino alla scissione, è crollato nei sondaggi e ha perso una grossa fetta della sua credibilità in seguito alla rielezione di Napolitano e all’instaurazione del governo delle larghe intese col PDL; eppure a livello locale si è dimostrato solidissimo. Ciò è probabilmente dovuto al diffusissimo radicamento territoriale del partito in tutta Italia, che gli ha permesso di reggere bene all’urto degli ultimi eventi. 
Al contrario il Movimento 5 stelle, formazione giovane e ancora poco presente sul territorio, ha pagato a caro prezzo gli insuccessi finora collezionati in Parlamento, ben più di quanto abbiano fatto i partiti tradizionali. A questo c’è da aggiungere l’importanza, nella politica locale, del candidato: spesso l’autorevolezza del singolo riesce a raccogliere più voti del partito stesso (non a caso le liste civiche hanno trionfato in diverse città), e il Movimento ha attualmente carenza di personaggi di spicco al suo interno (per una precisa scelta ideologica). 
Dunque il PD vince e stravince, ma farebbe bene a non dimenticare i suoi guai a livello nazionale; dichiarare, come ha fatto Enrico Letta, che questo risultato “rafforza le larghe intese” è una forzatura bella e buona, e non dovrebbe dare adito a facili entusiasmi. Allo stesso tempo sarebbe meglio non affrettarsi a dare per morto il Movimento 5 Stelle che, nonostante la batosta, avrà ancora tempo e modo di dire la sua a livello nazionale.
Giovanni Zagarella

Finanziamento pubblico ai partiti, buon senso VS populismo: chi l’ha spuntata?

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Vi avevamo già parlato della questione dei finanziamenti pubblici ai partiti, evidenziando come il sistema in vigore in Italia fosse marcio e da riformare, ma non da abolire completamente; a due mesi di distanza, e dopo la presentazione di un nuovo disegno di legge da parte del governo Letta, torniamo ad analizzare la situazione. Per vedere di capire chi, questa volta, abbia vinto l’eterna lotta tra buon senso e populismo.
Il ddl, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, prevede l’abolizione graduale del finanziamento così come lo conosciamo, che scomparirà definitivamente nel 2016. Esso sarà sostituito da un sistema di donazioni volontarie, come ad esempio il 2×1000, accompagnate da forti detrazioni fiscali sulle donazioni effettuate dalle persone fisiche ai partiti. Sono inoltre previsti obblighi di trasparenza sulle donazioni: tutti i dati riguardanti gli introiti e le spese del partito dovranno apparire sul web. Per poter ricevere i benefici, i partiti dovranno rispettare dei requisiti minimi di democrazia interna.
Fortissime le proteste dei 5 Stelle, che avrebbero voluto una riforma con effetto immediato, e che contestano il fatto che saranno ancora i cittadini a pagare per la sopravvivenza dei partiti. Si parla già di “legge-truffa”, ma al tempo stesso i grillini rivendicano la vittoria di aver imposto la “loro” agenda all’attuale governo. Si sono schierati contro la riforma anche SEL ed alcuni esponenti del PD.
Giustizia è fatta, dunque. Come auspicato da una larghissima parte degli italiani, i finanziamenti pubblici verranno aboliti, i politici “ruberanno di meno”, e via discorrendo. “Voglio ringraziare i partiti perché è un passo che i cittadini aspettavano”, dice Letta, aggiungendo poi che questo disegno di legge serve a ridare “credibilità” alla politica. Il punto sta tutto in queste due frasi: questa riforma non segue alcun criterio pragmatico, non persegue alcun obbiettivo utile per la ripresa dell’Italia, né risolve una delle tante pecche del nostro Paese, che è in piena emergenza su più fronti. Il suo unico scopo è compiacere i cittadini, e tanto basterebbe per bocciarla senza mezzi termini.
Ma lasciamo da parte per un attimo questo dato, e analizziamo la riforma senza pregiudizi: come sempre, è bene guardare al di fuori dei nostri confini nazionali per vedere come la pensa il mondo in materia. In Europa solo Svizzera, Bielorussia, Ucraina e Malta non adottano finanziamenti pubblici. In tutto il mondo, essi sono previsti dal 75% degli Stati: tra quelli che non lo elargiscono vi sono principalmente Stati africani, mediorientali e sudamericani. Tutti sistemi culturalmente e politicamente lontanissimi dal nostro.
Obama ad un incontro con l’AIPAC, la lobby filo-israeliana
Abbiamo già elencato i rischi della politica data in mano ai privati. Rischi concretissimi, che negli Stati Uniti sono realtà. Non abbiamo, però, parlato del sistema partitico statunitense, e di come esso permetta e renda “giustificabile” un sistema di finanziamenti quasi esclusivamente privati. In America, i partiti di massa sul modello europeo non esistono. Il partito democratico e quello repubblicano non sono nient’altro che meccanismi di selezione dei candidati, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. Scordatevi le sedi dislocate sul territorio, i circoli, le tessere e quant’altro: il momento politico statunitense si consuma tutto nella scelta del candidato, e nel voto elettorale. Al contrario, in Italia i soldi pubblici servono a finanziare la presenza territoriale e permettono lo svolgimento di una moltitudine enorme di attività. È chiaro quanto profonde siano le differenze tra i due Paesi.
Un sistema di finanziamenti privati obbligherebbe l’Italia a rivoluzionare il suo intero sistema politico. La politica diventerebbe estremamente elitaria. Sarebbe anche una svolta verso il presidenzialismo, una forma di governo che ha dimostrato di poter funzionare soltanto negli Stati Uniti (pur vivendo tra mille contraddizioni), per ragioni storiche e culturali: gli altri Stati che lo hanno adottato sono spessi caduti vittime di svolte autoritarie (un esempio su tutti è quello russo), e in tutti si è costruita una politica fortemente individualistica, che taglia fuori i cittadini da ogni forma di partecipazione che non sia quella del voto. 
È davvero questo quello che vogliamo? Bisognerebbe invece operare per mettere in pratica definitivamente l’art. 49 della Costituzione, che sancisce il diritto di tutti ad associarsi in partiti per determinare la politica nazionale. Dare ad ogni organizzazione politica e ad ogni cittadino gli spazi per esprimersi, magari risarcendo le spese elettorali dei partiti arrivati in Parlamento (sistema attualmente in vigore in Germania). Le riforme non vanno mai fatte per compiacere dei cittadini stanchi e frustrati: in questo modo non si fa il bene del Paese. Dare un “contentino” al popolo è un modo populista e raffazzonato per guadagnare consenso e restare attaccati alla poltrona, infischiandosene delle vere emergenze e delle vere necessità di un popolo stremato dalla crisi, e lasciato per troppo tempo solo dalla sua classe politica.

Giovanni Zagarella

Rodotà attacca il M5S: è polemica, e Grillo scarica anche lui

Stefano Rodotà

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È successo. Dopo la “defezione” della Gabanelli, passata dall’essere una santa del pantheon pentastellato a demone della casta, sembrava solo questione di tempo prima che Stefano Rodotà ed il Movimento 5 Stelle si scontrassero. E lo scontro è avvenuto oggi, a causa dell’intervista rilasciata dal professore al Corriere della Sera. 

Rodotà ha commentato il pesante passo indietro del Movimento alle recenti elezioni comunali (i grillini sono fuori da tutti i ballottaggi), analizzando le cause della dèbacle, e traendone spunto per fare la sua personalissima disamina del percorso finora maturato dal M5S. “La rete da sola non basta”, dice il professore, “non è mai bastata”. Rodotà rimprovera ai grillini di “non essere andati oltre” la rete, ribadendo l’importanza del radicamento territoriale (individuato come uno dei punti cardine della vittoria del PD a queste elezioni), e rinunciando a spiegazioni facili riguardo la recente sconfitta: “elettori immaturi, che non capiscono. Si dice quando si vuole sfuggire a un’analisi”. 
Il giurista si è anche soffermato sui deputati a 5 stelle, disconoscendo “il valore dell’inesperienza” e auspicandosi che agiscano più liberi dai dettami di Grillo e Casaleggio: “i parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare. In alcuni casi lo stanno già facendo e ho sentito anche interventi di qualità”. Rodotà non ha infine risparmiato una frecciata al PD, che “non è tutta la sinistra” e che deve guardare di più alla società, con un occhio alle imminenti elezioni europee. 
Un attacco deciso, dunque. Di certo non offensivo né irruento, ma che ha sottolineato le distanze ideologiche tra le due parti. La risposta di Grillo non si è fatta attendere, ed è arrivata poche ore dopo tramite il suo blog. Pur non nominandolo mai, Grillo ha definito Rodotà “un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra”. Il professore è stato dunque ritenuto un “prodotto” del Movimento che, esattamente come la Gabanelli qualche settimana fa, ha voltato le spalle al creatore, rinnegandolo pubblicamente. 

Siamo alle solite: una delle più grandi pecche di Grillo (e di una parte dei militanti del Movimento) è l’incapacità di accettare la critica. Anche se la critica in questione è rivolta in modo pacato ed educato, e potrebbe essere un germe per una discussione che favorisca la crescita collettiva. Anziché replicare, Grillo ha preferito ancora una volta la via dell’aggressione: ciò fa parte del suo personalissimo stile retorico, lo stesso che gli ha permesso di riempire tantissime piazze italiane; ma alla lunga potrebbe risultare dannoso per se stesso e per tutto il Movimento. Se un mese fa Rodotà ha accettato la candidatura del Movimento al Quirinale, vuol dire che in esso vedeva dei buoni propositi, e la possibilità di smuovere in qualche modo la sedimentata politica italiana. Che però Rodotà fosse un dichiarato uomo di sinistra (militò nelle file del PCI) e non uno dei loro, Grillo lo sapeva bene: il suo “sincero stupore” sembra un po’ fuori luogo, anche perché il professore non ha mai fatto nulla per nascondere la sua fede politica. 

Adesso anche Stefano Rodotà, fino a ieri paladino del Movimento, è diventato “servo della casta” (leggere i commenti dei militanti sul blog per credere). Grillo continua imperterrito nella politica del “noi contro tutti”, dell’ Italia A (che vota M5S) e dell’Italia B (che continua ad appoggiare i partiti), orrida espressione coniata per commentare il risultato delle comunali. Finora ha funzionato, in futuro non si sa. Stamattina un gruppo di deputati di PD, M5S e SEL ha presentato una mozione parlamentare per la cancellazione del programma di acquisto degli F35, impegno che costerà all’Italia ben 12,8 miliardi di euro: la dimostrazione che la collaborazione funziona e, anche se non si è d’accordo su tutto, ci sono obbiettivi di interesse nazionale che possono essere perseguiti insieme, senza crogiolarsi in un isolazionismo autoreferenziale. Non è, né in futuro sarà, mai troppo tardi per aprirsi al confronto con le altre forze politiche e con l’interezza della società, per costruire assieme qualcosa di buono.

Giovanni Zagarella