Leica annuncia la nuova edizione del concorso Oskar Barnack Award 2014

Leica ha annunciato che a partire dal 15 dicembre 2013 saranno aperte le iscrizioni all’ Oskar Barnack Award 2014, la competizione internazionale indetta ogni anno dall’azienda.

In occasione del centenario della fondazione dell’azienda saranno aumentati i premi in denaro. Infatti il vincitore porterà a casa ben 10.000 euro e una fotocamera LEICA M completa di obiettivo.

Oltre all’evento madre, con un premio di 5000 euro e la medesima fotocamera della competizione primaria, il “Leika Oskar Barnack Newcomer Award” sarà dedicato alla categoria dei fotografi emergenti.

Per la prima volta sarà introdotto un ulteriore premio riservato ad una terza categoria. Il “Leica Oskar Barnack Public Awards“. Il vincitore si aggiudicherà un premio di 2500 euro.
“La fotografia come arte creativa è parte di una lunga tradizione dell’azienda, come anche la promozione di talenti emergenti. Ci sembrava logico incrementare i premi per la celebrazione del nostro centenario sia per il Leica Oskar Barnack Award che per il Newcomer Award.”
I partecipanti, esclusivamente dei fotografi professionisti, dovranno inviare una serie di dieci fotografie rappresentanti il tema “L’interazione tra l’uomo e l’ambiente“. Le iscrizioni saranno aperte fino al 31/01/2014, scopri di più sul concorso e  il vincitore della scorsa edizione.
Barnack all’opera nel suo laboratorio

Oskar Barnack (Lynow, 1° novembre 1879 – Bad Nauheim, 16 gennaio 1936) è stato un ingegnere ottico, meccanico, disegnatore industriale e padre della fotografia 35 mm.

Il nome “Leica” sta per Leitz Camera ed usava una pellicola ripresa dal 35mm cinematografico. Barnack decise che il classico formato 18 x 24 mm (3:4) non era abbastanza largo per produrre buoni fermo immagini, decise, quindi, di raddoppiare le dimensioni fino a 24 x 36 mm (2:3) ruotando la pellicola in orizzontale.
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Monica Lek e i suoi strambi vicini di casa a New York

Nella Grande Mela nessuno fa mai caso agli altri, tutti attraversano le strade velocemente, assorti nei loro pensieri, nei problemi quotidiani, o si recano freneticamente a lavoro. Nessuno fa caso a come sei vestito, nessuno ti nota nemmeno se esci di casa in pigiama o vestito da babbo natale in piena estate; tutti tranne Monica Lek.
Monica è una fotografa giovanissima, è nata a Barcellona, quando si è trasferita a New York è rimasta incantata dalla multietnicità e dall’estrosità di questa metropoli. Monica, in una recente intervista per El Paìs, ha dichiarato che New york è una città alla quale non importa nulla dei suoi abitanti ma che permette loro di vivere una vita diversa ogni giorno. La Lek ha deciso così di immortalare i suoi “vicini di casa”: ha girato New York alla ricerca delle personalità più eccentriche in un reportage assolutamente variopinto e divertente chiamato per l’appunto “My Neighbours” (beata te Monica, i miei vicini di casa invece non fanno che ascoltare musica neomelodica tutto il giorno).
Consuelo Renzetti

Amicizie, memes e fandom: uno sguardo al mondo e al linguaggio dei social network

Negli ultimi anni stiamo assistendo, tramite il fenomeno dei social network, ad un’imponente rivoluzione dei sistemi d’informazione e di fruizione della cultura. Quello che è avvenuto con la fondazione di Facebook, Twitter, MySpace, LinkedIn, Google+, Badoo, Netlog – e chi più ne ha più ne metta – non si limita a una trasformazione mediatica, ad una mera sostituzione del mezzo comunicativo, ma mette in atto delle modifiche strutturali nel nostro modo di pensare e di concepire il mondo e, di conseguenza, di esprimere tale trasformazione attraverso un nuovo linguaggio.
Il primo concetto a risultare alterato in questo meccanismo è quello di relazione sociale.
La definizione di “amico” è stata così irreparabilmente compromessa che oggi riesce difficile tracciare un confine chiaro tra l’amicizia vera e il semplice conoscersi di vista. Tra i valori amicali e affettivi su cui si basa un rapporto simmetrico e la frenesia del collezionismo isterico di persone rientranti nella cerchia degli “amici”.
Certo, spesso il social network diventa un modo per ritrovare vecchi conoscenti e riallacciare legami interrotti dal tempo, ma nella maggior parte dei casi all’amicizia sul web non corrisponde un background di esperienze e di affetti tra le due persone in questione. Nella maggior parte dei casi un’amicizia serve solo a fare numero, come se la quantità di amici su FB potesse sopperire la scarsa qualità delle relazioni con ognuno di loro.
Ecco perché nella nostra epoca il conformismo e la serialità vanno tanto di moda: una delle ragioni (ma anche dei sintomi) di questa tendenza sta proprio nel rendere l’uomo un prodotto seriale, dozzinale e perciò sostituibile.
Un altro aspetto preoccupante di questo fenomeno è indubbiamente la deriva linguistica, l’impoverimento e irrigidimento dei modi di dire, di adottare una visione del mondo e di concepire le esperienze personali.
In quest’ambito giocano un ruolo fondamentale i memes.
Il termine “meme” non ha origine dai social network, ma dall’epistemologia e da teorie socio-antropologiche degli anni ’60-’70.
Per “meme” si intende “un’unità di informazione residente nel cervello” che può influenzare l’ambiente in cui si trova e propagarsi, attraverso la trasmissione culturale, tra individui che ne fanno uso. In questa accezione generale ogni schema, ogni entità culturale replicabile da un supporto (come un libro, un film o un testo musicale) e non trasmissibile geneticamente è un meme.
Ora veniamo al significato che il meme riveste nell’universo di Internet: un Internet meme è sostanzialmente un fenomeno mediatico diffuso per imitazione attraverso la rete, che può riferirsi a dei contenuti specifici (ad esempio delle citazioni) o a dei modi di dire e di agire condivisi.
Il guaio è che il meme si fa spesso promotore di sterili etichette, che rientrano in quelle strategie della distinzione adottate dai gruppi subculturali, come le tendenze musicali o i fandom. Il risultato finale è un’infinita costellazione di microsocietà, che adottano un linguaggio proprio e che tendono a emarginare tutti coloro che non comprendono o non condividono le allusioni e le caratteristiche del loro mondo artificiale.
Anche quando il meme fa riferimento a un luogo comune diffuso esso è quasi sempre privo di contenuti reali, e adotta stereotipi che rischiano di proiettare forme ormai dominanti all’interno della pseudo-realtà dei social network nella vita quotidiana, mistificando e semplificando paurosamente il reale.
Oltretutto forme di comunicazione simili innescano loop concettuali a volte insolubili, perché autoreferenziali, che allontanano sempre più gli utenti dal mondo concreto e producono una pericolosissima confusione di reale e virtuale.
In questo modo, complice anche la massificazione di questi processi e l’estrema velocità con cui si diffondono e nello stesso modo si dissolvono, Internet e i social network stanno definitivamente completando quell’involuzione e regressione omologante e amalgamante del pensiero e dell’immaginario contro cui ci mettevano in guardia grandi intellettuali come Orwell o Pasolini.
Stiamo attenti a non sottovalutare gli insegnamenti di questi profeti della contemporaneità, testimoni di un pensiero debole sempre attuale, che ci ricorda tutte le storture della società in cui viviamo.
È chiaro che non tutto è da buttar via: da un lato i social network sono diventati spinte propulsive per il lavoro, l’informazione, la creatività; d’altro canto, raccogliendo le funzioni divulgative che un tempo erano proprie della scrittura cartacea, non si può fare a meno di utilizzarli, perfino con finalità critica nei confronti del sistema stesso (come sto facendo io in questo momento!), a patto di non cadere nel non-senso e nella banalità del linguaggio.
Facciamo pertanto attenzione a che questa nuova lingua non diventi una Neolingua (Orwell docet), che costringa l’uomo ad adottare stereotipi per interpretare il mondo, rifuggendo da una dimensione concettuale più profonda e riflessiva. Il rischio è alto, e il prezzo è l’imbarbarimento e la perdita di autonomia intellettuale. Siamo davvero disposti a pagarlo, pur di sentirci “connessi”?
Giorgio Todesco