Rap e/ è/ € amore

Facciamo tanto i disillusi e gli uomini di mondo ma sotto sotto ci piace ancora credere alle favole. Ci piace credere che un giorno arriverà la nostra principessa/principe che ci amerà e ci rispetterà per quello che siamo, in salute e in malattia in ricchezza è povertà, di un amore puro, che basti a se stesso, che duri per sempre, che vinca la morte ed altre str****ate simili. Tutto finto! Tutto finito!
Nel 2013 l’amore, tanto più il matrimonio, è in crisi, schiacciato dai debiti, corrotto dalla sfrenata rincorsa al divismo e al materialismo, corroso da un latente maschilismo ipocrita e da un femminismo idiota e cortocircuitato, affogato in un mare di noia invincibile e opprimente che annebbia gli orizzonti della sacra “felicità di coppia”. Ed ora tutti a darmi del pazzo pessimista. Ok, prima però guardatevi intorno e chiedetevi: “quante coppie felici conosco”? Parlo di coppie collaudate, che hanno dovuto affrontare i problemi della vita quotidiana, non delle coppie di 16 anni il cui più crucciante pensiero è “quale mascherina comprerò per il mio nuovo Iphone?”. 3/4 dei matrimoni stanno fallendo o sono già falliti ed i restanti vanno avanti per inerzia, per amore dei figli o ancora peggio per interessi economici. È un fatto, è triste ma è la realtà.
Ed il rap deve raccontare la realtà, ecco perché i testi rap che parlano d’amore sono quasi sempre tristi, negativi, focalizzati più sugli aspetti pragmatici dell’amore stesso che su quelli trascendentali e spirituali. L’amore, inteso come quella sensazione che ti da alla testa e che ti fa sentire le farfalle allo stomaco, occupa una porzione ristrettissima nella maggior parte delle relazioni tra due persone, che per il 99% del tempo restante è fatta di dubbi, tradimenti, sesso animalesco, liti, scazzi e tanta… Tanta noia.
E così ti ritrovi a battere i pugni al muro per lei. Quando l’hai conosciuta aveva scritto ciao sulla fronte e già addio sulla nuca ma tu ti sei affezionato troppo ed adesso ti ha lasciato. In paranoia, sdraiato a letto, ti chiedi perché lo abbia fatto ma sai benissimo che menti a te stesso, la risposta già la conosci (molto probabilmente è soldi) e vorresti un’altra chance, solo un’altra occasione.
Pazienta, riposa, domani è un’altro giorno. Uscirai con gli amici, farai colpo su qualcun’altra, la porterai a casa, aprirai un pacco di birre da 6 mentre lei si accuccerà e… Sarà fatta. Solo ricorda di non innamorarti questa volta, non stai mica cercando una sposa no? Di questi tempi poi….

Francesco Bitto

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Mea culpa, di Clementino – Recensione

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Dopo l’approdo nell’etichetta “Tempi duri” e a 2 anni dall’ultimo album I.E.N.A. uno dei migliori rapper e freestyler italiani torna nei negozi di dischi con il suo album “Mea culpa”. Stiamo parlando di Clementino, uno dei maggiori esponenti dell’underground italiano, esponente di spicco della scena hip hop partenopea. Mea culpa si presenta da subito come un progetto ambizioso, ricco di collaborazioni e produzioni interessanti, che come sempre non delude le aspettative del pubblico.

L’album, uscito il 28 maggio scorso, ha già riscosso un grandissimo successo finendo in poche settimane al quarto posto nella classifica Fimi. Mea culpa è un disco ben riuscito, grazie  alle numerose ed importanti collaborazioni (Jovanotti, Negrita, Meg, Marracash, Noyz narcos) e ai suoi produttori (Shablo, Big Joe, Fritz Da Cat), e ad un’intelligentissima strategia di marketing (si nota soprattutto in questo lo zampino di Fabri Fibra); un disco che nonostante la presenza di tematiche profonde e personali, risulta leggero e alla portata di tutti. Brani impegnativi e dai forti riferimenti alla società napoletana e italiana come “O’ vient”,“Mea culpa” o “Aquila reale” lasciano spazio a brani più leggeri frivoli come “Clementonik” e “Che hit”, in cui lo stile frizzante e il flow scorrevole del rapper napoletano, trasportano l’ascoltatore in un Rap “bastardo“, fatto di dialetto, inglese ed italiano che si mischiano dando vita a un ibrido gradevole e brioso. 

La Iena di Nola ha dalla sua una forte comunicabilità, sa parlare al pubblico e parla per il pubblico, affronta tematiche sociali senza mai cadere nel banale, non si risparmia ed è cosciente di provenire da un ambiente difficile senza mai rinnegarlo, usando il dialetto partenopeo in quasi ogni traccia. “Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa”, ma qual è la sua colpa? Quella forse di essere la “ voc’ e chi n’ten nient”? Clementino in questo disco si fa portavoce del male di vivere e dello smarrimento che accomunano tutti i giovani italiani, parla appunto “a nome di una generazione che qui non ha più niente ed è costretta a dipendere sempre dalla gente”, questo lo rende umano, lo rende vulnerabile e, merito forse anche della sua faccia da bravo ragazzo, piace, crea consensi, diverte. Clementino aveva già palesato il suo talento negli album precedenti, ma con ”Mea culpa” dimostra di essere maturato con il tempo ed è la prova che agli artisti nella nostra bella Italia  non è rimasto soltanto il vento.

Tecnicamente è un album caratterizzato da alcuni piccoli cambiamenti nel modo di rappare della Iena bianca. Innanzitutto il flow risulta a volte spezzato dalla presenza di alcune rime non chiuse e di molte rime “impure”, che donano alle tracce pause “riflessive” con cui il rapper sembra esortare il pubblico a una maggiore attenzione verso la tematica piuttosto che verso il trasporto musicale. Curioso è anche il dissing, molto pesante, nei confronti di Riccardo Bocca, un giornalista dell’Espresso che lo aveva precedentemente criticato e a cui Clementino in Amsterdam risponde:

“Un giornalista de l’Espresso me lo prende in bocca

come il suo cognome impara a dosare parole coglione! “

Francesco Bitto