Gatsby ed il Grande Sogno Americano – Recensione libro

Ho sempre ritenuto l’America un Paese alla continua ricerca di una propria identità, in balia di una modernità spesso solo apparente e di un materialismo arcaico e frustrante. L’America è l’essenza di un potere cieco, un’accozzaglia di innate contraddizioni: penso al diritto intoccabile alla legittima difesa ed al porto d’armi ed agli Stati in cui vige ancora la pena capitale; penso ai costi esorbitanti di banali cure mediche e alla facilità disarmante con cui spesso si ricorre al chirurgo plastico; penso alla patria del junk food ed alle numerose campagne contro l’obesità infantile, a livelli più che preoccupanti. Se l’America è questo e tanto altro, forse il sogno mai realizzato di una vita migliore, Jay Gatsby, protagonista del grande romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ne è l’emblema vivente: siamo negli anni ’20, l’età del jazz, gli “anni ruggenti” per gli Stati Uniti, gli stessi del proibizionismo e dell’emancipazione femminile, il periodo “ideale” per poter realizzare il “Grande Sogno”.

E Jay Gatsby ci prova quando, con tutta la tenacia e la determinazione che da sempre contraddistinguono tale “ideale”, tenta di riconquistare il suo vecchio amore, Daisy Buchanan. Adesso Jay ha accumulato una fortuna, si sente padrone del mondo e può finalmente sposarla, se non fosse per il fatto che quest’ultima, che ha come unico Valore il denaro, ha sposato a sua volta il ricchissimo Tom Buchanan. Daisy ed il marito Tom, il quale ha una relazione con Myrtle Wilson, una donna povera e volgare, vivono a New York; Gatsby compra una villa lussuosissima proprio di fronte alla casa di Daisy, al di là della baia, e dà feste lussuosissime alle quali invita centinaia di persone (che spesso neanche conosce), nella speranza di poterla incontrare e sedurre con la propria ricchezza. Alla fine riesce ad ottenere un incontro con Daisy grazie a suo cugino, Nick Carraway, che è anche vicino di casa di Gatsby e narratore della storia;ed è a questo punto che Jay deve, purtroppo, scontrarsi con la realtà, e la realtà non è e non sarà mai all’altezza del suo sogno, un sogno destinato, nostalgicamente, a fallire: la felicità, infatti, non ha prezzo e non può essere comprata neanche con il potere e la ricchezza. Per cui, se il Grande Sogno Americano è quella speranza di felicità che fallisce, è quell’illusione che svanisce proprio nel momento in cui si tenta di afferrarla, allora Gatsby ne è sicuramente il simbolo, alter ego dello stesso autore e rappresentante designato di illogici e spietati meccanismi umani e sociali.

Fino alla fine egli lotta per un amore che esiste solo in un passato che non tornerà mai più, fino alla fine insegue l’idea dell’amore, un sentimento che probabilmente Daisy neanche conosce. Però, Jay continua a sperare, perché crede tanto fermamente quanto ciecamente nel Sogno Americano: e la sua speranza sa a tratti di inconsapevolezza, di follia –di ingenuità, se vogliamo- ma probabilmente è anche quella speranza che, in fondo, ci fa sentire vivi. Gatsby ha vissuto ed è, infine, morto per il suo sogno: Fitzgerald aveva già profeticamente compreso che il Grande Sogno Americano non si sarebbe mai realizzato, soprattutto in presenza di una discordanza tra ideali politici e realtà sociale. Nonostante tutto, però, sono i desideri e le speranze che tengono l’uomo in vita quindi, se è vero che la morte di Gatsby simboleggia la fine del Grande Sogno, è altrettanto vero che solo un ideale può dare senso a tutto il resto, ad una vita intera. Ecco perché, leggendo questo romanzo, rivedo sempre Gatsby fissare quella “luce verde all’estremità del molo di Daisy”, e ripenso allo stupore provato, a tutta la meraviglia racchiusa in un solo attimo, anche se breve; poco importa, tanto… “domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…” forse riusciremo ancora a vedere quella luce verde, o forse no –chi può dirlo- ma continueremo comunque “a remare, barche contro corrente…”

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Il grande Gatsby: una rilettura post-moderna

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Bisogna ammetterlo: Il grande Gatsby di Baz Luhrmann riesce a superare la sfida – non facile – che ben tre trasposizioni cinematografiche precedenti gli presentavano.
Ci riesce soprattutto grazie all’originalità dell’ambientazione, un’interessante e magistralmente dosata combinazione tra i Roaring Twenties americani che ispirarono il romanzo di Scott Fitzgerald e la contemporaneità più sfrenata e colorata. Il risultato è un’esuberante miscela post-moderna, che riesce ad affascinare e a stupire, quasi distraendo dalla narrazione.
La trama, abbastanza fedele all’originale, racconta attraverso gli occhi del giovane Nick Carraway (Tobey Maguire) la vicenda di Jay Gatsby (interpretato da uno straordinario Leonardo DiCaprio), un uomo il cui passato è avvolto da leggende e racconti inverosimili che lui stesso alimenta con le sue storie e organizzando magnifiche e sfavillanti feste nella sua lussuosa dimora a West Egg, Long Island.
Gatsby sembra avere infiniti volti: le sue testimonianze lo ritraggono come un uomo dai mille talenti, un eroe di guerra, un brillante intellettuale.
Eppure Nick, stabilitosi di recente nel cottage confinante con il castello del suo misterioso nuovo amico, intuisce che dietro tutto questo mito si cela un dolore profondo e inconfessabile.
Ben presto Gatsby si confida con Carraway, rivelandogli il vero motivo che lo ha spinto a stabilirsi a West Egg: dall’altra parte della baia abita Daisy (Carey Mulligan), la donna che ha amato cinque anni prima, adesso sposata con l’odioso Tom Buchanan (Joel Edgerton). Egli è intenzionato a riconquistarne l’amore, facendosi aiutare dal cugino di Daisy, appunto Nick Carraway.
Personaggio grandioso e magnanimo, davanti allo sguardo stupefatto di Carraway, Gatsby pagherà cara la sua “eccezionale propensione alla speranza” e il suo tentativo di ripercorrere il proprio imperscrutabile passato.

In un’atmosfera a volte sovraccarica e quasi surreale (per cui molti osservatori hanno notato delle affinità con Moulin Rouge!, altro film di Luhrmann), la narrazione si snoda abbastanza efficacemente, minimizzando però il senso amaro di disillusione e di fine di un’epoca che pervade le pagine dello scrittore americano. Tra luci, coriandoli, strass, fuochi d’artificio e folle in delirio, di certo è un film che si auto-compiace e che si fa ammirare, e riesce a ricreare con grande spettacolarità lo “scintillante miraggio” della New York degli anni ’20.
Una menzione particolare merita la colonna sonora, che assembla intelligentemente brani del jazz tradizionale – tra cui spicca la splendida Rhapsody in Blue di G. Gershwin – e pezzi più recenti del R&B contemporaneo, con partecipazioni importanti come il rapper Jay-Z, Beyoncé e will.i.am.

Ma ovviamente, sopra tutto e tutti si erge il personaggio di Gatsby.
Fascino, determinazione, impulsività, tenerezza, ingenuità: DiCaprio si dimostra ancora una volta abilissimo a dosare passione e compostezza, in uno stile di recitazione impeccabile e genuino.
Alla fine, a fronte della meschinità e dell’insufficienza degli altri personaggi, la grandezza e la solitudine del protagonista fanno di Gatsby un eroe titanico, e rendono la sua tragedia ancor più viva e attuale.

Giorgio Todesco

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