Lettura e Orgasmo con il progetto "Hysterical Literature" di Clayton Cubitt

L’isteria, una serie di attacchi nevrotici intensi che si pensavano quasi esclusivamente femminili (hysteron è appunto il greco di “utero”), fu studiata intensamente dai medici dell’età vittoriana, i quali si dedicarono alla cura per mezzo di manovre che miravano alla stimolazione genitale fino al raggiungimento del “parossismo isterico“.
Clayton Cubitt, fotografo, scrittore e regista americano, nel 2012 ha dato il via ad un progetto chiamato Hysterical Literature che coinvolge l’universo intimo della donna e, appunto, la letteratura.
La sua idea consiste in una serie di video. La scena è sempre la stessa: filtro in bianco e nero e una donna che legge ad alta voce il suo libro preferito seduta ad un tavolo. Fin qui la letteratura. L’isteria, che riprende la definizione ottocentesca, viene dopo qualche minuto, quando la donna, durante la lettura, non riesce a contenersi. Sotto al tavolo, infatti, viene stimolata sessualmente con un vibratore e raggiunge l’orgasmo.
Lungi dall’essere associato alla pornografia, Cubitt realizza queste riprese bicromatiche, spoglie, quasi fotografiche, dove ciò che si vede sono soltanto il tavolo, la donna e il libro. Tutto reso il meno provocante possibile.
Prendendo in considerazione i diffusi autoscatti noti sul web come selfies, l’artista ha cercato un modo per impedire al soggetto ritratto di mantenere quella posizione. Dopo vari tentativi insoddisfacenti per la sua ricerca (come i suoi Long Portraits) ha pensato di isolare la donna in modo da evitare il più possibile ogni tipo di imbarazzo e fare in modo che tutto si svolgesse con naturalezza. In questo modo si entra nel cuore del progetto: individuare la reazione di chi guarda rispetto all’accostamento di due aree di solito così distinte come la cultura e la sessualità.
Partendo dalle selfies, passando per il rapporto delle donne con il proprio corpo e con la propria mente fino ad espandere la ricerca a chi assiste alla scena, insomma, Clayton Cubitt fa una vera e propria esplorazione antropologica. 
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Il Bibliomotocarro: i libri hanno messo le ruote

“Se i libri sono lontani, come dite voi, che possiamo fare?”. “Li dobbiamo avvicinare” rispondevano con la semplicità, la spontaneità e la naturalezza dei bambini.
“E come?” – chiesi.
E Michele, in quell’occasione il più ispirato, con tempestività sentenziò:
AI LIBRI DOBBIAMO METTERE LE RUOTE“.
Era l’idea. Nacque così IL BIBLIOMOTOCARRO: i libri hanno messo le ruote.
Con questo dialogo di vita quotidiana Antonio La Cava, maestro elementare in pensione, ci narra la nascita del suo progetto volto ad avvicinare i lettori più piccoli e non alla passione e all’amore per i libri. Ma in che cosa consiste questo Bibliomotocarro? Semplicemente, il maestro ha trasformato e riadattato una piccola Ape 50 a biblioteca ambulante assai ben attrezzata e predisposta per rispondere alle richieste di chi vi si accosta. Il progetto, operativo dal 1999-2000, svolse per i primi sette anni un servizio di prestito gratuito dei libri nel pomeriggio-sera del sabato a Ferrandina, comune della Basilicata, con otto fermate nei rioni del centro storico e nei quartieri moderni del paese e la domenica a Salandra, sempre in Basilicata, con due fermate, la prima a Montagnola alle 10 e la seconda in piazza San Rocco alle 11.

Ma perché proprio un motocarro? “Perché il motocarro è un mezzo popolare, umile, semplice: le qualità giuste perché l’idea risultasse vincente. Il Bibliomotocarro, infatti, è a dimensione di bambini, li mette a loro agio, avvicina a loro i libri così tanto da creare, tra libri e bambini, familiarità, dimestichezza, amicizia: una rivoluzione, insomma, nel campo della promozione della lettura, sopratutto pensando a come il libro viene spesso visto e vissuto. In Italia si legge poco, ma in Basilicata si legge ancora meno per tante ragioni che hanno tutte, però, un elemento in comune: la lontananza del libro”.
A questo progetto, se ne affiancò ben presto un altro: I libri al citofono. Nelle scuole vennero installate delle cassette di color celeste simili a quelle della posta nelle quali chiunque poteva imbucare la propria richiesta del libro da leggere, indicando giorno ed ora in cui gradivano riceverlo direttamente a casa. Purtroppo quest’iniziativa, per motivi di natura economica, è stata abbandonata dopo soli due anni. A maggio di quest’anno, dopo dieci anni, il Bibliomotocarro è ripartito alla volta di Torino per partecipare al Salone internazionale del libro e promuovere la candidatura di Matera come capitale europea della cultura nel 2019. Per essere sempre aggiornati sulle iniziative promosse dal Bibliomotocarro, si può visitare il sito http://www.ilbibliomotocarro.com.
Allora davvero in questo caso si può affermare: “… si tu ne vas pas au livre, le livre irà a toi“, che assume un valore ancora maggiore nel clima di quasi totale disaffezione e lontananza delle giovani generazioni dalle magiche pagine dei libri, che aiutano bambini e adulti a scoprire nuovi mondi e, perché no, anche se stessi.

Lucia Piemontesi

Book bar: quando la lettura diventa un’esperienza tutta da vivere

Chi avrebbe mai immaginato che sfogliare un libro sorseggiando un caffè o un cappuccino sarebbe diventata addirittura una tendenza?! La stessa che arriva direttamente da New York, culla dei book bar, i “loci amoeni” dei nostri tempi (Library Cafè, nel cuore della Grande Mela è il primo caffè con libreria aperto al pubblico), per poi diffondersi rapidamente in Europa, in Inghilterra ed ora anche in Italia.

Se nei caffè letterari e nei salotti culturali di illuministica memoria letterati, intellettuali, filosofi si incontravano per discutere, confrontarsi e scambiarsi piacevolmente idee ed opinioni, i book bar offrono, oggi, la possibilità di vivere l’esperienza della lettura in una dimensione nuova – insolita, se vogliamo – all’insegna di una quotidianità che si tinge di intimità ma, nello stesso tempo, di familiarità: chi entra in un book bar, infatti, è spesso spinto dalla voglia di rilassarsi leggendo un buon libro, ma anche dalla curiosità di condividere qualcosa in più, spezzando per un attimo la monotonia quotidiana. D’altro canto, la cultura è in primis tutto ciò: apertura, reciprocità, confronto, condivisione.

E l’Italia, paese che per innata tradizione pulsa di Cultura, non resiste alla tentazione dei book bar, che vale la pena visitare da Nord a Sud: Roma è la città che di sicuro può vantarne vari e ragguardevoli esempi (ne basti uno su tutti: il Caffè Letterario su Via Ostiense), ma anche Milano (con il sofisticato Caffè degli Atellani) e Torino (con il Mood) non deludono le aspettative. Cambiano le mode, cambiano le prospettive, cambiano le chiavi di interpretazione della realtà che ci circonda e cambia, quindi, anche il modo di leggere e di fare e trasmettere cultura.

La letteratura che libera: quando la poesia viene da dietro le sbarre

Figli 

Rendetemi cieca e io 
vivrò felice di sentire 
il loro respiro. 
Vivrò con il tocco delle loro
mani come fossero vibrisse di gatto 
o piccoli nastri d’argento. 
Come giunchi loro sono cresciuti 
persistenti alla vita 
nulla si crea, nulla si distrugge 
il mio amore per loro 
dà fuoco alle valanghe. 
 – Tatiana Mogavero 
Avete presente lo stereotipo del carcerato? Un omone grande e grosso, con l’aria gelida, magari un po’ la luna storta e le braccia ricoperte di tatuaggi? Dimenticatelo. Spesso pensando al carcere si dimentica l’umanità che, pur mascherata dietro ad uno sbaglio, non smette mai di esistere. Prima di essere criminali, i carcerati sono uomini o donne. E’ questo ciò che è stato mostrato ieri, giovedì 21 novembre, all’incontro di Bookcity “Giustizia penale e società civile”, svoltosi all’Università degli Studi di Milano. Oltre ad essere stata un’occasione per celebrare i 250 anni dalla pubblicazione dell’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”, l’incontro ha visto la partecipazione di alcuni detenuti delle carceri di San Vittore, Opera e Bollate. 

Come è stato più volte ricordato, la poesia e la detenzione sembrerebbero – in apparenza – due concetti lontani e inconciliabili. E’ stato però dimostrato che non è affatto così: nel carcere di Bollate infatti le due scrittrici Anna Maria Carpi e Maddalena Capalbi hanno creato sei anni fa – e curano tuttora – un laboratorio di poesia. Si tratta di una grande opera di volontariato che ogni sabato mattina consente ai detenuti di mettere su carta i loro più intimi pensieri, sperimentando, riflettendo e giocando con le parole. Molti di loro si sono fatti coraggio e, vinta la timidezza e la ritrosia iniziale, hanno esposto le loro sensazioni in modo completamente nuovo. Il risultato è ben visibile nelle due antologie dove vengono raccolte trenta poesie scritte dai detenuti: la prima “Sono i miei occhi” (2012) e la seconda “Quell’azzurro che non comprendo” (2013). Entrambi i titoli sono stati tratti da alcuni versi dei componimenti presenti nelle due opere; in particolare “Quell’azzurro che non comprendo” è divenuto il titolo dell’ultima raccolta perché in grado di dare una visione colorata del mondo non dal punto di vista di chi è fuori, ma di chi deve vivere tra il grigio delle mura di un carcere.
Oltre alle due antologie poetiche, il laboratorio ha dato i suoi frutti mostrando al pubblico di Bookcity l’anima più ‘sentimentale’ di quei carcerati tanto stereotipati e disumanizzati dall’ideologia comune. Agli occhi degli spettatori si sono presentate persone emozionate, commosse, in grado di sostenersi a vicenda e farsi coraggio tra loro con grande umiltà. E’ stato poi ricordato come per molti la letteratura sia stata una vera e propria cura: appassionarsi alla lettura e alla scrittura ha permesso ad alcuni di loro di trovare il modo in cui sfogare la propria rabbia, le proprie paure o incertezze. Non più quindi la criminalità, ma la cultura come soluzione ai propri problemi. 


Tra una poesia e l’altra, è stato inoltre reso noto come molti detenuti fossero all’inizio totalmente estranei al mondo letterario; le opere da loro scritte mostrano tuttavia una grande profondità e dedizione. Alcuni componimenti sono caratterizzati da una grande cura nella forma (rime, allitterazioni, ritmi coinvolgenti degni di poeti esperti), altri invece sono molto più semplici ed ingenui, ma sinceri. Ciò che accomuna tutte queste opere, diverse per forma e contenuto, è la voglia di esprimersi, mettersi in gioco e, perché no, mostrare al mondo quel che sta dietro a un ingenuo pregiudizio.