La CIA ammette di aver pilotato il colpo di Stato in Iran: a 60 anni di distanza tornano i fantasmi della Guerra Fredda

Mohammad Mossadeq (al centro) in visita al governo degli Stati Uniti
Agosto 1953, Iran: il Primo Ministro Mohammad Mossadeq, capo del Paese da due anni ed impegnato in un tentativo di profonda riforma politica ed economica del Paese, viene abbattuto da un colpo di Stato militare. Tornato in patria, lo scià (il re) Mohammad Reza Pahlavi prende il controllo del potere e installa un’autocrazia destinata a perdurare per più di 25 anni, e a segnare in modo irreversibile la storia del Paese mediorientale.
Che l’Occidente avesse avuto un ruolo nelle vicende iraniane, era cosa certa già allora: prima l’Inghilterra e poi gli Stati Uniti avevano avuto il compito di fare da “guardiani” nell’area, al fine di mantenere il controllo politico dei Paesi mediorientali ed evitare derive filosovietiche. La presenza di alcune delle riserve di petrolio più grandi del mondo, e la vicinanza di alcuni di questi Stati al confine russo, non facevano che aumentare l’interesse dei gabinetti occidentali per l’Iran e per i Paesi limitrofi.
Eletto nel 1951, Mossadeq aveva più volte espresso la sua lontananza dalla Russia e dalle idee socialiste: tuttavia egli agì sfidando apertamente la Gran Bretagna, cercando di strappare il controllo delle riserve petrolifere del Paese alla Anglo-Iranian Oil Company, per nazionalizzarle e portare indipendenza economica all’Iran. Questo tentativo allarmò l’allora premier britannico Winston Churchill, che chiese aiuto e consulto agli USA. Il neo-eletto Dwight Eisenhower, repubblicano ed ex generale dell’esercito, condivise il punto di vista del primo ministro britannico e incaricò i suoi servizi segreti di occuparsi della faccenda. Era stato dato il via all’operazione Ajax.
Dopo un iniziale fallimento, dovuto alll’appoggio di cui Mossadeq godeva in patria, gli agenti riuscirono ad insediare Pahlavi e condannare a morte con un processo-farsa l’ex premier iraniano.

La prima pagina del documento rilasciato dalla CIA pochi giorni fa, dove si ammette
l’esistenza dell’operazione AJAX
60 anni dopo, nell’Agosto del 2013, la CIA ammette finalmente le sue responsabilità ed il suo coinvolgimento nei fatti del 1953: una delle tante operazioni condotte dai servizi segreti americani durante la Guerra Fredda, una delle pochissime il cui colpevole ha adesso un’identità pubblica. La “confessione” cambia poco o nulla della sostanza dei fatti: si sapeva tutto dell’operazione Ajax, ma i suoi fautori avevano negato per più di mezzo secolo ogni coinvolgimento nei fatti. 
L’ammissione di colpevolezza aumenta di valore se si analizza la situazione odierna in Iran, figlia di quel colpo di Stato orchestrato dagli occidentali: dopo 26 anni di dittatura, lo scià Pahlavi fu abbattuto dalla Rivoluzione iraniana (1979), che trasformò la millenaria monarchia in una repubblica ispirata alla legge coranica. Di fatto una teocrazia mandata avanti dall’ayatollah, quello stesso personaggio che negli anni della dittatura rappresentò l’unico oppositore politico del regime, diventando così punto di riferimento per moltissimi iraniani. Il governo di Ahmadinejad, il nucleare, le guerre coi Paesi limitrofi: tutta la storia iraniana del secondo novecento dipende da quella singola operazione, e dalle velleità anglo-americane di controllo delle riserve petrolifere. E la stessa storia di reazioni a catena potrebbe essere ricostruita per gli altri Paesi della regione, in primis l’Iraq e l’Afghanistan. 
Ammettere le proprie responsabilità in Iran è un primo (seppur tardivo) passo, ma gli Stati Uniti hanno il dovere di chiarire gli altri punti interrogativi della loro storia recente: che dire del golpe cileno del ’73, della Notte delle matite spezzate, o dell’Operazione Mongoose? Pagine di storia già scritte e di cui si sa tutto, ma che mancano ancora di un responsabile “ufficiale”. 

Giovanni Zagarella

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Milioni di americani vittime di intercettazioni telefoniche: l’NSA sotto accusa, scoppia lo scandalo

Lucas Jackson, Reuters/Contrasto
“La National Security Agency sta raccogliendo le registrazioni telefoniche di milioni di clienti di Verizon, uno dei più grandi provider telefonici americani, in seguito ad un’ordinanza top secret della Corte emessa in aprile”. Questa la notizia bomba lanciata dal quotidiano inglese The Guardian stamattina, che ha scatenato un’ondata di discussioni e di polemiche. Polemiche cresciute dopo le dichiarazioni di un alto funzionario della Casa Bianca, che ha ammesso la veridicità della notizia e difeso i metodi della NSA, definendoli essenziali per fermare la “minaccia terroristica”.
Il Guardian afferma che ad essere registrati non sono i contenuti delle conversazioni telefoniche, ma gli orari delle chiamate, la loro durata, i numeri in entrata e in uscita e i dati sulla localizzazione geografica. Le intercettazioni sono state raccolte “indiscriminatamente ed in massa”, interessando milioni di persone non sospettate di alcun reato. È la prima volta che viene dimostrato che l’amministrazione Obama usa questo tipo di misure, le stesse utilizzate da George Bush durante il suo mandato. 
Lo “spionaggio di massa” è reso possibile dal Patriot Act, provvedimento preso da Bush all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, che rinforza i poteri delle agenzie dei servizi segreti (tra cui l’NSA), permettendogli di richiedere dati sensibili a provider internet e telefonici senza bisogno di un mandato. L’ordine della Corte che ha permesso all’NSA la raccolta dei dati telefonici è basato proprio sul Patriot Act.
L’allarme sulla sicurezza della privacy dei cittadini americani era stato lanciato tempo fa da due senatori democratici, Ron Wyden e Mark Udall, le cui lettere di “avvertimento” al popolo sono state oggi riproposte dal New York Times. Le allusioni dei due sembrano ora acquistare senso, ed il sospetto è che lo scoop di oggi abbia rivelato una minima parte di un sistema ben più ampio; in questo senso è preoccupante come la sentenza scoperta dal Guardian sia un rinnovo di routine di un ordine emesso dalla stessa Corte nel 2006. 
La NSA non è nuova a questo genere di scandali: le controversie riguardanti il braccio “informatico” dell’intelligence americana non si contano più, e le sue attività sono state da sempre circondate da un alone di mistero. Nata assieme alla CIA, l’NSA ha sempre cercato di mantenere basso il clamore mediatico attorno a lei (fu ironicamente soprannominata No Such Agency, “l’agenzia che non esiste”), ma negli ultimi anni il dibattito pubblico riguardante i suoi metodi e le loro implicazioni etiche è cresciuto parecchio. Le tecniche crittografiche utilizzate dall’NSA sono state per lungo tempo classificate dal governo come munizioni controllabili, al pari delle armi convenzionali; l’agenzia è anche ritenuta una delle principali responsabili del funzionamento della rete ECHELON, un “sistema mondiale d’intercettazione delle comunicazioni pubbliche e private” (Wikipedia). 
Non sappiamo che strascichi lascerà questo scandalo, né se la Casa Bianca cambierà il suo modo di “combattere il terrorismo”. Quel che è certo è che quello della privacy è destinato a restare uno dei temi più scottanti dei prossimi anni, specialmente in America; non è il primo né sarà l’ultimo scandalo di questo tipo negli USA, un Paese che ha sempre preferito anteporre i “diritti” dello Stato a quelli dei cittadini, specie nei momenti di crisi, veri o presunti che siano.
Giovanni Zagarella