Calvino e l’insanabile dissidio dell’uomo contemporaneo

Il visconte Medardo di Terralba parte per una guerra tra cristiani e turchi dove, in seguito ad uno scontro svoltosi in Boemia, viene letteralmente “dimezzato” da una palla di cannone. Il visconte che fa ritorno al suo castello ed alle sue terre è, ora, un “essere a metà”, alla ricerca della sua parte mancante: ha inizio così questa fiaba densa di fantasiose allegorie di Italo Calvino, prima della trilogia “I nostri antenati”, comprendente anche “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”. Il nostro “Don Chisciotte malvagio”, che lotta prima di tutto con se stesso per ritrovarsi, inizia a compiere una serie di azioni deplorevoli, rivolte contro parenti, sudditi e popolazioni limitrofe. 

Ma Medardo il Buono, parte complementare del visconte dimezzato, è inaspettatamente sopravvissuto alla guerra. Costui si rivela tanto buono e virtuoso quanto l’altra parte, invece, crudele e spietata. Entrambi, profondamente innamorati della giovane Pamela, finiscono, inevitabilmente, per sfidarsi a duello e, dopo essersi vicendevolmente feriti, vengono riuniti in un unico essere dal dottor Trelawney: solo così Medardo può, finalmente, aspirare ad esistere in una nuova completezza… 
Con una scrittura originale e frizzante, sempre all’insegna di una modernità fresca e leggera, Calvino ci consegna una storia tanto divertente quanto coinvolgente che, giocando sui contrasti e sugli effetti di sorpresa, porta alla ribalta un tema significativo, tanto più se contestualizzato nell’ambiguità della realtà contemporanea: infatti, “tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra”. 
È il problema dell’uomo contemporaneo dimezzato, dell’intellettuale “alienato” da se stesso e dal contesto sociale che interessa al nostro autore, non la banalità dello scontro bene-male; quest’ultimo è solo uno strumento creativo, il procedimento narrativo di cui egli si serve nel tentativo di mostrare che l’equilibrio ritrovato, forse, è la sola possibile felicità “in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui”.

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Hunger Games, quando la violenza si fa spettacolo – Recensione film

Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, Hunger Games è ambientato nella contea senza età di Panem in un periodo storico indefinito. La contea è suddivisa in 12 Distretti e ciascuno di essi è schiavo di un forte regime totalitario.  
Come monito della propria potenza e ferocia, il governo centrale organizza ogni anno dei “giochi”, gli hunger games, ai quali partecipano solitamente un ragazzo ed una ragazza per ogni distretto (24 “tributi”). I concorrenti devono affrontare delle vere e proprie prove di sopravvivenza, ma lo scopo finale del gioco è uccidere tutti gli altri : il vincitore può essere uno soltanto

Il personaggio principale è Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) che, per salvare la sorella, decide di offrirsi volontaria per i 74° Hunger Games. Il film è un viaggio nella più sadica e feroce parte della natura umana ma la cosa entusiasmante è che tale percorso è rivisitato attraverso gli occhi di Katniss, una giovane fresca ed ingenua. 

Un mondo costretto a vivere sotto l’egemonia di moderni totalitarismi non è un concetto nuovo al cinema : a tal proposito mi viene in mente 1984 (tratto dall’omonimo romanzo di George Orwell) o il più recente e celebre V Per vendetta ; però è in Hunger Games che la violenza diventa, quasi come un passaggio necessario, spettacolo e reality.

La sensazione è quella di sentirsi catapultati, insieme alla protagonista, in qualcosa di surreale e bizzarro ma, nonostante tutto, possibile e con una sua logica : quella del potere . Come infatti afferma anche il presidente Snow, interpretato da Donald Sutherland (che fa sempre la differenza e , quelle poche volte che appare, si sente!) , gli Hunger games servono a fomentare la paura, senza la quale sarebbe impossibile assoggettare i popoli.

Cosa dire del personaggio di Katniss? 
Piace (questo è sicuro), non perchè uccide e vince, ma perchè è forte nell’animo e negli affetti. 
Eroe non è chi riesce a sopravvivere, uccidendo per gioco, ma chi , memore di se stesso e della propria umanità, è pronto a sacrificarsi pur di non sottostare alle regole di un gioco brutale.

Katniss e il suo compagno Peeta (Josh Hutcherson) rappresentano, per tutti questi motivi, la speranza che le cose possano cambiare. Ed è esattamente questo che arriva allo spettatore: un fortissimo senso di ammirazione che induce a sostenere inevitabilmente e con naturalezza i due protagonisti fino alla fine. Non esiste ambiguità di sorta, ma solo un confine definito tra umanità e disumanità.
Gary Ross ci regala due ore e venti minuti di azione e suspense e lo fa senza mantenere un registro preciso : certe parti risultano vivaci, a tratti quasi divertenti ed altre più lente ed introspettive. Questo non ci dispiace affatto e, nonostante la proverbiale difficoltà di rappresentare cinematograficamente un romanzo, il risultato è, questa volta, molto buono.
Potremmo dire lo stesso del sequel Hunger Games – La ragazza di fuoco? Lo speriamo.


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Il Robinson del 2000 e la sua tigre: quel che sta dietro a Vita di Pi

Tradotto in 42 lingue, vincitore di un Man Booker Prize nel 2002, riadattato in un film da Ang lee nel 2012 e venduto in sette milioni di copie, Vita di Pi (2001), è il capolavoro di Yann Martel. La storia racconta di un ragazzo indiano, Piscine Molitor Patel, soprannominato Pi, che cresce nello zoo del padre. La prima parte del romanzo è una lunga riflessione sull’infanzia del giovane: vengono descritti il suo carattere, il suo amore per gli animali – tanto che studierà zoologia – e il fascino per le religioni, talmente sentito che il bambino deciderà di abbracciarne ben tre: il cristianesimo, l’induismo e l’islamismo. La narrazione vera e propria comincia quando, per problemi economici, la famiglia di Pi decide di trasferire il proprio zoo in Canada.

Durante il viaggio la nave viene colpita da una forte tempesta e, per cause non del tutto definite, affonda. Solo il giovane Pi riesce a salvarsi su di una scialuppa, che dovrà però condividere con quattro insoliti superstiti: una zebra, un orango, una iena e una tigre reale del Bengala, chiamata Richard Parker. I primi tre animali non riescono però a sopravvivere a lungo e presto è solo la tigre l’unica compagna di disavventura di Pi. Il ragazzo riesce – grazie ad alcune provviste, un manuale di sopravvivenza e tanto coraggio – a restare in vita per ben 227 giorni in mare. Richard Parker, inizialmente suo nemico, diventa col passare del tempo una sorta di alleato e aiuto contro la solitudine. I due protagonisti infatti affrontano insieme le più strabilianti avventure: dalla pesca dei pesci volanti all’isola di alghe e lemuri, dall’incontro con il cannibale francese alla tempesta, fino al felice – ma non troppo – finale. Durante il lungo viaggio si fondono due mondi, quello reale e quello fantastico: tutto sembra così veritiero e razionale ma al tempo stesso impossibile e immaginario. Ad ingannare è anche la premessa al libro: un narratore iniziale, che probabilmente rappresenta Yann Martel dato che è anch’esso uno scrittore in cerca di una storia, racconta di aver ascoltato l’avventura da Piscine Patel stesso. 

Il libro, basato su di un’idea tanto insolita quanto geniale, non è però totalmente frutto dell’immaginazione di Yann Martell, come lui stesso ricorda. Fu infatti fortemente influenzato dalla recensione di un libro degli anni Ottanta, Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante, scritto da un autore brasiliano, Moacyr Scliar, a cui dedica il romanzo con la seguente frase: «Sono anche in debito col signor Moacyr Scliar, per la scintilla di vita». Nonostante la recensione fosse piuttosto negativa, Martel fu colpito dalla trama del romanzo: una famiglia di ebrei, proprietaria di uno zoo a Berlino, decide di emigrare in Brasile. La nave affonda e solo un membro della famiglia riesce a salvarsi, ma ad un caro prezzo: deve condividere la sua scialuppa con un giaguaro. Yann Martel fu così colpito da questa premessa che cercò il libro ovunque, senza nessun risultato. L’idea del naufragio e di una scialuppa condivisa da un uomo e da un pericoloso felino lo affascinava tanto da renderlo invidioso; cercò così di dimenticare la recensione letta e si concentrò su altri romanzi per circa cinque anni, quando tornò per la seconda volta in India.

A Bombay, lo scrittore venne colpito da una forte crisi: il romanzo che stava scrivendo non procedeva affatto bene (così come accade nella prefazione a Vita di Pi), si sentiva inutile, solo, totalmente demotivato. Un giorno però, seduto sopra ad una roccia e aiutato dall’atmosfera indiana, ebbe un colpo di genio: all’improvviso gli tornò alla mente la recensione di quel libro che tanto l’aveva scosso ed immediatamente si crearono nella sua testa diverse scene, concetti e idee che avrebbe potuto trascrivere; in particolare lo stuzzicava l’idea di mischiare tra loro religione e zoologia, in perfetta armonia con l’ambiente indiano. Ora ne era sicuro: era pronto a scrivere. 

Da quel momento, per i successivi sei mesi, Yann Martel visitò ogni zoo dell’India del Sud, intervistò i direttori, studiò la natura, le città, le moschee, la chiese e i templi, immergendosi totalmente nella cultura indiana. In seguito decise di tornare per un anno e mezzo in Canada, dove svolse numerose ricerche sulla religione, la zoologia e i più famosi naufragi. Nel frattempo, prese appunti su qualsiasi idea riguardante il romanzo. La scelta dell’animale da collocare sulla scialuppa fu per lui la parte più difficile. Inizialmente pensò a un elefante: quelli indiani sono più piccoli di quelli africani e un esemplare giovane avrebbe potuto stare comodamente su una scialuppa; l’immagine dell’elefante tuttavia aveva un qualcosa di comico che avrebbe rovinato la storia. La seconda idea fu quella del rinoceronte, ma essendo un animale erbivoro non avrebbe potuto sopravvivere nell’oceano se non grazie alle alghe. Poi, finalmente, l’idea della tigre del Bengala, così potente e maestosa al tempo stesso.

Gli altri animali presenti sulla scialuppa simboleggiano, secondo l’autore, dei tratti tipicamente umani: la codardia della iena, l’istinto materno dell’orango e l’esoticità della zebra. Infine, il cannibale francese cieco fu creato nella mente dell’autore in uno dei primi momenti in cui, in India, decise di occuparsi della storia. L’idea piacque così tanto allo scrittore che la prima bozza di quella parte era formata da ben quarantacinque pagine. In parte assurda, si trattava di una delle su parti preferite proprio perché, a suo dire, era una sorta di “Beckett in the Pacific”. Sotto consiglio della sua editrice, decise però di tagliare gran parte della scena in quanto stridente con il resto del romanzo, come “una bella barzelletta ad un funerale”

Nonostante lo ‘scampato’ plagio, Martel sembra lo scrittore ideale per questo tipo di storia: nato in Spagna da dei genitori franco-candesi, l’autore si può definire cittadino del mondo, soprattutto grazie ai numerosi viaggi e ai lunghi soggiorni nei paesi più disparati. Chi meglio di lui – in aggiunta studente di Filosofia all’università di Peterborough, Ontario – avrebbe potuto scrivere riguardo le diverse credenze e culture, riguardo l’avventura e il viaggio? 
Il libro è interessante soprattutto perché offre molti spunti di riflessione. Prima di tutto potrebbe essere considerato un’allegoria, ma sta al lettore trovarne il vero significato. Nelle ultime pagine viene infatti proposta una storia alternativa, molto più credibile e realistica, in grado di soddisfare i lettori più razionali: potrebbe trattarsi di una metafora della fede, dell’immaginazione contro la razionalità. La tigre potrebbe essere poi il simbolo della brutalità ed animalità che affiora nella personalità del protagonista durante la difficile prova a cui è sottoposto: durante i sette mesi in mare Pi riscopre la sua parte più selvaggia, che abbandona, così come abbandona Richard Parker, una volta tornato sulla terra ferma. 

E’ poi interessante la visione del mondo animale e del suo rapporto con quello umano, molto distante da quello ‘classico’ dei romanzi o delle favole: è una visione molto cruda, realistica e per niente moraleggiante. Nonostante a Richard Parker venga dato un nome tipicamente da uomo, l’animale non viene mai umanizzato da Yann Martel: il nome umano sottolinea il fatto che si tratta di un personaggio a tutti gli effetti – completo di nome e cognome – a cui il lettore potrà affezionarsi, rendendolo al pari di Pi. La grande novità infatti sta nel fatto che, mentre Robins Crusoe, il naufrago per eccellenza, vedeva negli animali che popolavano la sua isola soltanto dei compagni a lui inferiori, Pi e Richard Parker sono invece sullo stesso piano e dovranno lottare ad armi differenti ma pari per poter sopravvivere. La tigre, nonostante abbia un ruolo fondamentale, resterà però sempre e solo un animale selvaggio, mosso dagli istinti, e non dalle emozioni. Anche se nel romanzo si crea tra i due protagonisti un legame che sfiora quasi l’amicizia, non si tratta mai di un’amicizia sentimentale, il loro rapporto è solo uno strumento utilizzato per sopravvivere in mezzo al dolore del naufragio.

Pi nutre Richard Parker solo per evitare di essere mangiato a sua volta e, col passare del tempo, lo fa per darsi uno scopo, un motivo per affrontare ogni nuovo giorno. Dall’altra parte, l’animale sembra risparmiare il compagno di viaggio non per affetto, ma per arrendevolezza e forse comodità. Il tentativo di disumanizzazione del rapporto non è però sempre efficace: si crea tra i due, involontariamente, una sorta di necessità e di bisogno reciproco che è difficile staccare da un ideale più romantico, in particolare nella parte finale dove Pi cerca disperatamente un addio umano, che non arriverà. E’ questa la parte davvero emozionante del romanzo: Richard Parker resterà sempre un animale, senza raggiungere mai una sorta di umanità. Questo è straziante, tanto per Pi quanto per il lettore, che vede allontanarsi con distacco un amico a cui, pagina per pagina, si era affezionato. 

In vendita la casa di Pinocchio: vale dieci milioni di euro

Tra il 1881 e il 1883 venne pubblicato a puntate su di una rivista per bambini il libro “Le avventure di Pinocchio”. Il celebre personaggio, creato dalla penna di Collodi, si ritrova però ora senza casa.
Nonostante l’umiltà della piccola bottega in cui Geppetto diede vita al famoso burattino, le vicende narrate da Carlo Collodi – pseudonimo di Carlo Lorenzini – furono in realtà ispirate da Villa di Colonnata, un vasto immobile nei pressi di Firenze. Lo scrittore viveva infatti in una casa adiacente alla villa, che visitava spesso con il fratello e i cui luoghi furono di grande influenza per la stesura del suo più celebre romanzo.
Villa di Colonnata – attualmente di proprietà della famiglia Gerini e in vendita a 10 milioni e mezzo di euro – è un ampio edificio di 3.000 metri quadrati, situato a Sesto Fiorentino, nei pressi di Firenze. L’abitazione è circondata da un giardino di ben sette ettari, che comprendono un prato noto come “Il Campo dei Miracoli”, in cui, secondo la leggenda, nel 1870 un giardiniere trovò un gruzzolo di monete d’oro, che si moltiplicarono di giorno in giorno.
Proprio da questa leggenda lo scrittore si ispirò per il suo Campo dei Miracoli, il luogo in cui il Gatto e la Volpe portarono Pinocchio a seppellire gli zecchini d’oro regalatigli da Mangiafuoco, convincendolo che, il giorno dopo, avrebbe trovato un albero i cui frutti sarebbero stati del denaro. Come è ben noto, il burattino, ingenuo e credulone, cadde nel tranello dei due truffatori, perdendo così i suoi pochi risparmi.

Nel laghetto della villa è poi presente un isolotto caratterizzato da una grotta con la volta ‘dentata’, che ispirò probabilmente il pescecane che inghiottì il burattino, riunendolo però in questo modo a suo padre Geppetto. Si può trovare inoltre, sempre nel grande parco dell’abitazione, un rudere che rappresentava una volta la dimora della Fata dai Capelli Turchini, protettrice di Pinocchio.
La casa è oggi visitata soltanto da alcuni gruppi scolastici o dai fan più accaniti del burattino, come ricorda Giuseppe Garbarino, storico locale attualmente impegnato nella stesura di un libro riguardante proprio Pinocchio, che spesso accompagna i più appassionati tra le stanze e i giardini della casa, mostrandone i segreti.

‘1934’ di Alberto Moravia – Recensione Libro

“È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?”

Lucio, un trentenne antifascista laureatosi con una tesi su Kleist, si pone proprio questa domanda durante le sue vacanze a Capri, dove ha intenzione di tradurre alcuni racconti dell’autore tedesco e riflettere sulla condizione di eterno dolore a cui l’uomo è destinato. Il suo bizzarro progetto è quello di “stabilizzare la disperazione”, ovvero renderla una banale consuetudine a cui l’uomo dovrà arrendersi, senza cadere nella ‘trappola’ del suicidio.

Le intricate riflessioni di Lucio sono però interrotte, fin dal viaggio in traghetto verso Capri, dalla presenza di una ragazza, che sembra osservarlo con curiosità e sconforto. L’uomo è immediatamente attratto sia dall’aspetto fisico della giovane – si tratta di una minuta ragazza tedesca dai capelli rossi – che dal suo sguardo colmo di malinconia. Lucio tenta invano di avvicinarsi alla donna e parlarle; lei, tuttavia, sembra non volere altro che il silenzio, colmo di giochi di sguardi dal significato incerto. Questo gioco di occhiate, silenzi e turbamenti farà nascere tra i due un amore tanto vivo quanto funesto. Beate (così si chiama la ragazza, come scoprirà il protagonista dopo mille tentativi di avvicinamento) è come Lucio molto appassionata a Kleist, tanto che arriva a chiedere all’uomo, con taciturni ed ambigui stratagemmi, di compiere un folle gesto, imitando l’autore tedesco: un suicidio a due, così come Kleist ed Enrichetta Vogel avevano fatto nel 1811.

Moravia esplora la mente del protagonista che, impaurito ma al tempo stesso affascinato dall’insolita proposta, vorrebbe scoprire qualcosa di più sulla vita della ragazza. E non è il solo, Lucio, a voler conoscere le motivazioni che hanno spinto Beate a questo audace progetto: il lettore, tra uno sguardo sfuggente della ragazza e un pensiero tormentato dell’uomo, non può fare altro che chiedersi, per pagine e pagine, quale mistero si nasconda dietro gli occhi tristi di lei. La narrazione subisce all’improvviso una totale svolta quando, nel momento più inaspettato, appare una gemella di Beate, a lei opposta per quanto riguarda il carattere ma fisicamente identica. Lucio, ritrovando in lei i tratti dell’amata, imparerà a conoscerla e, di conseguenza, a conoscere Beate. Nella seconda parte del romanzo l’identità delle due donne e la loro evidente opposizione sarà continuamente messa in dubbio, fino ad arrivare a un tragico quanto inaspettato epilogo.

Moravia riesce, dietro a riflessioni filosofiche e tormentati pensieri, a catturare continuamente l’attenzione del lettore con piccoli particolari o indizi, che non fanno altro che accrescere il senso di mistero ed inspiegabilità tipico di tutto il romanzo. L’autore è poi molto abile nel fondere più generi letterari, senza per questo risultare dispersivo o pesante: 1934 potrebbe essere considerato un libro storico per i molti richiami al fascismo e al nazismo, fra tutti il titolo, ovvero l’anno della notte dei lunghi coltelli; un libro filosofico per le numerose riflessioni sulla vita e sulla morte, sulla disperazione e sul piacere; un romanzo erotico per quanto riguarda gli incontri, veri o soltanto immaginari, tra Lucio e le due gemelle; e, perché no, anche un thriller per certi versi, data la continua suspense che Moravia riesce a creare.

La vera bellezza del romanzo sta nelle pagine dense di pensieri che, pur ripetendosi, travolgono il lettore. Chi legge infatti non può fare altro che immedesimarsi in Lucio e chiedersi: “io, al posto suo, cosa avrei fatto?”

Gatsby ed il Grande Sogno Americano – Recensione libro

Ho sempre ritenuto l’America un Paese alla continua ricerca di una propria identità, in balia di una modernità spesso solo apparente e di un materialismo arcaico e frustrante. L’America è l’essenza di un potere cieco, un’accozzaglia di innate contraddizioni: penso al diritto intoccabile alla legittima difesa ed al porto d’armi ed agli Stati in cui vige ancora la pena capitale; penso ai costi esorbitanti di banali cure mediche e alla facilità disarmante con cui spesso si ricorre al chirurgo plastico; penso alla patria del junk food ed alle numerose campagne contro l’obesità infantile, a livelli più che preoccupanti. Se l’America è questo e tanto altro, forse il sogno mai realizzato di una vita migliore, Jay Gatsby, protagonista del grande romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ne è l’emblema vivente: siamo negli anni ’20, l’età del jazz, gli “anni ruggenti” per gli Stati Uniti, gli stessi del proibizionismo e dell’emancipazione femminile, il periodo “ideale” per poter realizzare il “Grande Sogno”.

E Jay Gatsby ci prova quando, con tutta la tenacia e la determinazione che da sempre contraddistinguono tale “ideale”, tenta di riconquistare il suo vecchio amore, Daisy Buchanan. Adesso Jay ha accumulato una fortuna, si sente padrone del mondo e può finalmente sposarla, se non fosse per il fatto che quest’ultima, che ha come unico Valore il denaro, ha sposato a sua volta il ricchissimo Tom Buchanan. Daisy ed il marito Tom, il quale ha una relazione con Myrtle Wilson, una donna povera e volgare, vivono a New York; Gatsby compra una villa lussuosissima proprio di fronte alla casa di Daisy, al di là della baia, e dà feste lussuosissime alle quali invita centinaia di persone (che spesso neanche conosce), nella speranza di poterla incontrare e sedurre con la propria ricchezza. Alla fine riesce ad ottenere un incontro con Daisy grazie a suo cugino, Nick Carraway, che è anche vicino di casa di Gatsby e narratore della storia;ed è a questo punto che Jay deve, purtroppo, scontrarsi con la realtà, e la realtà non è e non sarà mai all’altezza del suo sogno, un sogno destinato, nostalgicamente, a fallire: la felicità, infatti, non ha prezzo e non può essere comprata neanche con il potere e la ricchezza. Per cui, se il Grande Sogno Americano è quella speranza di felicità che fallisce, è quell’illusione che svanisce proprio nel momento in cui si tenta di afferrarla, allora Gatsby ne è sicuramente il simbolo, alter ego dello stesso autore e rappresentante designato di illogici e spietati meccanismi umani e sociali.

Fino alla fine egli lotta per un amore che esiste solo in un passato che non tornerà mai più, fino alla fine insegue l’idea dell’amore, un sentimento che probabilmente Daisy neanche conosce. Però, Jay continua a sperare, perché crede tanto fermamente quanto ciecamente nel Sogno Americano: e la sua speranza sa a tratti di inconsapevolezza, di follia –di ingenuità, se vogliamo- ma probabilmente è anche quella speranza che, in fondo, ci fa sentire vivi. Gatsby ha vissuto ed è, infine, morto per il suo sogno: Fitzgerald aveva già profeticamente compreso che il Grande Sogno Americano non si sarebbe mai realizzato, soprattutto in presenza di una discordanza tra ideali politici e realtà sociale. Nonostante tutto, però, sono i desideri e le speranze che tengono l’uomo in vita quindi, se è vero che la morte di Gatsby simboleggia la fine del Grande Sogno, è altrettanto vero che solo un ideale può dare senso a tutto il resto, ad una vita intera. Ecco perché, leggendo questo romanzo, rivedo sempre Gatsby fissare quella “luce verde all’estremità del molo di Daisy”, e ripenso allo stupore provato, a tutta la meraviglia racchiusa in un solo attimo, anche se breve; poco importa, tanto… “domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…” forse riusciremo ancora a vedere quella luce verde, o forse no –chi può dirlo- ma continueremo comunque “a remare, barche contro corrente…”

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Niccolò Ammaniti: ‘Ti prendo e ti porto via’ – Recensione Libro

In questo noir dal retrogusto dolceamaro Ammaniti dimostra ancora una volta, con quel tocco inconfondibile di delicata spontaneità ed innata freschezza, di saper parlare direttamente al suo lettore, cui sembra sussurrare: <>, ti porto via dal mondo, da te stesso…Abile burattinaio di emozioni, infatti, sempre attento a dosare con equilibrio azione e descrizione in una narrazione che si rivela incalzante, l’autore conduce per mano il lettore in un mondo parallelo, in cui niente è come sembra, fornendo anche spunti di riflessione su tematiche di indiscutibile interesse. E’ un romanzo di formazione, d’amore, ma anche di rabbia e di solitudine-di passioni intense insomma-quello che si snoda attraverso le storie parallele dei due protagonisti, in cui giovinezza ed età adulta si incontrano e si scontrano tra un passato ingombrante, un presente incerto ed un futuro ancora tutto da scrivere, per poi ricongiungersi solo in un finale inaspettato.

La vicenda si svolge ad Ischiano Scalo, un paesino “di quattro case dove il mare c’è ma non si vede”, che diviene muto testimone di segreti inconfessabili…Pietro Moroni è un ragazzino timido ed imbranato, un sognatore inconcludente con una famiglia problematica alle spalle, innamorato di Gloria, sua compagna di classe: Gloria è bella e sicura di sè, è ricca, Gloria è quella smania mai sopita di poter vivere una vita migliore; dall’altra parte, invece, c’è chi- come Graziano Biglia, playboy fallito ed eterno bambino-una vita l’ha già vissuta e buttata via, ma trova finalmente una possibilità di riscatto quando incontra Flora Palmieri, insegnante di Pietro, donna sola e misteriosa. Inesorabilmente le due coppie inseguono la felicità alla scoperta del mondo, facendo spesso a pugni con l’amore, ma inesorabilmente dovranno fare i conti la vita, e…se “col tempo s’impara a vivere lo stesso”, vale la pena vivere ogni singola emozione, magari sognando anche sulle note di “Ti prendo e ti porto via” di Vasco!