Homeless: 50 ritratti di Lee Jeffries in mostra fino al 12 gennaio 2014 al Museo di Roma in Transtevere

L’affermazione “il volto è lo specchio dell’anima” potrebbe essere adeguata per rappresentare la serie di foto di Lee Jeffries.
I ritratti frontali (in bianco e nero, spesso con sfondi monocromatici scuri) in cui si gioca con le luci e con le ombre rappresentano gli incontri intensi e commoventi con un altro essere umano. “Per me, la luce e le ombre plasmano l’atmosfera. L’atmosfera creata dalla luce è più importante di qualsiasi altro elemento delle mie foto” – dice Lee Jeffries.
Le sue immagini immortalano persone senza fissa dimora, emarginati, uomini e donne con storie personali drammatiche, gente che si può incontrare per le strade di qualsiasi città europea e statunitense. “Cerco di raccontare la loro storia in maniera tale che il pubblico non possa rimanere indifferente. Le mie fotografie sono intime e piene di emozioni” – ha dichiarato il fotografo.
Jeffries, inoltre, ammette che, per avere un’immagine autentica che mostri l’anima di una persona, cerca di avvicinarsi ai suoi modelli e di fare amicizia con loro senza anteporvi l’urgenza di ritrarli. Così, venendo a contatto con la loro sofferenza, accade che “il primo intento etico è quello di «urlare l’ingiustizia» con la semplice speranza di scattare un fotogramma che abbia alla fine il potere di influenzare […] di rendere l’attenzione dello spettatore abbastanza forte per voler conoscere e fare di più”. Il più grande ostacolo che Jeffries ha incontrato nel corso della sua attività è stato il tempo, avendo avuto a volte soltanto un paio di secondi per lo scatto: i modelli, infatti, si annoiavano rapidamente o all’improvviso cambiavano idea e si rifiutavano di posare.
Lee Jeffries vive a Manchester, nel Regno Unito, è un autodidatta e ha iniziato la sua carriera come fotografo sportivo. Tutto è cambiato il giorno che ha incontrato una ragazza senzatetto londinese. “Stava rannicchiata in un sacco a pelo tra scatole vuote di cibo cinese” – racconta Jeffries – “Ho deciso di farle una foto, ma lei non voleva e ha cominciato a gridare contro di me. Ero terribilmente imbarazzato. Avevo due possibilità: potevo scappare o andare da lei e chiederle scusa. Ho scelto la seconda e lei mi ha raccontato la sua storia. Questo incidente mi ha insegnato ad essere rispettoso e a non rubare le immagini senza autorizzazione. Quando ho cominciato a scattare le foto sapevo già che da quel momento mi sarei occupato di fotografia di strada.
Cinquanta scatti del fotografo rimarranno esposti fino al 12 gennaio 2014 presso il Museo di Roma in Transtevere. Il titolo della mostra è “Homeless”, e secondo le intenzioni dell’autore dovrebbe trasmettere ai visitatori un messaggio sociale di ingiustizia e sofferenza.

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I senza tetto di Hollywood, l’altra faccia del sogno americano

The american dream”, quante volte abbiamo sentito parlare di questo fantomatico “sogno americano”, di persone che partono da ogni angolo del mondo per raggiungere la patria dei sogni, gli Stati Uniti D’America, con la speranza di trovare finalmente la felicità o un tenore di vita migliore. Ma se per alcuni il sogno americano si è avverato, per altri invece è diventato un incubo

Michael Pharaoh ci mostra l’altra faccia di un’ America fin troppo idealizzata, fotografando i volti dei senza tetto di Hollywood. Un progetto insolito ma davvero sentito come lui stesso ha dichiarato: “E’ stato interessante ascoltare tutte le loro storie e i racconti di come sono finiti a vivere per strada. Questo progetto è stato unico, ma triste e ancor di più umiliante”. 

Tutto quello che ha immortalato si svolge a pochi passi dalla mondanità e dalla ricchezza sfrenata, a pochi passi da Red carpet, studi cinematografici e vestiti da milioni di dollari. Con questo reportage Michael Pharaoh ha voluto evidenziare il contrasto tra i volti luminosi dei divi di Hollywood con quelli scuri e anneriti dalla polvere e dalla tristezza, dei senzatetto di Los Angeles. Il fotografo Neozelandese ha voluto immortalare soprattutto gli occhi contornati da rughe e cicatrici, con dei primi piani che rivelano tutto il vero stato d’animo dei suoi soggetti.

Consuelo Renzetti