La battaglia di Algeri – Recensione film

Dicembre 1960: L’Algeria è una delle ultime testimonianze della Grandeur francese, una delle pochissime colonie ancora sotto il controllo di Parigi, e il governo transalpino è disposto a resistere alle spinte indipendentiste ad ogni costo. Il popolo algerino scende in piazza nella capitale, bandiere del fronte nazionale al pugno, manifestando per l’indipendenza. Pur di opporsi alla protesta, il governo parigino autorizza le truppe al fuoco. È la battaglia finale che porterà il popolo algerino alla vittoria nel 1962.

Il film di Gillo Pontecorvo comincia a narrare le vicende algerine però, già dal 1957, quando il capo della resistenza Alì La Pointe, assediato dai Parà francesi, dietro il muro della sua casa, nella Casbah di Algeri, ricorda gli avvenimenti degli ultimi anni. Di fronte alla decisione di Alì di non arrendersi, il colonnello Mathieu fa saltare in aria la casa. Nonostante la sua morte, 3 anni dopo, la rivolta esplode nuovamente. La battaglia di Algeri passerà alla storia come uno dei film di guerra tecnicamente meglio realizzati, grazie all’utilizzo di una tecnica all’avanguardia che consisteva nel mescolare immagini di finzione ad immagini di repertorio (attraverso una particolare e ripetuta stampa del negativo della pellicola, che aveva l’effetto di invecchiare le immagini). L’opera del regista italiano si ergerà a punto di riferimento per ogni film di guerra successivo (da “Apocalypse now” di coppola, a “Bastardi senza gloria” di tarantino, dove il film viene addirittura citato).

Pontecorvo celebra l’indipendenza algerina esaltando in modo romantico, anche se non retorico, la conquista della libertà per mezzo del sacrificio dei singoli. Girato a soli 4 anni dagli avvenimenti narrati, il film possiede immagini dalla forza dirompente, tanto che venne proibito in Francia in quanto “oltraggioso per la nazione”. Ciononostante il film ottenne il Leone d’oro a Venezia e ben 4 nomination all’Oscar!

Francesco Bitto
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