"Tutti i santi giorni" una commedia romantica dei giorni nostri – Recensione Film

Scena tratta dal film Ovosodo (1997).

Proprio ieri, in cerca di qualcosa di leggero e convinta che il film sarebbe stato all’altezza delle mie aspettative, ho scelto Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, distribuito nelle sale cinematografiche nel 2012.

E’ doverosa però una premessa (per chi si aspetta forse una rilettura del film il più imparziale possibile!) : per me la “scuola Virzì” rappresenta il giusto mezzo; il giusto insegnamento, la giusta chiave di lettura, il giusto senso dell’umorismo, ogni cosa al suo posto.
Film come Ovosodo, L’estate del mio primo bacio, Caterina va in città ( per non parlare banalmente dei straordinari Tutta la vita davanti o La prima cosa bella) meritano senz’altro di essere visti, sia perchè ti lasciano qualcosa  sia perché alla fine ti ritrovi a pensare “..Ne è valsa DAVVERO la pena!” (e cosa si chiede di più ad un film?).

Ad ogni modo, Tutti i santi giorni racconta la storia di Guido (Luca Marinelli) ed Antonia (Federica Johanna Victoria), due giovani innamoratissimi l’uno dell’altra ma profondamente diversi. Lui è gentile, un po’ goffo e dotto, lei è bella , esuberante e con la passione per la musica.

Tra un buongiorno con caffè a letto e il desiderio di avere un figlio, si racconta della difficoltà di creare e nutrire un così strano e complesso rapporto d’amore; i due si ritroveranno ad affrontare insieme i problemi di ogni giorno e i fantasmi del passato, ma riusciranno ad incontrarsi, dimostrando così che, in fin dei conti, la diversità non è tutto.
Il senso di familiarità con cui vengono trattati i temi rende il film vivace e scorrevole, ci si sente quasi a casa. I personaggi sono saldi ed incuriosiscono al punto giusto ma, nonostante tutto, la sensazione predominante è che manchi qualcosa o che questo qualcosa non funzioni nel modo corretto.

Non scarseggia la pesata e regolare introspezione tipica dei film di Virzì e però, delle volte, sembra pressocchè una forzatura perchè manca di energia ed efficacia. Forse è la trama in sé che non presenta grandi spunti di riflessione oppure il fatto che i temi sono già nel complesso già triti e ritriti (basti pensare all’idea di una storia d’amore tra due persone agli antipodi…), comunque il risultato finale è un film “carino”. Niente a che vedere con le sopracitate pellicole dello stesso regista, in grado di suscitare grande ammirazione e sgomento generale (..quante lacrime e sorrisi ne La prima cosa bella!).

Però, nulla da rimproverare agli attori: non nascondo la mia stima per Luca Marinelli, che avevo già avuto il piacere di vedere in La solitudine dei numeri primi e che già all’epoca mi aveva affascinato; è versatile e sempre appropriato come, del resto, i film in cui decide di recitare.
La “sicilianità” di Federica Victoria piace, sembra l’adatto coronamento della diversità dei protagonisti
(Guido è un toscano doc e si sente!).

Da vedere? Ni. Meglio cominciare da altri film, se si vuole cogliere davvero l’arte del regista.

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Il favoloso mondo di Amèlie, quando la felicità è alla portata di tutti – Recensione Film

Chi l’ha detto che non si può ritrovare la felicità nelle piccole cose di ogni giorno? 
Risponde a questa domanda l’originale pellicola di Jean-Pierre Jeunet, distribuita nelle sale cinematografiche nel 2001, ma sempre attualissima. 
Amèlie Poulain (Audrey Tautou) è una timida ragazza che lavora come cameriera nel Cafè des 2 Moulins a Parigi. Figlia unica ed orfana di madre dall’infanzia, impara da subito a cavarsela da sola ed a rendere piacevole la vita facendo uso di una fervida fantasia.

Spezzare la crosta della Crème brulèe con il cucchiaino, far rimbalzare i sassi sul Canal Saint-Martin o infilare la mano dentro una busta colma di legumi sono per Amèlie, incapace di instaurare dei veri rapporti, gioie quotidiane accessibili e sempre sicure. Ma un giorno il suo mondo viene stravolto dall’incontro con Nino (Mathieu Kassovitz), un curioso giovane che la costringerà a confrontarsi con i propri limiti e con la dura realtà.

Parigi, fresca e colorata, fa da cornice ad una storia a cui non manca nulla; il film ha già dalle prime scene qualcosa di “grottesco”, e tratta di argomenti ostici , come l’alienazione e la solitudine, con sagacia e brio. Ogni personaggio ha qualcosa di originale (basti pensare all’ “uomo di vetro”, vicino di casa di Amèlie, oppure all’ipocondriaca tabaccaia Georgette) tanto che la stravaganza sembra essere l’ingrediente principale. Certo, la riflessione è dietro l’angolo, ma non lascia spazio a sentimenti negativi, soltanto ad una mera malinconia che non dispiace affatto.

Amèlie è un personaggio capace di suscitare, inevitabilmente, simpatia e tenerezza: continua a vivere in un microcosmo di bambina nel quale si sente protetta, lontana dalla disillusione tipica dell’età adulta e l’immaginazione è la sua forza; ma se, da una parte, la fantasia rende la giovane capace di affrontare la vita con una parvenza di serenità, dall’altra, la allontana dal mondo reale, dall’amicizia…dall’amore. E, come nei quadri dipinti dall’uomo di vetro, Amèlie si pone in disparte, ad osservare da fuori, estranea alla sua stessa vita e rappresenta quella parte di noi, insicura ed irrequieta, che ritroviamo sempre con un sorriso.

Audrey Tatou sembra perfetta per interpretare il ruolo: semplice ma elegante, vispa, mai eccessiva. Le musiche di Yann Tiersen contribuiscono a creare atmosfere oniriche che si incastrano perfettamente, rendendo tutto ancora più fresco e spumeggiante.
E per tornare alla domanda da cui sono partita: certo che si può essere felici nelle piccole cose… purchè non si gioisca da soli.