Il primo ateo della storia

Busto di Democrito

Chi fu il primo vero ateo della storia? Colui che scrisse (e che ancora oggi possiamo leggere) esplicitamente dell’inesistenza degli dei? Abbiamo testimonianze di vari personaggi che si pensa fossero atei o agnostici o che criticarono un qualche aspetto della religione: Confucio (VI sec. a.C.) rifiutava l’aldilà; la scuola Lokāyata in India (V sec. a.C.) era materialista; il poeta Diagora di Melo (V sec. a.C.) fu ateo ma non ci sono pervenuti suoi scritti; l’atomismo, che nacque con Democrito nel V secolo a.C., rifiutava ogni realtà trascendente in quanto il mondo era composto esclusivamente da minuscole particelle indivisibili (gli atomi); il filosofo Protagora scrisse nel Trattato sugli dei che era impossibile determinare l’esistenza/non esistenza delle divinità, dichiarandosi agnostico: i suoi scritti furono bruciati in piazza. Il primo vero ateo della storia di cui possiamo conoscere il pensiero è Crizia, uno dei Trenta Tiranni di Atene, politico spregiudicato, ma anche filosofo.


Trascurando la vita pubblica e privata, Crizia fu il primo di cui ci è pervenuto uno scritto a denunciare apertamente il culto religioso e a dire che gli dei sono frutto di invenzione umana, creati soltanto per fare rispettare le leggi. La religione è instumentum regni. Abbiamo quindi la prima vera dichiarazione di ateismo della storia: che Crizia lo facesse soltanto per motivi politici, da buon sofista, non ci è dato saperlo.

Tempo ci fu, quando disordinata era la vita degli uomini, e ferina, e strumento di violenza, quando premio alcuno non c’era pei buoni, né alcun castigo ai malvagi. In seguito, parmi che gli uomini leggi punitive sancissero, sí che fosse Giustizia assoluta signora e avesse ad ancella la Forza; ed era punito chiunque peccasse. Ma poi, giacché le leggi distoglievan bensí gli uomini dal compiere aperte violenze, ma di nascosto le compivano, allora, suppongo, un qualche uomo ingegnoso e saggio di mente inventò per gli uomini il timor, sí che uno spauracchio ci fosse ai malvagi anche per ciò che di nascosto facessero o dicessero o pensassero. Laonde introdusse la divinità sotto forma di Genio, fiorente di vita imperitura, che con la mente ode e vede, e con somma perspicacia sorveglia le azioni umane, mostrando divina natura; il quale Genio udirà tutto quanto si dice tra gli uomini e potrà vedere tutto quanto da essi si compie. E se anche tu mediti qualche male in silenzio, ciò non sfuggirà agli dèi; ché troppa è la loro perspicacia. Facendo di questi discorsi, divulgava il piú gradito degli insegnamenti, avvolgendo la verità in un finto racconto. E affermava gli dèi abitare colà, dove ponendoli, sapeva di colpire massimamente gli uomini, là donde sapeva che vengono gli spaventi ai mortali e le consolazioni alla loro misera vita: dalla sfera celeste, dove vedeva esserci lampi, e orrendi rombi di tuoni, e lo stellato corpo del cielo, opera mirabilmente varia del sapiente artefice, il Tempo; là donde s’avanza fulgida la massa rovente del Sole, donde l’umida pioggia sovra la Terra scende. Tali spaventi egli agitò dinanzi agli occhi degli uomini, e servendosi di essi, costruí con la parola, da artista, la divinità, ponendola in un luogo a lei adatto; e spense cosí l’illegalità con le leggi. […] Per tal via dunque io penso che in principio qualcuno inducesse i mortali a credere che vi sia una stirpe di dèi.

Giulia Bitto


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