PD e M5S di fronte ad un bivio: riformare assieme la legge elettorale, o mantenere in vita lo spettro di Berlusconi?

Alessandro Bianchi (Reuters/Contrasto)
La sentenza della Cassazione che condanna Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione (di cui solo uno effettivo) non eliminerà il Cavaliere dalla scena politica. Delegittimato sul piano legale ed istituzionale, Berlusconi può ancora contare su un vasto appoggio popolare e su un partito compattissimo alle sue spalle, che dispone ancora di un vasto potere decisionale in Parlamento. La richiesta della grazia e la minaccia del voto anticipato sottolineano come Berlusconi si stia giocando tutte le sue carte, gettando alle ortiche la facciata del politico interessato soltanto al bene del Paese. Il capo del PDL sa che votare adesso, con questa legge elettorale, sarebbe devastante per il Paese ed estremamente conveniente per lui ed il suo partito. Il Porcellum falsa il gioco elettorale, facendo sì che l’unica maggioranza stabile possibile sia quella di centro-destra: le regioni chiave, che assegnano più senatori, sono tutte roccaforti storiche della destra (Sicilia, Lombardia, Veneto). Inoltre il Porcellum consente al PDL di candidare i propri uomini “di fiducia” senza dover passare dal vaglio popolare, grazie al meccanismo della lista bloccata.
Tuttavia, la condanna rappresenta una grossa occasione di “redenzione” per le altre due grandi forze politiche in campo, il PD ed il M5S. Con i ministri ed i deputati PDL pronti a dimettersi e a far crollare il Governo delle larghe intese, si spalancano nuovamente le porte ad un patto di collaborazione temporanea tra il partito ed il movimento. La possibilità di mettere in piedi tale collaborazione è stata ventilata nelle ultime ore dal capogruppo M5S alla Camera Riccardo Nuti, e appoggiata da molti altri parlamentari a cinque stelle. Non solo le due forze politiche trarrebbero vantaggio a livello di immagine in vista del (comunque imminente) prossimo voto, ma potrebbero dare al Paese una solida legge elettorale che permetta lo svolgersi di elezioni più pulite e democratiche, oltre alla possibilità di testare una collaborazione più volte sfiorata nei primi mesi di governo, ma mai realizzata per colpa di entrambe le sponde politiche. 
Un estratto del documento inviato dal capogruppo Nuti ai parlamentari M5S
























Cosa guadagna il M5S:
– La critica di un’ampia fetta della base dopo la rinuncia all’alleanza col PD di Bersani ed il disastro alle recenti amministrative, rendono evidente la necessità per il Movimento di cambiare rotta, almeno parzialmente. Agire concretamente per cambiare il Paese darebbe un segnale forte agli elettori che, stando agli ultimi sondaggi, hanno in parte perso la fiducia in Grillo e compagni. 
– Redigere una nuova legge elettorale porterebbe vantaggi diretti anche al movimento di Grillo, dando la possibilità di ottenere risultati migliori alle prossime elezioni, e contemporaneamente di dover sottostare meno al potere di Berlusconi. 
 – La collaborazione col PD non intaccherebbe la “verginità politica” del M5S: non si tratta di un’effettiva alleanza ma di un patto a termine con uno scopo ben preciso, imprescindibile per non falsare la futura competizione elettorale. Un rifiuto del PD di riformare la legge elettorale costituirebbe un grande successo d’immagine per il Movimento, che potrebbe ribadire la sua distanza dai partiti tradizionali. 
Cosa guadagna il PD:
– Dopo il disastro di immagine del Governo delle larghe intese, il PD ha la possibilità di riprendersi e di salvare il salvabile. La riforma elettorale non porterebbe che vantaggi, e placherebbe i moltissimi elettori scontentati dalla mancata elezione di Stefano Rodotà a Presidente della repubblica e dalla deriva centrista del partito. 
– Un patto col M5S, seppur a termine, obbligherebbe il PD ad una svolta socialdemocratica, verso un tipo di politica più simile a quella di cui si faceva interprete Bersani: se la collaborazione dovesse continuare anche dopo la riforma elettorale, la coppia al governo potrebbe pensare ad attuare il reddito di cittadinanza e altre riforme simili, recuperando una fetta degli elettori di sinistra persa negli ultimi mesi. 
– Il patto potrebbe rappresentare un’occasione per chiarire la struttura interna del partito, ancora orrendamente diviso in una moltitudine di correnti e fazioni, che spesso hanno poco o nulla a che fare l’una con l’altra. L’annosa questione dei 101 che tradirono Romano Prodi è stata solo accantonata, e resta da capire quanti membri del PD siano da considerarsi fuori dal progetto iniziale. Venire a patti col Movimento potrebbe far scoppiare le divergenze finora sopite, obbligando il partito ad un confronto serio su tutta la sua struttura in vista del prossimo voto e, ancor prima, dell’elezione del segretario e del nuovo candidato premier.
Giovanni Zagarella  
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Rodotà attacca il M5S: è polemica, e Grillo scarica anche lui

Stefano Rodotà

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È successo. Dopo la “defezione” della Gabanelli, passata dall’essere una santa del pantheon pentastellato a demone della casta, sembrava solo questione di tempo prima che Stefano Rodotà ed il Movimento 5 Stelle si scontrassero. E lo scontro è avvenuto oggi, a causa dell’intervista rilasciata dal professore al Corriere della Sera. 

Rodotà ha commentato il pesante passo indietro del Movimento alle recenti elezioni comunali (i grillini sono fuori da tutti i ballottaggi), analizzando le cause della dèbacle, e traendone spunto per fare la sua personalissima disamina del percorso finora maturato dal M5S. “La rete da sola non basta”, dice il professore, “non è mai bastata”. Rodotà rimprovera ai grillini di “non essere andati oltre” la rete, ribadendo l’importanza del radicamento territoriale (individuato come uno dei punti cardine della vittoria del PD a queste elezioni), e rinunciando a spiegazioni facili riguardo la recente sconfitta: “elettori immaturi, che non capiscono. Si dice quando si vuole sfuggire a un’analisi”. 
Il giurista si è anche soffermato sui deputati a 5 stelle, disconoscendo “il valore dell’inesperienza” e auspicandosi che agiscano più liberi dai dettami di Grillo e Casaleggio: “i parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare. In alcuni casi lo stanno già facendo e ho sentito anche interventi di qualità”. Rodotà non ha infine risparmiato una frecciata al PD, che “non è tutta la sinistra” e che deve guardare di più alla società, con un occhio alle imminenti elezioni europee. 
Un attacco deciso, dunque. Di certo non offensivo né irruento, ma che ha sottolineato le distanze ideologiche tra le due parti. La risposta di Grillo non si è fatta attendere, ed è arrivata poche ore dopo tramite il suo blog. Pur non nominandolo mai, Grillo ha definito Rodotà “un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra”. Il professore è stato dunque ritenuto un “prodotto” del Movimento che, esattamente come la Gabanelli qualche settimana fa, ha voltato le spalle al creatore, rinnegandolo pubblicamente. 

Siamo alle solite: una delle più grandi pecche di Grillo (e di una parte dei militanti del Movimento) è l’incapacità di accettare la critica. Anche se la critica in questione è rivolta in modo pacato ed educato, e potrebbe essere un germe per una discussione che favorisca la crescita collettiva. Anziché replicare, Grillo ha preferito ancora una volta la via dell’aggressione: ciò fa parte del suo personalissimo stile retorico, lo stesso che gli ha permesso di riempire tantissime piazze italiane; ma alla lunga potrebbe risultare dannoso per se stesso e per tutto il Movimento. Se un mese fa Rodotà ha accettato la candidatura del Movimento al Quirinale, vuol dire che in esso vedeva dei buoni propositi, e la possibilità di smuovere in qualche modo la sedimentata politica italiana. Che però Rodotà fosse un dichiarato uomo di sinistra (militò nelle file del PCI) e non uno dei loro, Grillo lo sapeva bene: il suo “sincero stupore” sembra un po’ fuori luogo, anche perché il professore non ha mai fatto nulla per nascondere la sua fede politica. 

Adesso anche Stefano Rodotà, fino a ieri paladino del Movimento, è diventato “servo della casta” (leggere i commenti dei militanti sul blog per credere). Grillo continua imperterrito nella politica del “noi contro tutti”, dell’ Italia A (che vota M5S) e dell’Italia B (che continua ad appoggiare i partiti), orrida espressione coniata per commentare il risultato delle comunali. Finora ha funzionato, in futuro non si sa. Stamattina un gruppo di deputati di PD, M5S e SEL ha presentato una mozione parlamentare per la cancellazione del programma di acquisto degli F35, impegno che costerà all’Italia ben 12,8 miliardi di euro: la dimostrazione che la collaborazione funziona e, anche se non si è d’accordo su tutto, ci sono obbiettivi di interesse nazionale che possono essere perseguiti insieme, senza crogiolarsi in un isolazionismo autoreferenziale. Non è, né in futuro sarà, mai troppo tardi per aprirsi al confronto con le altre forze politiche e con l’interezza della società, per costruire assieme qualcosa di buono.

Giovanni Zagarella

Crozza: "Grillini, dallo tsunami alla secchiata d’acqua"

Copertina anomala quella di Maurizio Crozza, che ha aperto la scorsa puntata di Ballarò con un simpatico siparietto con la Carfagna. Inevitabili i commenti sulle amministrative (“Il PD sta rischiando di vincere, non sarebbe l’ora di chiamare Bersani?“) e in particolare sul ballottaggio tra Alemanno e Marino a Roma (“Si sfidano i candidati di due partiti alleati di governo, è come scegliere tra Superman e Clark Kent: sì, uno ha gli occhiali ma è uguale!“). 
Chiusura polemica sul M5S, fuori da quasi tutti i ballottaggi (“Non esiste più neanche il voto utile: ora potranno organizzare il primo VaffaDay della storia” […] potevano cambiare questo paese ma si sono astenuti“) e su Silvio Berlusconi (“Pensa di rifarsi al secondo turno… o meglio, al secondo grado di giudizio“).