La grande bellezza – Recensione Film

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Comincerò dalla fine: “La grande bellezza è un pendolo che oscilla tra il capolavoro e la grande cagata”, un film inconcludente, prolisso e ridondante, ma allo stesso tempo geniale, innovativo e potente. L’ultima fatica di Sorrentino è pretenziosamente di felliniana ispirazione, in cui (come sottolinea il titolo) si assiste alla frenetica ricerca di un’estetica che basti a se stessa, che sia quindi capace di indurre stati emotivi tumultuosi nell’osservatore grazie a panorami, primi piani e inquadrature ossessive, nel tentativo di cogliere il bello ora nel processo creativo dell’artista, ora nella violenza dell’atto tecnico, ora in uno spogliarello dentro un night club.

Ma davvero basta inquadrare per 5 minuti una donna che canta, una nana o un fenicottero per fare del cinema concettual/psico/intellettuale? Certo che no! E “La grande bellezza”, infatti, naufraga spesso nell’oceano del banale, causa un’insopportabile “pompata pomposità”.

Eppure… Pur risultando a tratti fastidiosa, la pellicola di Sorrentino possiede in nuce un animus contenutistico nobile. Si parla infatti di un intellettuale disilluso e critico nei confronti della vita, della cultura stessa e dall’umanità che lo circonda, in una Roma decadente e deludente, che con la sua triste bellezza fa da contorno ad una società italiana allo sfascio.

Ed è proprio grazie alla critica sociale e culturale che la pellicola sorrentiniana legittima la sua esistenza conquistando le vette più elevate, una denuncia feroce ai cinquantenni/sessantenni italiani, padroni del potere economico e intellettuale, che passano le loro serate tra squallide feste, droghe, sesso e appuntamenti dal chirurgo plastico (inquadrato non a caso dentro un fascio di luce,assurgendo quasi ad un livello divino). Una generazione turpe, dipinta senza alcuna pietà nella sua routine e nelle sue logiche, che ha tradito i propri ideali di gioventù e che ora arranca tra bugie, lusso e falsità. Le sequenze delle feste, in cui vengono inquadrate maschere deformate dal botulino, trasmettono un’intensissima tristezza, in cui Sorrentino affonda raccontando un mondo di vecchi che scimmiottano i giovani, in cui persino il Dj è accompagnato da un quartetto d’archi e il vecchio ed il nuovo si fondono in un ibrido squallido e terrificante (particolarmente significative sono le musiche su cui i protagonisti ballano, remix moderni di canzoni della Carrà).

Ed anche la cultura non viene risparmiata, una cultura malata di autorefenzialismo, che si nutre di se stessa, dove l’arte fa la critica e i critici l’arte, dove il significante si stacca dal significato in un turbinio di “non sense” quasi da mal di testa. Ed a questi mondi di finta cultura, in cui una bambina di 12 anni imbratta in 5 minuti tele di 25 metri e in cui artiste concettuali fanno teatro sbattendo la testa al muro nude, il protagonista si approccia con ironia e scetticismo, cercando si scavare a piene mani in un barile tristemente vuoto, palesando le ipocrisie e le sterili sovrastrutture di un universo di artisti e artistuncoli trito, ritrito e rimasticato.

L’ironia è  una delle chiavi del successo del protagonista (lo scrittore Jep Gambardella), un personaggio davvero ben disegnato, che ama la verità, la schiettezza e la brutalità, e che non esita quindi a far crollare i castelli di carta che lo circondano, un personaggio antipatico ma sincero, una mente brillante arricchita da una sensibilità forte.
In questo minestrone cinematografico, Sorrentino trova lo spazio per far esprimere ,a tratti, il suo personaggio (commuovono i flashback della sua gioventù), un uomo a cui la vita sta inesorabilmente sfuggendo dalle mani, e che vede morire o allontanarsi tutte le perone a cui tiene, e che affronta con filosofica rassegnazione il grande mistero dell’esistenza, alla continua ricerca dell’ispirazione artistica… Della grande bellezza.

Jep prova quindi a cercare di colmare i suoi vuoti spirituali con la religione, ma venendo a contatto con le ipocrisie e il materialismo della chiesa romana (contrapposta dal regista alla figura di una suora consacrata ai poveri e alla povertà), rivolgerà altrove il suo sguardo, ritrovando l’ispirazione nei ricordi dell’amore di gioventù.

Eccezionale la regia, sublime la fotografia, uno dei punti di forza del film. Magistrale la recitazione di Servillo, sufficiente quella di Verdone, mediocre Sabrina Ferilli, apprezzabile più per l’avvenenza fisica che per l’attitudine alla telecamera.

Francesco Bitto
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