Morosini, si ipotizza l’omicidio colposo: tre i medici indagati

Un anno e mezzo fa la sua tragica morte sconvolse il mondo del calcio: Piermario Morosini, calciatore del Livorno, si accasciò in campo al 31′ minuto della trasferta di Pescara per non rialzarsi mai più. La sua tragica fine, che aprì una dura polemica sulla sicurezza e la prevenzione in ambito sportivo, ha lasciato un duro segno sul volto del nostro football. Piermario era un ragazzo semplice, umile, con una storia familiare drammatica e che, solo col suo talento e la sua voglia di fare, era riuscito a costruirsi un futuro, arrivando a giocare in Nazionale U-21 con gente come Balotelli, Ranocchia, Sirigu, Marchisio e Abate. Tutto fino a quel tragico pomeriggio di Aprile.
E oggi, dopo più di un anno e mezzo, il pm Valentina D’Agostino ha presentato la richiesta di rinvio a giudizio per tre dei medici che tentarono di soccorrere lo sfortunato giocatore. Si tratta di Manlio Porcellini, medico sociale del Livorno, di Ernesto Sabatini, che ricopre lo stesso ruolo nel Pescara, e di Vito Molfese, medico del 118 dello stadio nel giorno della tragedia. Il pm, in vista dell’udienza davanti al gup di giorno 20 Febbraio 2014, ha contestato a tutti e tre il mancato utilizzo del defibrillatore, che probabilmente avrebbe concesso all’atleta qualche possibilità in più di sopravvivenza. Ma, comunque vada a finire questa storia, al calcio resta da un lato un grande vuoto e dall’altro un grande interrogativo: possiamo lasciar morire dei ragazzi su un campo di pallone?
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‘1934’ di Alberto Moravia – Recensione Libro

“È possibile vivere nella disperazione e non desiderare la morte?”

Lucio, un trentenne antifascista laureatosi con una tesi su Kleist, si pone proprio questa domanda durante le sue vacanze a Capri, dove ha intenzione di tradurre alcuni racconti dell’autore tedesco e riflettere sulla condizione di eterno dolore a cui l’uomo è destinato. Il suo bizzarro progetto è quello di “stabilizzare la disperazione”, ovvero renderla una banale consuetudine a cui l’uomo dovrà arrendersi, senza cadere nella ‘trappola’ del suicidio.

Le intricate riflessioni di Lucio sono però interrotte, fin dal viaggio in traghetto verso Capri, dalla presenza di una ragazza, che sembra osservarlo con curiosità e sconforto. L’uomo è immediatamente attratto sia dall’aspetto fisico della giovane – si tratta di una minuta ragazza tedesca dai capelli rossi – che dal suo sguardo colmo di malinconia. Lucio tenta invano di avvicinarsi alla donna e parlarle; lei, tuttavia, sembra non volere altro che il silenzio, colmo di giochi di sguardi dal significato incerto. Questo gioco di occhiate, silenzi e turbamenti farà nascere tra i due un amore tanto vivo quanto funesto. Beate (così si chiama la ragazza, come scoprirà il protagonista dopo mille tentativi di avvicinamento) è come Lucio molto appassionata a Kleist, tanto che arriva a chiedere all’uomo, con taciturni ed ambigui stratagemmi, di compiere un folle gesto, imitando l’autore tedesco: un suicidio a due, così come Kleist ed Enrichetta Vogel avevano fatto nel 1811.

Moravia esplora la mente del protagonista che, impaurito ma al tempo stesso affascinato dall’insolita proposta, vorrebbe scoprire qualcosa di più sulla vita della ragazza. E non è il solo, Lucio, a voler conoscere le motivazioni che hanno spinto Beate a questo audace progetto: il lettore, tra uno sguardo sfuggente della ragazza e un pensiero tormentato dell’uomo, non può fare altro che chiedersi, per pagine e pagine, quale mistero si nasconda dietro gli occhi tristi di lei. La narrazione subisce all’improvviso una totale svolta quando, nel momento più inaspettato, appare una gemella di Beate, a lei opposta per quanto riguarda il carattere ma fisicamente identica. Lucio, ritrovando in lei i tratti dell’amata, imparerà a conoscerla e, di conseguenza, a conoscere Beate. Nella seconda parte del romanzo l’identità delle due donne e la loro evidente opposizione sarà continuamente messa in dubbio, fino ad arrivare a un tragico quanto inaspettato epilogo.

Moravia riesce, dietro a riflessioni filosofiche e tormentati pensieri, a catturare continuamente l’attenzione del lettore con piccoli particolari o indizi, che non fanno altro che accrescere il senso di mistero ed inspiegabilità tipico di tutto il romanzo. L’autore è poi molto abile nel fondere più generi letterari, senza per questo risultare dispersivo o pesante: 1934 potrebbe essere considerato un libro storico per i molti richiami al fascismo e al nazismo, fra tutti il titolo, ovvero l’anno della notte dei lunghi coltelli; un libro filosofico per le numerose riflessioni sulla vita e sulla morte, sulla disperazione e sul piacere; un romanzo erotico per quanto riguarda gli incontri, veri o soltanto immaginari, tra Lucio e le due gemelle; e, perché no, anche un thriller per certi versi, data la continua suspense che Moravia riesce a creare.

La vera bellezza del romanzo sta nelle pagine dense di pensieri che, pur ripetendosi, travolgono il lettore. Chi legge infatti non può fare altro che immedesimarsi in Lucio e chiedersi: “io, al posto suo, cosa avrei fatto?”

Il settimo sigillo – Un caffè con Bergman – Recensione Film

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Il settimo sigillo  (Det sjunde inseglet) è uno dei capolavori indiscussi del genio svedese Ingmar Bergman, grande regista che ha segnato in maniera prorompente il Cinema attraverso un linguaggio ed una regia che non hanno eguali, il tutto coadiuvato da un’ ottima formazione teatrale.
Con questa pellicola del 1957 entriamo nel vivo della poetica del Bergman, poetica che caretterizzerà l’intera produzione del regista svedese. In particolare vengono delineate tutte quelle domande esistenziali che l’Uomo si è posto sin dall’alba dei tempi. Domande esistenziali di leopardiana memoria, domande che come per il pastore errante dell’Asia, non avranno mai risposte definitive. 
L’unca certezza che il genere umano può avere all’interno del proprio mondo di paura e di ombre è senza dubbio la morte. La triste mietritrice che sopraggiunge indiscussa su ogni individuo. Come diceva il grande Totò è una “livella”, non fa distinzione alcuna. 
La morte

Ella è rappresentata come la personificazione di un monaco, in vesti nere ed incappuciato, senza alcuna peluria sul volto, pallido come la cenere, lo stesso colore cinereo che caratterizza i volti dei cari amati, quando  alcun alito di vita possiede le carni che una volta erano vigorose e capaci.

Tale immagine fisica, rimarrà per sempre impressa negli occhi dello spettatore, abbandonando un immaginario collettivo che preferiva uno scheletro con la falce.
La morte è dura, fredda e schietta, viene senza indugi a reclamare ciò che le appartiene. Siamo in uno scenario ambientato in un fosco medioevo, pieno di supertizione e movimenti millenaristici. Flagellanti, pittori e chierici urlano a gran voce il loro monito alle masse: “La fine è vicina!” Regna la peste nera che con sé, oltre La morte, ha portato la disperazione, Il crollo di tutto un certo sistema di valori morali fortemente radicatosi nel passato: il terreno viene meno sotto i piedi, vi è il crollo di ogni certezza!
Tale è lo scenario che si prefigge ad Antonius Block, cavaliere di ritorno dallo scempio delle crociate. Unico sostegno è Jöns, il suo scudiero, crudo, cinico, materialista, un personaggio come pochi, ed in netto contrasto col suo tempo, tanto che è accettato soltanto dalla ragazza muta che egli stesso salva da un’aggressione, muta poiché incapace di poter manifestare agli altri l’angosciosa consapevolezza che più di altri essa possiede: “l’ora è venuta”.
Jöns è la manifestazione dell’aspetto logico-razionale dell’uomo, ma la visione del mondo cha ha lo scudiero è pessimistica ed in particolare rassegnata.
Antonius Block e lo scudiero Jöns

Antonius Block, tornato dalla crociata, non sa più cosa credere, ha una profonda crisi mistica. Ecco il passo successivo, l’uomo non si ferma davanti alla morte, ma pone il problema di Dio. Figura onnipotente e infinita, unica capace di poter dar un senso alla caducità ed all’apparente insensatezza dell’esistenza umana. Vi è all’interno di Antonius un conflitto tra l’esistenza di Dio, che darebbe senso all’esistenza, e la possibilità che il divino non esista, che è una visione che pare molto più reale ai suoi occhi ma che rimane contraddittoria ed inesplicabile. Una strada irta e tortuosa si prefigge al cavaliere in cerca di riscatto, non di un riscatto cavallersco, ma concretamente umanitario in opposizione all’esperienza delle crociate. Tale riscatto si concretizzerà nel momento in cui, per salvare la giovane famigliuola di saltimbanchi dalla morte, darà loro l’occasione di scappare perdendo volutamente la partita a scacchi intrapresa con la morte stessa, iniziata  con l’intenzione di poter prender tempo, affinché si compisse una buona azione.

Jof e Mia

Alla fine riesce a vivere a questo mondo chi come Jof, il marito di Mia della famiglia dei saltimbanchi, vive di fede, fede nelle sue apparizioni a cui nessuno crede, ma che sono l’unica cose che alla fine consente loro di poter fuggire alla morte.

Non è la soluzione definitiva  ma neanche le altre sembrano essere alternative completamente esaurienti e per molti versi sono pure più angosciose della fede stessa.
Sembra riecheggiare un’eco: “la fede è paradosso e scandalo”, inteso in senso più come lo intendeva Sartre rispetto a come lo intendeva Kierkegaard. L’unica consapevolezza assoluta è la morte che sopraggiunge funesta, realtà che trascende qualsiasi verità. 
Ingmar Bergaman

Il mondo tracciato dal maestro I. Bergman, che poi è la rappresentazione della vita stessa, sarà meglio delineato con la sua produzione successiva, in cui viene posto l’individuo e la natura conflittuale e insanabile dello stesso in rapporto agli altri ed al concetto dell’incomunicabilità tra gli esseri. Esistenzialismo puro che mai sarebbe potuto esser rappresentato meglio, rappresentazione che non è soltanto artistica ma pure filosofica ed al tempo stesso trascende qualsiasi altra forma, sia essa poetica, cinematografica, narrativa o saggistica.

 
Un capolavoro da vedere e rivedere, per poter cogliere sempre una visione nuova e completa del messaggio del Bergman. Incontrarlo attraverso la visione della sua produzione cinematografica è sempre un’emozione indescrivibile ed ad ogni suo incontro scrivere una recensione, spiegare un suo film o semplicemente raccontarlo risulta essere un insulto alla sua sublime arte, ogni altra rappresentazione, che non sia del Bergman stesso, è una rappresenzione ingannevole e sbagliata.
È impossibile render un linguaggio e una forma che in altri termini non potrebbe esser rappresentati.
– Köröshi

Addio a don Gallo, il prete "rosso" che amava gli ultimi

Don Andrea Gallo

Dal mio punto di vista, agnostico e anticlericale, l’unico “difetto” di Don Gallo era proprio portare la tonaca, ma questo prete genovese non ha avuto nulla, come spirito e come azioni, da invidiare ai grandi uomini del nostro secolo: ce lo possiamo immaginare partigiano sulle montagne, rivoluzionario in Sudamerica, attivista nelle piazze… sempre all’avanguardia, il buon vecchio Don Gallo: non solo nei confronti di una Chiesa incapace di adeguarsi alla modernità, ma anche e sopratutto verso una società che continua a escludere quegli “ultimi” che, proprio grazie all’insegnamento di questo maestro di strada, un po’ Faber, un po’ Don Bosco, avevano in questi decenni conquistato a più riprese la ribalta nazionale. Dire addio a Don Gallo oggi, 23 Maggio 2013, vuol dire salutare anche la parte più sporca, umile e altruista della nostra coscienza collettiva.

Nato nel 1928 a Genova, da una famiglia del ceto operaio, Gallo fu, giovanissimo, membro della Resistenza, legandosi per sempre ai principi della Costituzione così come a quelli del Vangelo, che abbraccerà a partire dal 1948. Completato il noviziato si recò in missione in Brasile, dove entrò in conflitto con la dittatura e fu espulso; tornato in Italia, si segnalò come prete “scomodo” tanto da subire numerosi trasferimenti. Sono anni complicati, nei quali Gallo affina due caratteristiche che faranno di lui uno dei grandi del nostro tempo: la capacità di non saper chinare la testa e la vicinanza agli ultimi, ai diseredati del mondo, a quei fiori “nati dal letame”, per dirla come Fabrizio De André, grandissimo amico del prete.
Don Gallo in tour con Vinicio Capossela
Nel 1970, alla parrocchia di San Benedetto al Porto, Don Gallo aveva fondato l’omonima comunità, dedita al recupero dalla strada di tossicodipendenti, emarginati, transessuali, prostitute, anime perse e poi di nuovo salve grazie all’operato di una persona sui generis e della sua politica del servizio. Tra i massimi esponenti di un cattolicesimo progressista, vicino a molti principi della Teologia della Liberazione, Andrea Gallo ha raccolto intorno a sé tantissimi esponenti del mondo dello spettacolo, che nel corso degli anni lo hanno sostenuto apertamente: tra i tanti, Gino Paoli, Vinicio Capossela, Dario Fo, Vasco Rossi, Piero Pelù, Dacia Maraini, Manu Chao, Jovanotti, Fabio Fazio, Beppe Grillo, Celentano, i Subsonica, Fernanda Pivano, i Modena City Ramblers. Comunista dichiarato, ha sostenuto Nichi Vendola alle recenti primarie del PD, ha partecipato al concerto dell’1 Maggio, al Gay Pride, ai movimenti contro le basi americane in Italia. Nel 2006 era stato addirittura multato per uno spinello nel Palazzo Comunale… ma stiamo davvero parlando di un prete? 

Eh si, miei cari lettori, stiamo parlando di un prete, e forse del migliore: non un cardinale, un Ratzinger, un teologo di livello, un alto prelato che “se ne sbatte” del mondo al di sotto della sua porpora; Don Gallo era un uomo vero, capace di parlare ai potenti così come ai miseri, che credeva nel valore sociale della cultura, nel riscatto, nella seconda chance per tutti, in un Dio Padre non solo a parole (!)…

La strada mi arricchisce, continuamente. Lì avvengono gli incontri più significativi, l’incontro della vera sofferenza, l’incontro di chi però ha ancora tanta speranza e allora guarda, attende. Per la strada nascono le alternative, nasce il voler conquistare dei diritti.

L’educazione sessuale è un tema centrale. La sessualità è un dono di Dio!”


Chiunque incontri è tuo fratello, figlio, figlia; non ci sono fratelli e sorelle di serie B, C e D. Su tutte le difficoltà riguardanti l’immigrazione, dico: diamo prima l’accoglienza e poi le difficoltà le affronteremo.
Si è spento ieri, don Gallo, a 84 anni: ha lasciato la sua comunità, la sua Genova, le sue idee nelle braccia e nelle gambe di coloro che lo hanno conosciuto. Le battaglie per il sacerdozio femminile, per la democrazia, per l’accettazione di preservativo e omossessualità da parte della Chiesa, per lo stop al celibato dei preti, contro la pedofilia, contro la povertà e le centomila altre idee di un vecchio rimasto bambino fino in fondo seguiranno, ne siamo certi, la loro via. Ma oggi noi tutti, cattolici e non, credenti o meno, dobbiamo rendere omaggio ad Andrea Gallo, che magari non ci avrà aiutato a credere in Dio, ma ci ha dato molta speranza negli uomini…

Roberto Saglimbeni