La Libia nel caos: la situazione del Paese arabo dalla guerra civile ad oggi

La situazione libica, dopo la guerra civile del 2011 e la morte del colonello Gheddafi, rappresenta uno scenario su cui attualmente si sono spenti i riflettori. Eppure per noi italiani la Libia è un Paese le cui problematiche dovrebbero esserci molto chiare, in ricordo della stretta dominazione della prima metà del secolo scorso e per il molto più recente Trattato di Bengasi del 2008 con il quale il governo italiano prendeva accordi economici con Gheddafi per fermare la partenza di migranti dalle coste libiche. Cosa accade in quel paese denunciato solo quattro mesi fa da Amnesty International per maltrattamenti e torture nei confronti dei richiedenti asilo e degli emigranti? 
Frequentemente ci accade di dimenticare le situazioni critiche dei Paesi nei quali c’è stato un intervento militare di Stati occidentali e all’interno dei quali sono cadute delle feroci dittature. Questo è il caso dell’Iraq, Paese sprofondato nel caos politico e nel persistente conflitto fra sciiti e sunniti. Ma venendo alla Libia, dalla caduta di Gheddafi ad oggi sono numerosi gli avvenimenti su cui è necessario fare chiarezza. A partire dal 2011 le stesse milizie che hanno rovesciato il regime, presente da più di 40 anni, hanno un influente potere sul governo. Inoltre le organizzazioni militari si sono moltiplicate, arrivando a più di 500 secondo l’intelligence statunitense, questo grazie anche al sostegno economico e la fornitura di armi avuta dagli stessi USA durante la guerra civile. Tra queste milizie il peso dei jihadisti è molto forte e perciò anche l’influenza antioccidentale. È ad alcune di queste milizie islamiste che si attribuisce l’assassinio di Christopher Stevens, l’ambasciatore americano in Libia. La sua morte, avvenuta l’11 settembre 2012, scatenò fortissime polemiche soprattutto perché l’omicidio si verificò successivamente alle proteste di cittadini musulmani per la blasfemia contenuta nel film statunitense “The innocent prophet”
Il premier libico Ali Zeidan
Il tentativo di creare istituzioni stabili fu assegnato a Mahmud Jibril, leader della Coalizione delle Forze Nazionali, nominato capo di un governo provvisorio d’emergenza nato il 23 ottobre 2011 con lo scopo di stabilizzare la situazione politica e andare alle elezioni. Queste si sono tenute a giugno del 2012 con la vittoria di Mustafa Abushagur del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia. Il governo formatosi successivamente aveva una maggioranza molto risicata nel Congresso, cosicché cadde il 7 ottobre dello stesso anno. È solo un mese dopo che venne formato un nuovo esecutivo con a capo uno stretto collaboratore di Abushagur, Ali Zeidan, il quale è stato uno dei più importanti personaggi della resistenza politica contro il regime di Gheddafi negli anni Settanta. 
È degli ultimi giorni la notizia della cattura del ricercato Abu Anas al Libi, un esponente libico di al Qaeda colpevole degli atti terroristici contro le ambasciate americane in Somalia e Tanzania del 1998 e principale organizzatore dell’attentato in un centro commerciale di Nairobi dello scorso settembre. La sua estradizione a New York ha suscitato molte polemiche per il fatto che buona parte dell’opinione pubblica libica chiede che il processo si svolga a Tripoli. Il silenzio americano non ha fatto altro che acuire le tensioni, che sono culminate nel sequestro lampo, il 10 ottobre, del premier Zeidan da parte di una brigata di ex ribelli islamisti che lo accusavano di aver avuto importanti responsabilità nell’estradizione del leader di al Qaeda. Tuttavia la sua repentina liberazione ha fatto diminuire le polemiche. 
In ogni caso quello che recentemente si sta verificando in Libia è un tipico segnale della debolezza delle istituzioni e dimostra come l’abbandono da parte delle forze diplomatiche americane e italiane non abbia agevolato questo difficoltoso processo di transizione. 
Emanuele Pinna
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