Le 31 cose che non sai di Giulio Cesare

Chi non conosce Giulio Cesare? Il generale romano non richiede presentazioni: la sua vita fu costellata di vittorie folgoranti e imprese eroiche. Egli sancì la fine della Repubblica e l’inizio dell’Età Imperiale, cambiando per sempre il corso di Roma. Ma non tutti conoscono i vari retroscena della sua biografia, alcuni esilaranti, altri sconcertanti, altri, invece, ci fanno capire il perché quest’uomo divenne una delle figure più famose e conosciute del mondo intero. La fonte come sempre è il caro Svetonio: cosa, dunque, non sapete di Giulio Cesare?
Partiamo dalle prime imprese del generale:
1. “Si trattenne presso Nicomede, non senza far nascere il sospetto di essersi prostituito a quel re. Questa voce si rafforzò, perché pochi giorni dopo tornò in Bitinia, con la scusa di dover incassare una somma dovuta a un liberto suo cliente”.
2. “Durante quel viaggio venne catturato dai pirati vicino all’isola di Farmacusa, e rimase con loro per quasi quaranta giorni. Pagato il riscatto e sbarcato a riva, non prese riposo fino a quando, armata una flotta e seguite le tracce dei pirati in fuga, non li ebbe catturati e fatti giustiziare, come spesso, quasi per scherzo, li aveva minacciati di fare”.
3. “Arrivato a Cadice e vista una statua di Alessandro Magno, si mise a piangere, quasi vergognoso della propria ignavia, al pensiero di non avere fatto ancora niente che fosse degno di memoria a un’età in un cui Alessandro aveva già soggiogato il mondo intero”.
4. “Scacciò con le armi dal Foro il collega Bibulo che si opponeva a una sua proposta di legge agraria. Questi, essendosene lagnato in Senato e non avendo trovato nessuno che osasse farsi relatore di un fatto così grave, fu preso da un tale scoramento che si chiuse in casa fino al termine del suo mandato. Nel popolo corsero ben presto questi versi: «Nulla è accaduto sotto Bibulo, ma sotto Cesare; nulla ricordo che sia accaduto sotto Bibulo»”.

La disavventura poco prima di varcare il Rubicone (giorno sbagliato per perdersi): 
5. “Dopo il tramonto, fatti aggiogare a un carretto i muli di un mulino vicino, si avviò in massimo segreto e con debole scorta. Ma, al buio, perdette la strada ed errò a lungo, fino a quando, all’alba, trovata una guida, riprese a piedi il cammino attraverso angusti sentieri”.
Sapeva come umiliare i suoi nemici…
6. “Da Alessandria passò in Siria, e quindi nel Ponto, richiamatovi dalle inquietanti notizie su Farnace, che aveva colto il momento opportuno per iniziare le ostilità e si era imbaldanzito per i molteplici successi: quattro giorni dopo il suo arrivo Cesare lo distrusse in una sola battaglia durata meno di quattro ore”.
Cesare generoso per il felice esito della guerra civile:
7. “Non solo fece distribuire al popolo dieci moggi di grano e altrettante libbre d’olio a testa, ma ai trecento nummi che aveva promesso a suo tempo ne aggiunse altri cento quale interesse per il ritardato pagamento”.
8. “Dopo la vittoria di Spagna offrì due banchetti al popolo perché, essendogli sembrato il primo modesto e poco degno della sua generosità, ne fece allestire un secondo, veramente magnifico, cinque giorni dopo”.
9. “A questi spettacoli assistettero folle immense, venute da ogni parte, tanto che molti forestieri alloggiarono sotto le tende alzate nelle strade e nei crocicchi, e molti, tra cui due senatori, rimasero schiacciati e soffocati nella ressa”.
Un astronomo preciso:
10. “Regolò l’anno sul corso del sole e lo fissò di trecentosessantacinque giorni, sopprimendo il mese intercalare e inserendo invece un giorno ogni quattro anni”.
Rubens – Cesare riceve la testa di Pompeo 
Adesso passiamo alle curiosità più divertenti:
11. “Era tanto meticoloso nel curare il corpo che, non contento di farsi tagliare i capelli e radere la barba con estrema cura, si faceva persino depilare, come qualcuno gli rinfacciò”.
12. “Godeva di ottima salute, ma negli ultimi tempi soffriva di svenimenti e di incubi notturni: due volte, mentre svolgeva la sua attività, fu anche colto da attacchi epilettici”.
13. “Non riuscì mai a consolarsi di essere calvo, angustiandosi eccessivamente per gli scherzi dei suoi detrattori, e per nascondere la calvizie si pettinava portando avanti i radi capelli”.
14. “Molti testimoni ce lo dicono estremamente desideroso di lusso e di eleganza; poiché non corrispondeva al suo gusto, distrusse fin dalle fondamenta, quando già era finita, una villa che aveva fatto costruire con grandi spese nel quartiere Nemorense, benché in quell’epoca fosse in modeste condizioni finanziarie e oberato dai debiti”.
15. “Si procurava anche degli schiavi belli e colti, pagandoli a così alto prezzo che se ne vergognava e dava ordine di non segnarlo nei suoi registri di spese”.
16. A proposito del suo legame con Nicomede, re della Bitinia: “Tralascio anche i discorsi di Dolabella e di Curione, in cui Dolabella lo chiama «rivale della regina» e «sponda interna della lettiga reale» e Curione «postribolo di Nicomede» e «bordello di Bitinia»; tralascio anche gli editti con cui Bibulo insultava il suo collega: «La regina di Bitinia prima volle il re, e ora il regno».
17. “Anche un certo Ottavio che, essendo pazzo, diceva tutto quel che gli saltava per la mente, avendo salutato Pompeo col titolo di re, chiamò Cesare «regina»”.
18. “Cicerone scrisse in certe lettere: «in Bitinia il discendente di Venere si era coricato con il re con una veste di porpora nell’aureo letto, dove aveva perduto il fiore della sua gioventù»”.
19. Ecco che abbiamo spiegato perché Marco Bruto lo uccise: “Ma più di ogni altra amò Servilia, madre di Marco Bruto, per la quale aveva acquistato una perla del valore di sei milioni di sesterzi”.
20. “Che non rispettasse le donne sposate, nemmeno nelle province, risulta da questi versi che parimenti i soldati cantavano durante il trionfo gallico: «Cittadini, chiudete le vostre donne! Portiamo con noi un calvo scostumato»”.
21. “E, perché non vi possa essere nessun dubbio sul fatto che Cesare ebbe la peggior fama di sodomita e di adultero, Curione in un suo discorso lo chiama «marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti»”.
Playboy anche con Cleopatra:
22. “Ma amò soprattutto Cleopatra, con la quale si intrattenne spesso a banchetto fino all’alba, e su una nave fornita di stanze si addentrò con lei in Egitto. In seguito, fattala venire a Roma, la rimandò in patria solo dopo averla colmata di onori e di regali splendidi, e consentì che il figlio nato dalla loro unione portasse il suo nome”.
Ma ora tessiamo un po’ di lodi:
23. “Abilissimo nelle armi e nel cavalcare, sopportava le fatiche oltre ogni credere. Nelle marce precedeva le schiere, talvolta a cavallo, ma più spesso a piedi, a capo scoperto, sia con il sole che con la pioggia. Percorreva distanze immense con rapidità incredibile, senza bagaglio, su un carretto da noleggio, facendo persino cento miglia in un giorno. Se veniva ritardato da qualche corso d’acqua, lo attraversava a nuoto, tanto che spesso precedeva coloro che aveva mandato ad annunciare il suo arrivo”.
24. “In inverno passò da Brindisi a Durazzo attraverso le flotte nemiche, e poiché le sue truppe tardavano a giungere, alla fine si imbarcò di nascosto, di notte, da solo, col viso coperto dal mantello e su di una piccola barca; né si fece riconoscere né permise al barcaiolo di arrendersi al tempo avverso se non quando fu quasi travolto dai flutti”.
25. “Mentre stava attraversando l’Ellesponto su di una piccola imbarcazione da trasporto, Lucio Cassio, della parte avversa gli piombò addosso con una flotta di dieci navi da guerra. Cesare non soltanto non fece nessun tentativo per fuggire, ma anzi governandogli incontro, lo accostò e, convintolo alla resa, lo ricevette supplice a bordo”.
26. “Ad Alessandria, durante l’assalto di un ponte, costretto a gettarsi dentro una barca per un’improvvisa sortita, poiché molti si precipitavano nello stesso scafo, si buttò in mare, e nuotando per duecento passi si salvò a bordo della nave più vicina, tenendo alzata la mano sinistra per non bagnare alcune carte, e trascinandosi dietro, stretto tra i denti, il mantello, per non lasciare quel trofeo in mano al nemico”.
27. “A provare il valore con cui combattevano i suoi soldati sta il fatto che dopo l’unico infelice scontro presso Durazzo, gli chiesero spontaneamente di essere puniti, tanto che egli dovette piuttosto confortarli che castigarli”.
28. “Trattò sempre gli amici con tanta cortesia e tanta bontà che una volta, essendosi improvvisamente ammalato Caio Oppio, che lo accompagnava in un viaggio per regioni boscose, gli cedette il solo piccolo alloggio che c’era in quel luogo, e se ne rimase a dormire sulla nuda terra, sotto le stelle”.
29. “Anche nel vendicarsi era mitissimo per natura. Quando catturò i pirati dai quali era stato fatto prigioniero, poiché ormai aveva giurato di farli crocifiggere, diede ordine di strangolarli prima di appenderli alla croce”.
Camuccini – Morte di Giulio Cesare
E dopo la tragica morte…
30. “La curia in cui Cesare era stato ucciso venne murata e le idi di marzo presero il nome di «giorno del parricidio’ e non fu mai più lecito convocare il Senato in quel giorno”.
31. “Quasi nessuno dei suoi assassini gli sopravvisse più di tre anni, e nessuno morì di morte naturale. Furono condannati tutti e perirono in circostanze diverse, parte in naufragio, parte in battaglia; alcuni si tolsero la vita con lo stesso pugnale con cui avevano violato il corpo di Cesare”.
Giulia Bitto
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Le personalità più strane del mondo antico: Alcibiade

Alcibiade non si può definire strano: semmai irriverente, voltagabbana, affascinante, spregiudicato, intelligente, traditore, furbo, abile a parlare, abile a comandare. Tuttavia questo elenco di aggettivi, che potrebbe protrarsi per molto ancora, mi ha convinta a inserirlo nella categoria di strano.

Socrate istruisce Alcibiade nella casa di Aspasia, Jean-Léon Gérome, 1861
Alcibiade, stratega ateniese nato nel 450 a.C., non ebbe una vita tranquilla. Fin da giovane fu ribelle e incontenibile: forse per questo fu affidato al “maestro più famoso dell’epoca, Socrate. La relazione tra i due, per molti storici, fu anche di carattere sentimentale: il giovane ammirava tantissimo il maestro (come sappiamo dal Simposio di Platone) e si dice rispettasse solo lui. Al di là del pettegolezzo, Socrate fece emergere la “parte buona” di Alcibiade: egli infatti oscillava tra il desiderio di sapienza e rettitudine (quando seguiva il maestro) e una vita smodata e dedita al successo. Platone gli fa dire: “Quando lo ascolto, il cuore mi balza in petto più che ai coribanti e per le sue parole le lacrime mi scendono giù, e vedo che moltissimi altri subiscono i medesimi effetti […] Più volte mi ha messo in una condizione tale da credere che la vita non fosse più degna per me di essere vissuta nello stato in cui mi trovo ora.”
Nel frattempo Alcibiade affinò le sue tecniche persuasive frequentando i sofisti e stringendo amicizie, fino a quando divenne popolare: dopo la pace di Nicia del 421 a.C. (che sanciva una tregua ventennale con Sparta durante la guerra del Peloponneso), mal digerita dallo stratega in quanto firmata con il suo avversario, Alcibiade ideò un piano che avrebbe dovuto risollevare le sorti di Atene: la spedizione in Sicilia. Gli Ateniesi, inizialmente in visibilio per il progetto di Alcibiade, lo fornirono di navi e mezzi. Ma i suoi nemici politici, una volta in Sicilia, lo fecero richiamare perché accusato di aver mutilato le erme (statue del dio Ermes) e profanato i Misteri eleusini. Con l’allontanamento di Alcibiade la spedizione si rivelò un disastro: senza lo stratega, le forze ateniesi vennero distrutte. Una sconfitta che segnò profondamente il corso della guerra.

Socrate distoglie Alcibiade dal piacere di un abbraccio sensuale, Jean-Baptiste Regnault, 1791

Da qui in poi iniziarono le “peregrinazioni” del comandante. Da latitante si rifugiò a Sparta, dando ai nuovi amici consigli su come sconfiggere Atene: suggerimenti che furono devastanti per la città. Ma il soggiorno a Sparta, nonostante fu molto d’aiuto per i Lacedemoni, durò poco: Agide II, re di Sparta, tornò a casa trovando un figlio che non poteva essere suo. Il padre? Alcibiade. L’atmosfera si stava facendo troppo pesante, così il nostro stratega cercò un secondo asilo: l’Asia Minore, dai persiani. Si recò dunque da Tissaferne, satrapo, al quale diede importanti suggerimenti su come logorare Sparta e non appoggiarla nella guerra. Ma l’obiettivo dello stratega era fondamentalmente quello di tornare ad Atene.

Così iniziarono una serie di manovre folli tese ad instaurare l’oligarchia ad Atene e un’alleanza con Tissaferne: si formò il Governo dei Quattrocento e, successivamente a un colpo di stato, il Governo dei Cinquemila, che decretò nel 411 a.C. il ritorno di Alcibiade in patria in qualità di generale. Le macchinazioni e i giochi di potere fatti dal comandante sono innumerevoli: con il suo ingegno riuscì ad accattivarsi il favore del popolo ateniese, che prima lo aveva condannato, mandando in visibilio la folla durante una parata organizzata da lui. Ma la brama di ricchezze fu la sua disfatta: si recò in Caria per saccheggiarla, lasciando il comando a un luogotenente, che aveva l’ordine di stare fermo. Ma quest’ultimo senza permesso si scagliò contro la flotta spartana, perdendo miseramente. La colpa ricadde su Alcibiade, da poco tornato in patria, che si attirò nuovamente l’odio dei concittadini. Scappò così in Tracia.

L’ultima mossa di Alcibiade fu volta alla salvezza di Atene, ma ormai nessuno gli prestava ascolto: a Egospotami si accorse che le navi ateniesi erano disposte male e cercò di avvisare gli strateghi, che lo cacciarono via. La flotta ateniese subì una sconfitta schiacciante: era la fine della guerra. Gli oligarghi di Atene e Lisandro decisero di far fuori questo personaggio troppo scomodo e pronto ad esplodere da un momento all’altro. Controverso, amato e odiato, amante del lusso ma anche della sapienza: uno dei personaggi, se non strani, sicuramente più ambigui e interessanti di sempre.

“E noi non possiamo fissare il punto esatto in cui il nostro impero si fermerà; abbiamo raggiunto una posizione nella quale non dobbiamo accontentarci di mantenerlo, ma dobbiamo progettare di ingrandirlo, perché se noi smettiamo di regnare sugli altri rischiamo di essere sottomessi a nostra volta.” (Tucidide, VI, 18)

Giulia Bitto 

Le personalità più strane del mondo antico: Commodo

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Non voglio insinuare che le personalità più strane del mondo antico fossero solo romane, o solo imperatori romani: ma si deve riconoscere una certa predisposizione all’insanità mentale per coloro che rivestirono la più alta carica durante l’Età imperiale. Come fu per Lucio Aurelio Antonino Commodo, della dinastia degli Antonini, regnante dal 180 al 192 d.C. Paragonato a Nerone e Caligola per la follia e a Domiziano e Tiberio per la crudeltà gratuita, affascinato dalla figura dell’imperatore-dio orientale, fu l’ennesimo personaggio stravagante e poco amato dal popolo che sedette sul trono di Roma.


Figlio dell’imperatore filosofo Marco Aurelio, dopo la morte dei fratelli e del padre nel 180 Commodo prese in mano le sorti di Roma a soli diciannove anni. Marco Aurelio gli garantì una buona istruzione e tenne sempre a cuore che un figlio legittimo prendesse il suo posto, cosicché quel 17 marzo 180, giorno della morte di Marco Aurelio e dell’ascesa di Commodo, fu visto dai romani come un presagio di buona fortuna. Ma non fu così. Ben presto il giovanissimo regnante mostrò la sua vera indole. Scrive Svetonio nella Historia Augusta, nella parte riservata a Commodus Antoninus (documento che da ora in poi citerò): “Fu chiamato anche l’Ercole romano, perché aveva ucciso delle fiere nell’anfiteatro di Lanuvii: aveva infatti l’abitudine di uccidere belve in patria“. Per i Romani era scandaloso che un imperatore si abbassasse a fare il gladiatore, figura considerata tra i ranghi più bassi della società. “Arrivò alla follia di pretendere che la  città di Roma fosse chiamata Colonia Commodiana […] Nell’occasione in cui presentò in senato la proposta di  fare Roma “commodiana”, non solo il senato approvò la proposta per prenderlo in giro, ma chiamò anche se stesso Commodiano“.

Ma Commodo non fu famoso soltanto per le sue stravaganze teatrali: la sua crudeltà restò nella storia. “Uccise con fichi avvelenati Motileno, prefetto del pretorio; Nella sua passione per la crudeltà obbligava i sacerdoti di Bellona a tagliarsi davvero un braccio. I sacerdoti di Iside li obbligava a percuotersi a morte il petto con le pigne. Portando in giro la statua di Anubi, feriva gravemente con quella le teste dei seguaci di Iside“. E se ciò non bastasse: “Prendeva uomini zoppi o impossibilitati a camminare travestendoli da giganti e ricoprendoli dalle ginocchia in giù di drappi in forma di drago, e poi li uccideva con le frecce“; “Dava in pasto alle fiere chi lo scherniva“; “Se qualcuno diceva di essere disposto a morire per lui, lo faceva precipitare suo malgrado da una rupe“; “Fece sbudellare un uomo grasso per rovesciarne fuori tutte le viscere. Chiamava monopodi o orbi quelli a cui aveva fatto togliere un occhio o spezzare una gamba“.

È facile capire come l’impopolarità di quest’uomo crescesse ad ogni evento del genere. Il senso di onnipotenza dell’imperatore si spingeva sempre più oltre: “Si fece presentare su un piatto d’argento due gobbi cosparsi di senape, e subito li promosse e li fece ricchi“; “Si accostava ai templi degli dei macchiato da stupri e da sangue umano“. Questo atteggiamento non fu più tollerato dal Senato, che nel 192, esasperato dai comportamenti efferati e gratuiti del re ordì una congiura. Alla vigilia dell’insediamento dei nuovi consoli (che probabilmente sarebbero stati uccisi dallo stesso) il 31 dicembre 192 si organizzò un banchetto, durante il quale i congiurati avrebbero dovuto avvelenare Commodo. Ma egli, sentendosi appesantito dal pasto, vomitò: così i senatori chiesero a Narcisso, maestro dei gladiatori, di uccidere l’imperatore in cambio di una ricompensa. Nel bagno più tardi si compì la congiura: non poteva più scappare dalla morte.

Commodo fu dichiarato nemico pubblico e si decretò la damnatio memoriae: nonostante moltissime statue furono distrutte, a tutt’oggi si conservano oltre cinquanta ritratti. Poco dopo, tuttavia, Settimio Severo dichiarò l’apoteosi dell’ex nemico pubblico per nobilitare la sua famiglia, bloccando il processo di damnatio e rendendolo divus: a prova di quante fossero le contraddizioni e le stranezze a Roma. Commodo fu l’ennesimo esempio di disfacimento e dissolutezza: nessun imperatore, salvo rare eccezioni, pareva interessarsi non solo del bene dello Stato ma dello Stato stesso. Il lento declino dell’urbe pareva ormai inesorabile, grazie soprattutto a personaggi di tal fatta.

Giulia Bitto