AC/DC, 40 anni di carriera per i "proletari del rock"

Ok, la definizione sarà pure approssimativa, ma quando penso agli AC/DC non mi viene in mente altro che la forma più pura, semplice, istintiva della musica rock. Perché questi allegri ragazzi 60enni, che quest’anno festeggiano i 40 anni di carriera, sono riusciti a portare nel know-how di tutti noi il loro modo di esprimersi, quell’irrefrenabile istinto di lasciarci andare ogni volta che uno dei loro storici riff passa vicino alle nostre orecchie. Hells Bells, Highway to Hell, Thunderstruck, Rock N’ Roll Train, TNT sono sono alcuni dei brani che hanno fatto la storia degli AC/DC e, al contempo, del rock stesso; energia allo stato puro che dall’Australia ha contagiato il mondo, non senza difficoltà: “‘cause it’s a long way to the top if you wanna rock n’ roll!“.

Ma partiamo dall’inizio: è il 1973, si pone fine alla Guerra del Vietnam, scoppia lo scandalo Watergate, i Pink Floyd pubblicano The Dark Side of The Moon. E a Sidney, Australia, i fratelli Angus e Malcolm Young, scozzesi d’origine, decidono di unirsi al cantante Dave Evans per formare un nuovo gruppo. Il nome viene suggerito da Margaret, sorella di Angus e Malcolm, che lesse su un’aspirapolvere la scritta Alternate Current/Direct Current (AC/DC): niente di meglio per indicare l’esplosività di una band destinata a conquistare in brevissimo tempo la variegata scena australiana. Ma dopo appena un singolo (Can I Sit Next To You Girl) i fratelli Young decisero di licenziare Evans e assumere un nuovo cantante, Bon Scott, ex autista del gruppo. La nuova voce, anch’essa scozzese di origine, diede agli AC/DC quella dimensione rock internazionale che ricercavano da tempo, espandendone la notorietà anche al di fuori dei confini nazionali. In breve tempo, reclutati il bassista Cliff Williams e il batterista Phil Rudd, la band degli Young produsse alcuni dei suoi album più famosi: High Voltage (1975), TNT (1975), Dirty Dees Done Dirt Cheap (1976), Let There Be Rock (1978), Highway To Hell (1979).

La copertina di Highway to Hell (1979),
ultimo album con Bon Scott

Con uno stile musicale semplice, lineare, con riff orecchiabili ed esibizioni esaltanti, seppur con una grande tecnica chitarristica alle spalle, gli AC/DC conquistano le platee di tutto il mondo: Highway to Hell, ultimo album con Bon Scott, fu il loro primo prodotto a far capolino nella top 20 UK e USA, dando il via a una serie di concerti che, tuttavia, si concluse in tragedia.

19 Febbraio 1980: in pieno tour mondiale, all’apice del successo, Bon Scott viene trovato morto in una Renault 5 a Londra. Gli ultimi ad averlo visto in vita riferiscono di aver visto il cantante sotto effetto di droga ed alcol, ma il mistero non verrà mai chiarito. Il momento è nerissimo per gli AC/DC: privi del loro frontman, con il morale a pezzi, pensano a lungo di sciogliere la band;

Qualche volta Bon spariva dopo lo show e noi non lorivedevamo fino a poco prima di andare in scena la sera dopo. Ma sebbene non si presentasse sino all’ultimo minuto, sapevi che sarebbe stato lì, sapevi che potevi contare su di lui. 
La cosa più difficile sarà abituarsi al fatto che non sarà più lì…

(Malcolm Young)
 

Ma proprio quando tutti danno per certo lo scioglimento, i ragazzi australiani trovano la voglia di ripartire, di mettersi in gioco, di darsi quell’altra chance che nessuno sembrava voler concedere loro. Reclutato Brian Johnson, cantante britannico (ma italiano per parte di madre) in cerca di un trampolino di lancio, gli AC/DC si isolarono per circa due mesi alle Bahamas per registrare il nuovo album. Il risultato è Back in Black, il maggior successo della band con 50 milioni di copie vendute (secondo solo a Thriller di Michael Jackson) e l’album più conosciuto e intenso degli Young e soci: Back in Black, dall’indimenticabile copertina nera, si configura come un tributo a Bon Scott e, al contempo, come un nuovo blocco di partenza per gli AC/DC. Restano nella storia le campane “a morto” di Hells Bells e brani come You Shook Me All Night Long e Rock and Roll Ain’t Noise Pollution. 

E possiamo dire che da allora gli AC/DC non si siano mai fermati: la voce di Brian Johnson ha immediatamente conquistato i fan, le fratture (l’abbandono del batterista Rudd nel 1983, poi rientrato nel 1996) sono state superate, e oggi la band australiana é un autentico monumento vivente del rock autentico, genuino, che ti fa saltare dalla sedia, da alzare al massimo il volume e non smettere di cantare a squarciagola, che ti riempie di gioia ed energia anche nei momenti peggiori. Chi di voi non si è mai esaltato con gli AC/DC? 
No stop signs, speed limit, Nobody’s gonna slow me down! 
(AC/DC – Highway to Hell)
Roberto Saglimbeni
Annunci

Mezzosangue, spessore doppio: recensione di Musica cicatrene

Per rimanere sempre aggiornato seguimi dalla fanpage: Rebel Rap

Conoscete la differenza tra un cavallo purosangue e un cavallo mezzosangue? Il cavallo purosangue vanta origini nobili, controllate, è idoneo ai concorsi, alle esposizioni, in poche parole a tutto ciò che abbia a che fare con l’apparenza. I mezzosangue invece, pur essendo più forti, veloci e resistenti, sono tagliati fuori da questo fantastico mondo ovattato, e sono destinati ai lavori di fatica. In guerra i cavalli sono quasi sempre mezzosangue! C’è quindi chi è idoneo all’apparenza, alla finzione, al grande pubblico, e chi al contrario vota la sua vita alla fatica, alla sofferenza e al prossimo. In un era del rap italiano dove tutti abbassano l’asticella contenutistica, dalla Capitale arriva con prepotenza un rapper atipico sulla scena, pronto a ritagliarsi lo spazio che merita. Il suo nome è Mezzosangue e, con il suo mixtape di esordio, “Musica cicatrene”, ha immediatamente attirato su di sé le attenzioni del pubblico underground. Altro che cicatrene, ragazzi! Il rap di Mezzosangue apre le ferite, ci scava con il cucchiaino e ci caga dentro, con una profondità (il vero punto di forza) disarmante, scaturita dalla trattazione di argomenti scottanti che spaziano attraverso una varietà di temi decisamente ricca.
Quello del rapper romano è un lavoro che si pone come obiettivo quello di esorcizzare le tragedie e le storture della propria vita, per cicatrizzarle, analizzarle e proporle al pubblico: in questo caso il rap rappresenta i dubbi e le delusioni di un giovane italiano come tanti, che come tanti si sente oppresso da una società che pretende tutto da lui ma che a lui niente offre, e da un quotidiano assillante, freddo e desolante (guardare il video di “Never mind” per capire), in cui diventa impossibile tessere rapporti umani sinceri, sviluppare le proprie passioni e quindi aspirare alla felicità.
Ma Mezzosangue si spinge ben oltre le proprie vicende personali, denunciando i vizi e le contraddizioni del mondo che osserva: una società soffocante (“questo mare uccide sempre chiunque punta al largo”), e dove soltanto il denaro a conta (“Questa è l’era del contante, è l’era del tutto e subito / puoi comprarti l’arte, farla su misura per un pubblico ignorante”). I temi del consumismo sfrenato, del capitalismo spietato e del (dis)valore dell’apparenza vengono approfonditi in “Secondo medioevo”, pezzo-bandiera del mixtape e picco di qualità dell’intero lavoro. In antitesi totale con l’immagine classica del rapper “bad boy”, interessato soltanto ai soldi e alle donne, Mezzosangue denuncia con un’amarezza atipica (specialmente per la giovane età del ragazzo, classe ’91) la discesa in un nuovo medioevo, un’epoca buia dove il valore è sostituito dal disvalore, che svilisce non solo l’arte, ma gli uomini stessi e le relazioni sociali. Non conta ciò che sei, conta come appari: “Nell’era in cui se sembri vali / vedo semi-umani dietro seni e mani / senza più ideali.” 
Altra caratteristica del mixtape è la presenza nei testi, seppur di fondo, di alcuni caratteri della filosofia esistenzialista. Ciò non riguarda soltanto il pezzo “Esistenzialismo”, che più di tutti esce allo scoperto dicendo: “tu trova appigli, una zattera non basta / Itaca è lontana e questo mare non si calma”, in un anelito verso una meta lontana, apparentemente irraggiungibile e forse inesistente; tutto il disco è pervaso da un pessimismo esistenzialista che si palesa particolarmente in alcuni testi, come Soldierz, dove Mezzosangue denuncia che “siamo l’uno contro l’altro in una guerra personale / l’uno contro l’altro dove cane mangia cane”, sussurrando alla fine del testo “Homo homini lupus”, in un richiamo ad Hobbes ed ai classici che chiude il cerchio, con lo stesso pessimismo-realismo che permea tutto il mixtape. La tendenza esistenzialista include anche l’atteggiamento pessimista nei confronti di Dio, che si traduce in una ben più terrena ostilità nei confronti del clero e della Chiesa: Questa è l’era delle chiese, la fede è nel saio / visto che ora un prete prende quanto un operaio e chiedigli se sbaglio / ma lui non campa una famiglia, quel bastardo / non lo sa cos’è una figlia, tocca quella di un altro. 

Il rapper romano dimostra di avere un bagaglio culturale sopra la media, grazie alla mole di citazioni presenti nei suoi testi: non solo svariati richiami ai classici, come la già citata Itaca, più volte utilizzata come metafora di una meta lontana e avvolta nella nebbia, ma anche citazioni a “L’ode al vento occidentale” di Percy Shelley, al mito di Icaro, al Gunpowder Plot, a I soliti sospetti. Difetti? Uno stile un po’ “old” e un flow non sempre trasportante, a cui si aggiunge una carenza di espedienti stilistici tipici del rap italiano contemporaneo (sostituzioni, allitterazioni, rime impure, rime non chiuse ecc ecc), carenze ampiamente giustificabili e comprensibili vista la giovane età, e che Mezzosangue potrà ampiamente colmare con il tempo. Dopo tutto conta cosa dici, non come lo dici!

Giovanni Zagarella e Francesco Bitto

È morta Margherita Hack: addio ad una grande astrofisica, scienziata, politica, donna

Si è spenta la scorsa notte Margherita Hack, nell’ospedale di Trieste nella quale era ricoverata da una settimana per problemi cardiaci: aveva compiuto da poco 91 anni. Era una delle astrofisiche italiane più famose, ma nel corso della sua vita si impegnò anche in politica e nel sociale.
La Hack, nata a Firenze nel 1922, ebbe una brillante carriera scientifica: fu la prima donna a dirigere l’Osservatorio astronomico di Trieste, rendendolo famoso a livello internazionale col suo lavoro. Sempre a Trieste fu docente universitaria di Astronomia fino al 1992, quando dovette rinunciare alla Cattedra a causa dell’età. Il pregio della sua attività scientifica era riconosciuto in tutto il mondo, tanto da portarla a diventare membro della Royal Astronomical Society, oltreché dell’Accademia dei Lincei e dell’Unione Astronomica Internazionale.
Si occupò a lungo di divulgazione scientifica, scrivendo testi che ancora oggi sono ritenuti fondamentali (tra questi “Stellar Spettroscopy”, scritto a Berkeley con Otto Struve) e fondando nel 1978 la rivista “L’astronomia”. In suo onore è stato intitolato l’asteroide “8558 Hack”. 
Il suo impegno sociale riguardò principalmente la lotta per la laicità dello Stato. Figlia di padre protestante e madre cattolica, la Hack era rigorosamente atea e non mancò di dichiararlo più volte in pubblico: questa sua fama le valse la presidenza onoraria dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionali. Si candidò due volte con liste di sinistra, nel 2005 e nel 2010, rispettivamente alle elezioni regionali in Lombardia e in Lazio; si candidò e vinse un seggio coi Comunisti italiani alle elezioni politiche del 2006, ma vi rinunciò per dedicarsi all’astronomia; nel 2013 sostenne la candidatura di Emma Bonino alla Presidenza della Repubblica. Si batté anche per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali e per quelli degli animali. 

“L’astronomia ci ha insegnato che non siamo il centro dell’universo, come si è pensato a lungo e come qualcuno ci vuol far pensare anche oggi. Siamo solo un minuscolo pianeta attorno a una stella molto comune. Noi stessi, esseri intelligenti, siamo il risultato dell’evoluzione stellare, siamo fatti della materia degli astri.”

Giovanni Zagarella

Samsung Galaxy S4 ed HTC One: Per entrambi disponibile la Google edition

Gli smartphone Android più quotati al momento, il Samsung Galaxy S4 e l’HTC One, sono appena approdati su Google Play nelle loro versioni Google su cui girerà Android Jelly Bean senza alcuna skin aggiuntiva.
Da adesso è possibile acquistare in pre-ordine il Galaxy S4 Google Edition da 16GB (al prezzo di 649.99 $)e l’HTC One GE da 32GB (prezzato 599.99 $). Per entrambi la data di uscita prevista è quella del 9 luglio.
L’S4 GE e l’HTC One GE funzioneranno entrambi su frequenze GSM, notizia che renderà poco felici gli utenti americani che si appoggiano ad operatori come Verizon e Sprint.
Entrambi funzioneranno invece sui network AT&T, mentre per chi vorrà utilizzare il gestore T-Mobile dovrà puntare sul Galaxy S4 GE poichè supporta totalmente le frequenze 3G/4G di quest’ultimo. L’HTC One GE manca della frequenza  1700MHz AWS per T-Mobile supportando solo la frequenza da 1900MHz.
“Questo dispositivo in edizione speciale, prezzato a 599$, sarà disponibile (inizialmente) negli Stati Uniti e supporterà le reti GSM. Sul piano tecnico, su questa edizione speciale dell’HTC One girerà Android 4.2.2 con i successivi aggiornamenti rilasciati direttamente da Google.”
La buona notizia è che quando si acquista uno smartphone in Google Edition è come sottoscrivere un’abbonamento ad aggiornamenti sempre puntuali di Android rilasciati direttamente dagli sviluppatori di Google senza dover prima essere autorizzati dal produttore del dispositivo.

Un fotomontaggio che non è un fotomontaggio, di Bela Borsodi

Questa stupefacente immagine di Bela Borsodi è stata realizzata per la copertina dell’album di VLP “Terrain”.
In realtà le linee di variazione e le variazioni di colore tra i quadranti vengono da una composizione di oggetti fotografata realmente. Come ha fatto? Tutto frutto di un lavoro molto minuzioso.

Se ancora non ci credete, ecco la foto – scattata da una diversa angolazione – per dimostrarlo.
Ovviamente la realizzazione dello scatto richiede lo studio della posizione di ogni singolo oggetto.
E se volete vedere come lavora questo grande fotografo newyorkese, date un’occhiata al video del “making of” di seguito:
Come potete vedere nel video, le prove e gli errori sono più che necessari, misti ad una più che infinita pazienza e probabilmente ad una fotocamera collegata direttamente al computer per vedere l’immagine ingrandita.
Avete il coraggio di provare qualcosa di simile?
S. Alessandra Severino: Flickr

Orianthi, chitarrista di Alice Cooper, rilascia il suo nuovo video "Heaven in this hell"

La sensazionale chitarrista australiana Orianthi ha rilasciato un video per il brano “Heaven In This Hell“, singolo e title track del suo recente album, uscito lo scorso Marzo. I suoi compagni di band per Alice Cooper, Glen Sobel (batteria) e Tommy Henriksen (chitarra) compariranno nel video.
Orianthi si esibirà in concerti da solista nei giorni in cui non sarà impegnata in tour con Alice Cooper. Le date confermate fino ad ora sono il 17 Giugno a New York al Webster Hall, e il 7 Agosto a Londra al 100 Club.
La band per questi show consisterà nel trio che suonò con lei nei suoi concerti da solista in Giappone lo scorso mese appena prima dell’inizio dell’Alice Cooper North American Masters of Madness summer tour, ovvero Glen Sobel alla batteria e Chuck Garric al basso.

Marco Barone

L’uomo d’acciaio (Man of Steel) – Recensione film

Seguimi dalla pagina facebook: Cinema – News e Recensioni

Prendete 225 milioni di dollari, un cast con Russel Crowe e Kevin Costner e una delle storie riguardanti i supereroi più avvincenti. Ora mettetele in mano a un bambino di quinta elementare, e il risultato sarà sicuramente migliore di quello raggiunto da Zack Snyder. E pensare che il regista americano ha rinunciato al seguito di 300 per dedicarsi esclusivamente a questo film (pensate cosa sarebbe successo se non avesse dedicato tutta questa passione!). La nuova (l’ennesima) riproposizione di Superman in chiave moderna non è semplicemente un film disastroso, sbagliato in ogni suo aspetto e a tratti demenziale, è un insulto all’intelligenza e al portafoglio dello spettatore, un’accozzaglia di grossolani errori a tratti irritanti che hanno come unico risultato quello di indurre il pubblico ad abbandonare anzitempo la sala.

Il primo, magistrale aborto riguarda il personaggio principale, quello di Clark Kent, interpretato da un attore tutto muscoli e niente talento (Henry Cavill) e sceneggiato in maniera disastrosa ( in tutto il film dirà 40 parole). Sembra di aver a che fare con un protagonista muto, apatico, abulico, inespressivo, capace solo di sollevare gigantesche strutture, incendiare navicelle con gli occhi e volare qui e lì senza nessuna soluzione di continuità. Ecco, la soluzione di continuità! Altro aspetto incomprensibile del film è la totale assenza di fluidità, di consequenzialità spazio/temporal/logica (ora siamo al polo, ora siamo nel passato di Clark, ora siamo su Krypton) che ha come effetto quello di non far capire un bel niente della storia.

A questi difetti si aggiungono una miriade di scene non sense (Lois Lane al polo nord con meno 40 gradi vestita in jeans e cappottino autunnale, il padre di Clark che muore in un tornado per salvare un cane  rifiutando di farsi salvare dal figlio per non fargli svelare la vera identità, la riproposizione random di un personaggio minore salvato da Superman in giovane età e infilato senza alcun senso in sequenze scollate tra loro, ecc.) o inutilmente lunghe (viene inquadrato Superman nell’atto di imparare a volare per 10 minuti, 10 minuti di volo!) o sconnesse dalla storia, che non è la classica storia di superman, con  delle leggere modifiche, che hanno come effetto quello di rendere paradossalmente meno interessante la vicenda. È come se il regista, volendo rinfrescare la trita e ritrita vicenda dell’invincibile super eroe, avesse voluto apportare leggere modifiche che però hanno inutilmente appesantito e confuso la vicenda.

La sceneggiatura? Pessima (arrestate David Goyer)! La fotografia? Monotematica! Il montaggio? Epilettico! Salvo solo gli effetti speciali (e ci mancherebbe) spettacolari e realistici oltremodo. Sia chiaro, aver a che fare con uno dei supereroi più sfruttati della storia degli ultimi 80 anni non è affatto facile, ma quello di Snyder è film ai limiti del decente, inconcludente, schizofrenico, la prova tangibile che non basta un grande cast e un grande budget ad assicurare il successo di un film e che le grandi operazione commerciali, a volte… Falliscono!

Francesco Bitto