Pablo Neruda: sonetto XVII (da Cento sonetti d’amore)

No te amo como si fueras rosa de sal, topacio
o flecha de claveles que propagan el fuego:

te amo como se aman ciertas cosas oscuras,

secretamente, entre la sombra y el alma.

Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,

y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo

el apretado aroma que ascendió de la tierra.

Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
te amo directamente, sin problemas ni orgullo:

así te amo porque no sé amar de otra manera,

sino así de este modo en que no soy ni eres,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,

tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño.

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Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Non è l’apparenza, non è l’estetica a contare nell’amore. L’amore non è una forza prorompente, né qualcosa di definito; non è luce. È, per Neruda, oscuro, segreto, tremolante, incerto, puro: tutto si confonde e si mischia. Una rosa di sale o un topazio, per quanto siano oggetti raffinati, sono effimeri e fragili: la loro esteriorità si può ammirare, ma non amare. Il poeta con due similitudini tenta di spiegare in che modo riesca ad amare: come si amano certe cose oscure, come la pianta che non fiorisce e reca dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori (che ricorda, in un certo senso, i germogli platoniani che non riescono a sbocciare dall’anima). 

Eppure nella penultima strofa viene a galla tutta l’incertezza nell’esprimere il sentimento: T’amo senza sapere come, né quando, né da dove. È come se i tentativi di delineare in modo chiaro questa passione fossero stati quasi inutili: così ti amo perché non so amare altrimenti/ che così. Con un forte enjambement Neruda in un certo senso si arrende, per poi andare a spiegare, in un ultimo tentativo, forse il più astratto, questo “così”. L’anafora di così vicino negli ultimi due versi intensifica il senso di profonda appartenenza degli amanti: il poeta è vicino sia fisicamente che spiritualmente all’amata, a tal punto che la mano di questa viene a far parte del compagno stesso e gli occhi di lei si chiudono nel momento in cui egli s’addormenta.
Difficile più che mai tentare di spiegare questo sonetto: la forza incredibile di Neruda sta nel fatto che chiunque, leggendo, riesce a penetrare nel componimento e farlo proprio, a proprio modo. Non a torto è definita da molti la poesia d’amore moderna per antonomasia. La limpidezza e la musicalità del linguaggio (si consiglia di leggere il testo originale anche se non ispanofoni) e le immagini vive e forti contribuiscono a creare quell’atmosfera quasi eterea propria del cileno, il quale sembra in grado di catturare qualsiasi generazione e qualsiasi sesso nella rete della contemplazione poetica.

Giulia Bitto
da PensieriParole
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