Lucano: Romanticismo ante litteram

Al di là della polemica che infuria tra gli strenui difensori di Virgilio e i suoi detrattori, che vedono in Lucano il loro faro in quanto l’anti-Virgilio per eccellenza, è bene anzitutto analizzare i pregi letterari del Bellum Civile prescindendo dal modello del poeta mantovano. La novità che caratterizza il poema epico di Lucano infatti non va cercata solo nell’antifrasi e nel rovesciamento degli schemi topici dell’epos: piuttosto, a mio giudizio, nei temi e nei gusti che anticipano di più di 1800 anni il movimento del Romanticismo.
Rimango perplessa constatando che da nessuna parte se ne faccia cenno: per la critica Lucano è solo l’anti-Virgilio, colui che, guardando con disprezzo a un messaggio così filo-romano, filo-monarchico e salvifico, ha voluto distruggere e fare luce sul momento storico che Roma stava effettivamente traversando da un secolo. Gli elementi romantici di cui ho fatto cenno possono riassumersi in poche parole chiave: sublime, grandiosità, eccesso, morte, pessimismo, impeto, gusto del macabro e dell’orrido, magia, furore, passione, scelleratezza. Seppure inseriti in un contesto come quello epico, i temi citati fanno del nostro poeta un unicum nella letteratura latina, precursore del gusto che dominò la cultura del XIX secolo.
Il tema del furore e dell’impeto si può ravvisare nella dinamica similitudine che descrive Cesare: “Simile a un fulmine che, sprigionato dai venti tra le nubi, balena tra lo schianto dell’etere squassato e il rimbombo dell’universo, squarcia il giorno e atterrisce la gente sgomenta, abbagliando gli occhi con la sua fiamma obliqua; infuria nei suoi spazi e, non essendoci materia che impedisca la sua uscita, grande rovina provoca cadendo“. E che dire della figura di Catone, che, con estremo pathos, difende fino all’eroico suicidio i valori della libertà, opponendosi al tiranno? Anche se dell’Uticense emerge il ritratto di un uomo retto e misurato, Lucano lo imprime di un eroismo tutto romantico, soprattutto per il contrasto intellettuale-tiranno. 
La predilezione per le atmosfere lugubri, per gli episodi macabri, per la morte e per la magia emerge nel libro VI, quando Sesto Pompeo consulta la maga Eritto. In un passo, la vecchia fruga all’interno di un cadavere e ne scompone le parti: il tutto è narrato con estrema precisione. Anche la descrizione del corpo di un soldato che risuscita momentaneamente per predire la fine di Roma è curato nei più piccoli dettagli: il corpo, straziato ed esanime, lentamente riprende vita, e davanti ai nostri occhi pare concretizzarsi la lugubre figura. Infine, dopo la narrazione della battaglia di Farsalo, il poeta, con una soggettività esasperata, condanna le guerre civili con tono solenne, patetico ed enfatico, elevando il conflitto a una dimensione cosmica. Il sangue versato in quella battaglia fratricida rappresenta il funerale del mondo e dell’umanità.
Questi elementi originalissimi e difficilmente riscontrabili altrove non bastano tuttavia alla critica moderna per non rimpicciolire Lucano in una sfera che ruota tutta attorno a Virgilio. Sicuramente la ripresa del modello c’è, ma non va vista solo in chiave antifrastica e polemica: Lucano si distacca da Virgilio perché esso rappresenta il servilismo della poesia al potere, l’intellettuale che al posto di contrastare titanicamente il tiranno china il capo ai suoi ordini. Lucano, dopo una breve esperienza a fianco di Nerone, capisce l’errore e si allontana. In un estremo tentativo di ripristinare la res publica della quale ha cantato la fine, si toglie la vita dopo il fallimento della congiura di Pisone, a fianco dello zio Seneca.

Giulia Bitto

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