Witches of East End – Recensione telefilm

In un periodo in cui se non ti barcameni tra i fornelli e non dai qualche ricetta non sei nessuno, Epì Paidèia non poteva essere da meno. Per oggi sarò la vostra Anna Camilla Parodi (forse meglio Ramsey) e vi presenterò un piatto alla moda, pensato per il genere femminile, principalmente per quelle ragazze, cresciute a pane, burro e Streghe con il gusto per il fantasy ma che non rinunciano alle romanticherie.

Prendete una matura attrice Hollywoodiana e mettetela a marinare in Una mamma per amica ma con un pizzico di poteri magici. Ora procuratevi due giovani ragazze che impersonino due stereotipi diversi della ragazza moderna, la disinibita e vivace con retrogusto romantico e la timidina ragazza della porta accanto 2.0 e spolverate con un po di glamour modaiolo, incorporate alla mamma di prima e aggiungete un pizzico di zia simpatica e adolescente fuori tempo massimo. Condite con altri poteri magici, meglio se tenuti nascosti e scoperti per caso e qualche piccola incomprensione familiare. 

Nessun piatto è perfetto senza le giuste spezie e niente da quel gusto piccante in più come un triangolo. Prendete due fratelli rigorosamente ricchi, fate in modo che uno sia il classico bravo ragazzo serio e che l’altro sia un mascellone ribelle un po’ pirata e un po’ poeta, uniteli alla prima sorella ed ecco a voi il perfetto condimento romance a base speziata.

A parte preparate un misterioso cattivo, meglio se dotato di effetti speciali da anni 90, aggiungete la giusta dose di omicidi, bamboline voodoo e simboli esoterici quanto basta. 

Ora unite tutto in un frullatore, amalgamate fino ad ottenere un composto non proprio fluido, con qualche momento wtf e qualche buco logico, spolverate con formule magiche nel latino di Harry Potter, flash back in costume, qualche colpo di scena e un po’ di mitologia che non guasta mai. Infornate per 10 episodi di circa 40 minuti l’uno e la nostra ricetta è pronta: un Harmony moderno, con tutti i clichè del genere, condito in salsa magica e glamour, adatto a quei palati che preferiscono i sogni precotti.
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Meroni, una fiction troppo finta per un campione troppo vero

È nata per piacere la fiction che Rai 1 ha dedicato a Gigi Meroni, indimenticato campione del Torino morto a soli 24 anni nel 1967. L’interpretazione di Alessandro Roja (il “Dandi” di Romanzo Criminale – La serie) è fantastica, la sua controparte femminile (Alexandra Dinu) è a tratti strappalacrime, i costumi perfetti, le scenografie gradevoli. E allora? Cosa vi sto venendo a raccontare? È che la fiction  su Gigi Meroni, cari lettori, dal poetico titolo La Farfalla Granata, è fin troppo bella per essere vera. Non ci racconta, insomma, nel grande pathos della storia d’amore tra il calciatore e la sua Cris, donna sposata ai tempi in cui non c’era il divorzio, l’estro, la fantasia, l’eccesso, il genio, la follia, l’eccentricità, la tragedia dell’uomo in scena.

Sembra quasi che Meroni facesse il calciatore per caso e per mestiere portasse le galline in giro o litigasse con gli allenatori: sono solo tre gli spezzoni d’epoca (più le immagini del funerale alla fine), poche le scene ambientate in campo, pochi i dialoghi che trasmettono il senso di tensione e scandalo che quello che è stato il George Best italiano ha portato nella società italiana degli anni ’60. Buoni sentimenti, situazioni melense, amicizie piatte e precostruite, personaggi la cui psicologia è ridotta all’osso. Guardare La farfalla granata è stato come guardare un’opera nata su un canovaccio morto: il ragazzo eccentrico e piacente, la ragazza innamorata ma promessa a un altro, la madre che ostacola l’amore, perfino il piccolo aiutante che tifa per il trionfo dei sentimenti  contro il gretto utilitarismo. 

E poi? Cosa ci dice di Gigi Meroni di differente rispetto agli stereotipati personaggi che tante volte abbiamo visto e rivisto? Insomma, piace perché non può non piacere, ma è stato come cucire la persona sull’abito e non il contrario.

Voglio provare io a raccontarvelo Gigi Meroni, non perché io l’abbia visto giocare o ne conosca ogni dettaglio della pur breve biografia, ma perché parlando di questo personaggio credo sia possibile tracciare un sommario bilancio di quelli che sono stati gli anni ’60, seppur parziale. Gigi Meroni era un fenomeno incontenibile in campo e fuori, giocava un calcio superiore e folle, a suo modo, in un’epoca dominata ancora dal provincialismo e dalle scuole difensive. 

Lo aveva capito Nereo Rocco, il “Paròn”, grande estimatore della Farfalla, che ne controllava e perdonava le stranezze fuori dal campo. Perché come correva sulla fascia il nostro Gigi Meroni correva anche nella vita: a 21 anni il Torino pagò 300 milioni di lire per strapparlo al Genoa, cifra enorme per l’epoca; era un ribelle, e non solo per i capelli lunghi o per l’abitudine di portare una gallina al guinzaglio, un beatnik semplice ma non ingenuo (come invece traspare dalla miniserie). Era un artista, stilista e pittore, il nostro Gigi Meroni, e non dipingeva solo la sua amatissima Cris ma tanto altro e talmente bene che lo stesso Guttuso, a quanto pare, apprezzò il suo stile. Era anche il lato progressista di un paese troppo indietro sul mondo, il cui andazzo, buono o cattivo che fosse, era stato invece intuito ed interiorizzato da quell’ala destra lombarda che sognava Parigi.
Murales dedicato a Gigi Meroni e alla sua famosa gallina al guinzaglio
E, a ben vedere, la produzione di Rai 1 non ci racconta neanche la morte di Gigi Meroni o, per meglio dire, ce la edulcora. Eccolo, Alessandro Roja saluta la sua amata e scende nel tunnel, non prima di aver dato la sua benedizione all’esordiente Agroppi: poi, una luce bianca si diffonde sullo schermo e il campione scompare alla vista sui titoli di coda. Fine. Applausi.

No, no e ancora no! Gigi Meroni morì in un incidente stradale mentre attraversava incautamente la strada, e per ironia della sorte a colpirlo fu un suo fan, che poi sarebbe diventato presidente del Torino portandolo al fallimento nei primi anni 2000. Che nella storia di Gigi Meroni non si abbia uno, un solo accenno alla beffarda vicenda di questo personaggio, Attilio Romero, è un torto al ricordo stesso del campione che con così bei propositi si voleva riproporre al grande pubblico, E, invece, il risultato è una storia strappalacrime ma, in sostanza, essenzialmente vuota e insoddisfacente. Vorrà dire che per capire Meroni stasera guarderò di nuovo “Best”….

Roberto Saglimbeni

Sleepy Hollow – Recensione Telefilm

Benvenuti a Sleepy Hollow! Ridente cittadina dello stato di New York in provincia di Supernatural, dove troverete cittadini ospitali che di certo non vi faranno annoiare con i loro innumerevoli hobby, come la stregoneria, il latino finto, i viaggi nel tempo e l’apocalisse. Ma mi raccomando, non perdete la testa!

Ichabod e Abbie
Da segnalare tra le attrazioni del luogo Ichabod Crane (biscugino laterale di Johnny Depp), autentico uomo bicentenario, tenuto addormentato per 200 anni da un incantesimo, risvegliatosi per collaborare con la polizia allo sport nazionale del luogo: la caccia ai demoni. Insieme alla sua collaboratrice, l’agente Abbie Mills, tra un rituale con le mitiche Clavicole di Salomone e una visione nativa americana, potrete scoprire retroscena sconvolgenti su eventi e personaggi storici più famosi (sapevate, ad esempio, che George Washington nel tempo libero, tra una battaglia e una riunione massonica, si interessava anche di evitare la fine del mondo e lottare contro il diavolo in persona?). 

Che siate streghe o cavalieri dell’apocalisse, preti o massoni, non perdete l’esperienza unica di visitare Sleepy Hollow. Non ci troverete niente di originale o di non già visto, ma il soggiorno sarà ugualmente godibile!

Marvel agent of Shield – Recensione Telefilm


Attenzione! il seguente articolo può contenere spoiler e immagini gratuite dell’agente Coulson circondato da cuori.

Già da qualche tempo è chiaro a tutti che la Marvel ha messo in atto un piano di invasione da fare impallidire gli Skrull, di una portata che nemmeno il Dottor Destino si immaginerebbe mai. Più virali di un virus tecnorganico, le pellicole Marvel spopolano ormai sui grandi schermi di tutto il mondo trasformando i supereroi in campioni di incassi che nemmeno il Mojoverso ha mai visto. Perché lasciare fuori il piccolo schermo? E infatti è sbarcata già da qualche tempo la nuova serie tv della casa produttrice americana, Marvel Agent of Shield

Non è certo la prima volta che supereroi e affini sono protagonisti di serial più o meno di successo (ricordate Smallville?), ma questa è sicuramente una serie diversa dalle altre. Rientra nel nuovo orientamento cinematografico Marvel, che, invece di proporre film dedicati ai singoli personaggi staccati gli uni dagli altri, ambienta le proprie produzioni nello stesso continuum spaziotemporale, legando ogni film con riferimenti ai precedenti e inserendoli in un ordine cronologico.

La serie quindi prende il via successivamente alle vicende di Thor e Ironman 3 e all’ultimo si collega direttamente, continuando la lotta contro i supercattivissimi scienziati della Extremis. Protagonisti, come il titolo suggerisce, sono le reclute della nuova unità dell’agenzia governativa segretissima, capitanate da un paterno Coulson (la morte non è mai definitiva nell’universo Marvel, soprattutto quando il tuo personaggio diventa tra i più amati, come ben sanno Capitan America e innumerevoli X-Men. Se ti comporti bene, più che il paradiso è probabile uno spin off) e dalla taciturna Melinda May, addestratissima veterana pronta a cacciare fuori dai guai lo scalcinato gruppo di reclute a suon di arti marziali e battute ciniche da vera badass.

lo Shield ti giudica
Devo essere sincera, dentro di me c’è un 15enne brufoloso che cita a memoria Indiana Jones e il tempio maledetto compreso di colonna sonora (rigorosamente a bocca chiusa), che è cresciuto (poco) a pane e x-men. A questo quindicenne la serie piace tantissimo, ma la donna adulta (paroloni…) che è in me non può non vedere le pecche, che poi sono le stesse di Ironman 3, ma senza i momenti da film di Vanzina.
hacker, perchè io valgo.
I personaggi sono dei luoghi comuni e non se ne allontanano nemmeno un po’. Abbiamo l’orientale che fa arti marziali, i ragazzini nerd, scienziati e geni (geek is chic), l’hacker idealista (anche i clichè si modernizzano, siamo nel 2013!) e l’agente tutto di un pezzo; Le vicende sono abbastanza scontate e gli sviluppi prevedibili; i protagonisti sono dei modelli appena usciti dalla sessione trucco e parrucco; mancano i cattivi seri, come se nelle testate Marvel ne mancassero!

Cosa salvo di questo telefilm? Le scene d’azione, i gadget supertecnologici, gli effetti speciali, le citazioni furbette da cult d’azione che tutti amiamo (la 2 puntata non può non essere ispirata, almeno in parte, a Indiana Jones), i cammei di Nick Fury e l’agente Coulson (lo voglio come papà!).
 Io e il 15enne brufoloso dentro il mio cervello vi salutiamo e alla prossima!


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Once upon a time stagione 3: Disney meets Lord of the flies

Attenzione, possibili spoiler.

La hook & co. tour vi da il benvenuto sull’Isola che non c’è, dove troverete sirene aggressive, fate fallite, ventenni smarriti dai migliori istituiti correzionali del multiverso ouat, drammi generazionali, conflitti padre/figlio, sentimentalismi (meno), botte e incantesimi (più). Se la scorsa stagione poteva validamente essere prescritta come sostituto del Valium, le prime puntate della nuova sembrano aver invertito la rotta ed essersi allontanate dai lidi della noia. Gli ingredienti base della serie continuano a esserci tutti: la rielaborazione delle fiabe classiche, l’umanizzazione dei personaggi, la magia e i sentimentalismi; quello che sembra essere cambiato e aver dato una bella botta di vita a una sceneggiatura stanca e ripetitiva è il cambio di ambientazione (a metà tra Lost e i Pirati dei caraibi), la riduzione delle diabetiche banalità sentimentali e il cambio di protagonisti.

Se nelle prime due stagioni al centro delle vicende c’erano gli stucchevoli Biancaneve, il suo principe e la loro figlia perduta, nelle prime puntate di questa il riflettore si posta su un immenso Tremotino, estremamente umano, lacerato dai sensi di colpa, meno cinico (forse) e ancora più determinato. Suo degno avversario è il più subdolo e manipolatore Peter Pan mai visto, pronto a sfruttare i punti deboli dei nostri eroi per i propri scopi ancora poco chiari, capo di una tribù di fedelissimi e selvaggi ragazzi. Concludendo, se la serie manterrà queste premesse (no, non ci credo nemmeno io mentre lo scrivo. So che arriverà la deriva buonista e il bene trionferà in un mare di zucchero filato), la terza stagione si preannuncia come la migliore della serie.

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Addio a Tonino Accolla, doppiatore dei Simpson

Si è spento oggi a Roma, dopo una lunga malattia, Tonino Accolla, doppiatore di culto, voce storica di Homer Simpson nell’omonima sitcom. Accolla, 64 anni, siracusano per nascita, romano di adozione, aveva per decenni portato in Italia la voce dell’attore Eddie Murphy in film storici come Il principe cerca moglie, Beverly Hills Cop, Una poltrona per due, Norbit, quella di Pierce Brosnan in Mrs. Doubtfire, di Christian Bale in L’uomo senza sonno, Jim Carrey in Ace Ventura, Una settimana da Dio,  e ancora Timon ne Il Re Leone, il saggio Grande Puffo. Ma la voce di Accolla resterà nell’immaginario collettivo per la magistrale interpretazione, per quasi un quarto di secolo, di Homer Simpson, vero e proprio “doppione”del doppiatore siciliano. Una voce che ha fatto crescere e sognare tante generazioni e che, siamo sicuri, ci lascia tutti un po’ più soli. 

Roberto Saglimbeni