La passione per il legno di Ariele Alasko

Ariele Alasko www.arielealasko.com
Scoperta per caso su Instagram, Ariele Alasko, è una scultrice di oggetti in legno. Cresciuta in California e trasferitasi a New York 7 anni fa, ha studiato nella scuola d’arte Pratt Institute, laureandosi in scultura. Ha lavorato per alcuni artisti e in una falegnameria, “Tutto quello che ho fatto è stato costruito attraverso tentativi ed errori” spiega Ariele, e affascinata dal borough di Brooklyn ha deciso di spostarsi, e da 5 anni vive a Bedstuy. Lì, nel suo appartamento, ha dato vita al suo mestiere, costruendo mobili, grazie alla passione per la scultura e al legno vecchio. Le consegne hanno cominciato ad aumentare, così era arrivato il momento di affittare un monolocale, e ora Ariele ha un vero e proprio laboratorio dove produce e vende le sue creazioni.

Laboratorio di Ariele http://www.arielealasko.com
Testiere del letto, tavoli, quadri caratterizzati da disegni simmetrici o asimmetrici realizzati in listelli di legno di diversa grandezza, così Ariele esprime la sua creatività. Ha avuto la possibilità di realizzare tavoli da caffé, tavoli da pranzo per il ristorante Il Vecchio in California e per il Cafè Evoke in Oklahoma. Ognuno si distingue per il disegno diverso attraverso l’utilizzo di differenti tipologie di legno, diventando opere uniche nel suo genere.
Tavolo da caffè http://www.arielealasko.com
Le sue ultime novità sono le posate e taglieri, realizzati interamente a mano, di diverse dimensioni e forme.

Posate http://www.arielealasko.com

Così Ariele Alasko valorizza gli oggetti della quotidianità trasformandoli in vere e proprie sculture.

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I monumenti fantasma dell’ex Jugoslavia, "Spomenik" ll progetto fotografico di Jan Kempenaers

Durante il comunismo, l’ex presidente jugoslavo Josip Broz Tito, fece erigere numerosi monumenti dal sapore futurista per dare risalto all’epopea partigiana della seconda guerra mondiale e rinforzare così il mito della “fratellanza e dell’unità” che riuscì a mantenere in piedi la Jugoslavia per quasi cinquant’anni.
Questi monumenti vennero costruiti dove avevano avuto luogo i combattimenti e dove prima sorgevano i campi di concentramento; dopo la disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, quelle mastodontiche e inquietanti strutture furono abbandonate a se stesse, ed ancora oggi sono lì imponenti, testimoni decadenti di un passato ormai scomparso.
Ecco le venticinque fotografie dei monumenti fantasma, le foto sono state realizzate da Jan Kempenaers per il suo progetto intitolato “Spomenik“.

Consuelo Renzetti

David Cerny e il carro armato rosa: quando l’arte contribuisce a scrivere la storia

1991. La Cecoslovacchia è nel pieno di un profondo sconvolgimento sociale e politico conseguente al crollo dell’URSS, ormai definitivamente minato dalla spinta innovativa gorbacioviana della perestroika, l’imponente complesso di riforme atte a modernizzare e democraticizzare l’impero sovietico. 
David Cerny, allora giovane studente d’arte, è deciso a lanciare una durissima quanto dissacrante provocazione a quelli che sono ormai i resti dell’establishment comunista, così in piena notte, si reca nei pressi di un carro armato sovietico esposto nel centro di Praga per commemorare la vittoria della seconda guerra mondiale, e lo dipinge di rosa. Il giorno seguente, tra lo stupore generale di una folla scandalizzata e allo stesso tempo divertita dalla tinta “alternativa”, le autorità militari provvedono immediatamente a ridipingere il carro che però, pochi giorni dopo, sarà ritinteggiato di rosa da Cerny, destinato ormai a passare alla storia come uno degli scultori più sregolati  nel panorama artistico contemporaneo.
Quello dello scultore ceco fu infatti un attacco ai miti e ai simboli del potere sovietico a 360 gradi, assestato non con i convenzionali metodi di lotta, ma con l’ironia e lo scherno, che contribuirono a palesare l’assurdità e la fragilità di un impero ormai al collasso sociale ed economico. L’atto di Cerny fu sicuramente una delle istallazioni estemporanee di maggior impatto nella storia dell’arte e non solo, in quanto suscitò numerose reazioni politiche, contribuendo alla cosiddetta “rivoluzione di velluto”, che trascinò la Cecoslovacchia e parte dell’est europa fuori dall’URSS, grazie alla tenacia del suo popolo e… Grazie alla sua brillante ironia!

Francesco Bitto

L’uomo e il coraggio: l’Ercole di Lisippo

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è una gemma rara per il patrimonio artistico e culturale italiano, chi l’ha visitato almeno una volta nella vita sa bene cosa si prova nel percorrere i suoi corridoi, nel salire le sue scale e nell’ attraversare le sue maestose stanze; ma, tra tutte le meraviglie conservate gelosamente nel palazzo seicentesco, il visitatore più affezionato sa bene dove dirigersi, e lo fa anche con una fretta che definirei quasi avida, perché sa che lì, nella galleria Farnese, si sentirà immerso nella bellezza pura.

Entrati nella sezione Farnese il visitatore non ha tregua: “L’Eros”, il “Ganimede con l’aquila”, “Era”, “Il toro Farnese”, e ancora la “Venere Callipigia”, Il “Satiro con Dioniso”, i Tirannicidi Armodio e Aristogitone e poi finalmente lui, l’Ercole Farnese. Immenso, maestoso, 317 cm di pura bellezza. L’Ercole Farnese è una creazione di Lisippo ed è databile III secolo d.C. Ercole incarna la forza, il coraggio, la tenacia, ma anche la fragilità dell’uomo; Ercole è l’eroe per antonomasia, per tutta la sua vita ha combattuto per avere l’immortalità, che gli Dei gelosi non avevano voluto concedergli nonostante fosse figlio di Zeus. Dodici furono le prove che Ercole dovette affrontare per ricevere la tanto agognata immortalità e Lisippo ha voluto rendergli omaggio scolpendolo nel marmo alla fine delle sue fatiche: stanco, sfinito, ma trionfante ed etereo. Appoggiato alla clava si riposa e stringe con forza i pomi d’oro, rubati alle Esperidi, che gli garantiranno l’immortalità.

Quello che mi ha sempre emozionato di questa scultura è l’attenta esecuzione della muscolatura degli arti superiori. Il braccio sinistro, rilassato, con i muscoli distesi rappresentano il meritato riposo, sembrano tirare un sospiro di sollievo. Il braccio destro invece è energico, vitale. Ercole stringe i pomi d’oro con forza, non vuole farsi sfuggire il suo premio, quei muscoli contratti, tesi e vigorosi sembrano gridare per la gioia di aver ottenuto, dopo tanto patire, il meritato premio. 

La tecnica è sopraffina, (ma dopotutto stiamo parlando di Lisippo), è tutto perfetto, le vene, i muscoli, i capelli, la barba. La perfezione. “Ercole è definitivamente divinizzato; egli ha compite le imprese che gli hanno aperto la via dell’Olimpo e liberato da qualsiasi terrestre bisogno”. J.J.Winckelmann.

Consuelo Renzetti

La gorgone Medusa di Gian Lorenzo Bernini

La gorgone Medusa è sicuramente una delle figure più affascinanti della mitologia greca, figlia di Forco e di Ceto, aveva due sorelle: Steno ed  Euriale. Nelle “Metamorfosi”, Ovidio narra che Medusa, la più bella e mortale delle Gorgoni, aveva il potere di pietrificare chiunque osasse incrociare il suo sguardo. Solo Perseo riuscì ad ucciderla tagliandole la testa mentre Medusa era addormentata.

Tutte le rappresentazioni della Gorgone ci sono arrivate sotto forma di una creatura mostruosa e terrificante, chi l’ha dipinta l’ha fatto con colori scuri e tratti duri, chi l’ha scolpita l’ha impressa nel marmo con cattiveria e perfidia. L’unica rappresentazione che rende giustizia a questo meraviglioso personaggio è quella del Bernini, che la realizzò presumibilmente negli anni di pontificato di Papa Innocenzo X, tra il 1644 e il 1648. La medusa del Bernini ci appare serafica, non si scompone al passaggio delle migliaia di persone che  si fermano ad osservarla, è lì, con lo sguardo basso, con l’aria rassegnata: Medusa sa di non godere di una buona reputazione. Ironia della sorte, pietrificava chiunque la guardasse negli occhi ed ora è lì, imprigionata nel pregiato marmo bianco che il Bernini ha scelto per lei. Le linee morbide e la plasticità dello sguardo le donano un’ aria mite; è bella, di una bellezza classica, arcaica, lontana.

Tutto è fermo e sospeso, l’unica nota di movimento è data dalla capigliatura, i serpenti sembrano voler ribellarsi per lei, ad un primo sguardo sembrano muoversi, aggrovigliarsi sembrano persino sibilare. Tutto è sospeso tra l’inquietudine e la calma. Un gioco eccelso di luce ed ombra le conferisce un’aria austera ma triste nel contempo. Ciò che più destabilizza di quest’opera è proprio la scelta di far tenere lo sguardo basso ad un personaggio così forte e così controverso.

Bernini ha messo uno specchio immaginario sotto la Medusa scolpendo così nel marmo il suo sguardo nel momento della sua trasformazione; la bocca socchiusa, lo sguardo accigliato e il volto stretto in una smorfia di stupore e spavento. Nessuna descrizione potrà mai trasmettere quello che si prova stando di fronte ad un’opera del genere, bisogna vederla; d’altronde trovarla non è difficile, Medusa è sempre lì, ai Musei Capitolini, nella sala degli Arazzi del Palazzo dei Conservatori.

Francesco Bitto  Consuelo Renzetti

Tecnica e pathos: il Laocoonte

Fuggimmo esangui alla lor vista, e quelli con sicuro cammino dritti volsero contro Laocoonte; e prima i corpi dei suoi figli orribilmente avvinti, e l’uno e l’altro serpe a sé li strinse pascendosi coi morsi delle membra, e poi lui stesso, in loro aiuto accorso con l’armi in mano, afferrano ed avvolgono nelle lor spire smisurate. Poi, al collo date le squamose terga, col capo e l’ alte creste lo sovrastano. Egli strappar quei nodi con le mani  tentava pur, di sangue e di veleno sporche le bende; ed urli al cielo orrendi alzava intanto, pari a quei muggiti quando un toro ferito fugge l’ara, scossa dal capo la malferma scure.” 
Laocoonte fu così punito per aver cercato di opporsi all’ingresso del cavallo di Troia nella città: Timeo Danaos et dona ferentes” disse, scagliando una freccia nel ventre del cavallo di Troia. Laocoonte doveva morire, così decise Atena. 

Il gruppo scultoreo del Laocoonte venne ritrovato nel 1506 a Roma sull’Esquilino e subito identificato con il Laocoonte descritto da Plinio, eseguito da Agesandro, Atanodoro e Polidoro, tre scultori provenienti dall’illustrissima scuola di Rodi. L’opera narra l’episodio in maniera eccelsa, ed è sicuramente il più bell’esempio di barocco ellenistico giunto sino a noi. La scultura in marmo è solo una copia di un bronzo fuso a Pergamo nel II secolo a.C. Tecnica e pathos si intrecciano sapientemente in quest’opera:  la dinamicità dei corpi che tentano di sottrarsi alla stretta mortale dei due serpenti marini esprimono la grande forza d’animo del sacerdote e dei suoi figli. Gli occhi dello spettatore non possono non soffermarsi sul volto sofferente di Laocoonte; chiunque abbia visto questa statua almeno una volta può confermare che ci si sente impotenti al suo cospetto, ci si immedesima nel dolore di un padre che decide di sacrificare la propria vita e quella dei i suoi amati figli per la salvezza della sua città.

La drammaticità della scena non si limita solo a Laocoonte: spostando lo sguardo a sinistra della composizione troviamo uno dei figli che, ormai stanco di lottare, si abbandona alla presa del serpente, mentre sulla destra troviamo il secondo figlio, che lotta ancora con tutte le sue forze, tenta di divincolarsi e guarda faticosamente il padre, anch’egli intento a lottare contro i due feroci punitori.

Il Laocoonte ha rapito il cuore di molti grandi della storia: Michelangelo, che assistette al suo ritrovamento, ne fu talmente colpito da influenzare lo stile di molte sue opere (come possiamo ben notare nel San Matteo e nello Schiavo morente). Napoleone lo apprezzò a tal punto che, nel 1799, lo portò in Francia e lo fece sistemare nel Museo del Louvre. Oggi si trova nei Musei Vaticani a Roma e vanta circa 5 milioni di visitatori l’anno, 5 milioni di visitatori che non dimenticheranno mai il coraggio e la sofferenza di Laocoonte.

“Laocoonte soffre; ma soffre come il Filottete di Sofocle: il suo patire ci tocca il cuore, ma noi desidereremmo poter sopportare il dolore come quest’uomo sublime lo sopporta”.  J.J.Winckelmann

Francesco Bitto 
Consuelo Renzetti

Volta e Sciola tra fotografia, scultura e musica

Questo articolo fa parte della Rubrica dedicata alla Fotografia

Pablo Volta, nato a Buenos Aires il 3 gennaio 1926, è stato un grande fotografo del Novecento. I suoi primi scatti li esegue, dopo essere entrato nella Resistenza italiana, durante la Seconda Guerra mondiale. In seguito racconta, attraverso le sue foto, la città di Berlino, devastata dai bombardamenti. Nel dicembre del 1954, incuriosito dalle tematiche legate al banditismo arriva in Sardegna, a Orgosolo. Qui trova un mondo nuovo, cruento ma intatto nei valori e nelle tradizioni, dal quale resta profondamente affascinato. Scopre, e fa scoprire, un mondo nuovo, duro, impensabile. Così nel ’57 realizza un reportage storico: il carnevale di Mamoiada. La sua fotografia apre la strada all’indagine antropologica, uno sguardo intelligente che fa scoprire agli italiani una parte sconosciuta del Paese.

Le sue immagini della Sardegna apriranno in Italia la strada all’etnofotografia, genere fino ad allora poco considerato ma che negli anni successivi avrà una grande diffusione, soprattutto negli scenari post-bellici del sud della penisola. Volta incarna quella irripetibile stagione di fotografi per i quali l’immagine rappresentava l’occasione per indagare le pieghe più nascoste dell’ umanità: una fotografia per conoscere, capire, e soprattutto far scoprire universi nuovi con uno sguardo fortemente politico.
Durante gli anni Sessanta Pablo Volta si trasferì a Parigi, dove continuò a lavorare nella cronaca per i quotidiani, soprattutto per “Le Monde”. Particolarmente interessanti sono i ritratti delle celebrità del mondo artistico e cinematografico realizzati in questo periodo. La sua carriera di fotografo si interromperà momentaneamente per collaborare come documentarista per la Rai a Parigi. Alla fine degli anni Ottanta si stabilirà definitivamente in Sardegna fino alla sua morte nell’estate del 2011. Qui organizzerà mostre, si occuperà di muralismo e descriverà la stessa Sardegna come un’Odissea, per le sue tradizioni sconosciute e affascinanti.
Un altro grande artista di fama internazionale che racconta le tradizioni di luoghi poco noti è lo scultore Pinuccio Sciola. Nato nel 1942 in Sardegna, Sciola è conosciuto soprattutto per aver trasformato la sua città in un museo a cielo aperto, facendo pitturare con dei murales le facciate delle case e deponendo nelle piazze centrali imponenti sculture. Per questo suo lavoro viene, nel 1973, contattato dall’UNESCO, che lo invita a recarsi a Città del Messico per lavorare con il muralista e pittore messicano Siqueiros. Dal 1960 espone le sue sculture in Sardegna, nel 1976 è invitato alla Biennale di Venezia, nel 1983 al Festival di Spoleto, durante gli anni Ottanta espone alla Quadriennale di Roma e attualmente numerosi musei tedeschi conservano sue opere.
Alla fine degli anni Novanta la sua ricerca sulla natura delle pietre e sulle tecniche di incisione lo portano a scoprire la loro musicalità. Le sue pietre sonore sono sculture che risuonano una volta lucidate con le mani o con piccole rocce. Pinuccio Sciola riesce a conferire musicalità a queste sculture realizzando incisioni parallele sulla roccia. Le pietre riproducono suoni molto vari, con differenti qualità dipendentemente dalla densità della pietra e dall’incisione. Questi suoni non sono paragonabili a nessun altro genere di musicalità espresso da qualsiasi strumento, dato che le pietre sonore generano note stridenti che ricordano, per certi versi, anche la voce umana.
Pinuccio Sciola, partendo dallo studio di opere megalitiche quali i menhir e i dolmen, che rappresentano raffigurazioni simboliche della società preistorica, introduce la lavorazione della pietra come strumento per riprodurre un genere di musicalità che è rappresentazione al contempo di semplicità disarmante e di profondo fascino.
Emanuele Pinna