La Turchia nell’Unione Europea: riprendono i negoziati

Le trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea riprendono dopo una pausa durata tre anni. Proprio quando parevano essersi dissolte le ultime speranze da parte del popolo turco, dopo le recenti tensioni sociali manifestatesi in tutto il paese, da Lussemburgo arrivano notizie senz’altro favorevoli: le contrattazioni dovrebbero riprendere questa settimana. In ogni caso, la Commissione europea si preserva dall’annunciare esiti positivi o negativi dopo questo inaspettato riavvicinamento della Turchia all’Unione dei 28 membri.
Iniziate nel 2005, le trattative vanno molto a rilento, segnate dai molti dubbi di alcuni governi membri. Il desiderio di permettere l’adesione della Turchia nell’Unione per ragioni di strategia geopolitica convive con la reticenza sull’accoglimento di un paese particolarmente popoloso, di religione musulmana, che vive oltretutto un contesto sociale già difficile. Alcuni paesi, come la Francia, rimangono dubbiosi per paura di una nuova ondata di immigrazione islamica, in Austria, invece, sussistono ancora antichi dissapori addirittura risalenti all’assedio ottomano di Vienna. Il cambio di rotta decisivo degli ultimi giorni è arrivato da parte della Germania, che dopo aver suggerito di rinviare il rilancio dei negoziati dinanzi alla violenta reazione della polizia contro gruppi di manifestanti a Istanbul, ha riaperto un dibattito con la Turchia.
Manifestanti in marcia durante le proteste dello scorso maggio
Ma facendo un passo indietro nel tempo, le trattative tra la comunità e i governi turchi iniziarono già dagli anni Sessanta quando con l’Accordo di Ankara si stilavano numerosi patti commerciali e la creazione di un Unione Doganale, la quale non ha attualmente la totalità dei poteri socio-economici. Dal 1987, quando la Turchia presentò ufficialmente la sua candidatura alla CEE, al 1999, quando la Ue la accettò come paese candidato, le istituzioni turche si sono fortemente modernizzate. Ma la maggiore spinta riformista è attribuibile al premier moderato Recep Tayyip Erdoğan che dal 2002 ha messo in atto diverse misure per accrescere le libertà civili. Tra queste si ricorda l’abolizione della pena di morte e il progressivo riconoscimento della minoranza curda. Oltre a questi tipi di provvedimenti, la liberalizzazione dell’economia ha portato ad una graduale crescita del tasso di crescita del PIL, che tra il 2002 e il 2011 si è attestato al 5,2%. 
Tuttavia, solamente la settimana scorsa la Commissione europea ha presentato una relazione in cui critica il governo del premier Tayyip Erdogan e riferendosi alle dimostrazioni della primavera chiarisce: “La repressione delle manifestazioni nate in Piazza Taksim e nell’adiacente Parco Gezi e poi diffusesi in tutto il paese e l’assenza di dialogo durante le proteste di maggio-giugno hanno provocato serie preoccupazioni”. In aggiunta ci sono ancora dei nodi irrisolti riguardo al genocidio degli armeni e dei cristiano assiri che in Turchia non solo non vengono riconosciuti, ma tramite l’articolo 301 del codice penale turco si persegue chi pubblicamente ne parla come è accaduto anche nei confronti del premio Nobel Orhan Pamuk.
La situazione è piuttosto intricata e le negoziazioni, appena ricominciate, sembrano presagire che bisognerà attendere ancora molto tempo prima di un ingresso ufficiale della Turchia nell’Unione Europea. Sarà necessario, comunque, che anche l’Italia esprima un parere al riguardo, dato che le sue decisioni potrebbero risultare molto influenti a partire dal 1 luglio 2014, quando arriverà il turno italiano di presidenza del Consiglio europeo. 

Emanuele Pinna

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