Mimmo Jodice e le poesie di immagini, i grandi fotografi italiani

Quando i pensieri sono eccessivamente rumorosi, la macchina fotografica diventa l’ unico mezzo per poter raccontare ciò che le parole non riescono ad esprimere. Chi guarda le foto di Mimmo Jodice guarda i suoi pensieri. Le sue poesie di immagini nascono attraverso il linguaggio della fotografia, del suo perdersi nel guardare verso l’ infinito.
Nato a Napoli nel 1934, nella sua città inizia il percorso artistico, da autodidatta, come scultore, pittore e scenografo. Intorno agli anni ’60, quasi come un innamoramento, arriva la prima macchina fotografica, di cui intuisce la forza del racconto attraverso lo strumento fotografico.
Inizialmente le sue fotografie sono rivolte al racconto della cultura partenopea, dei suoi rituali religiosi e della quotidianità delle persone, svolgendo ricerche di tipo antropologico sul mondo popolare del sud e dei suoi problemi e focalizzando l’ attenzione non tanto sulla documentazione reportagistica e all’ azione, quanto allo scenario; più sul gesto che sull’ evento, studiando e raccontando, con un linguaggio strettamente personale, lo spazio e la luce nei quali si muovono le figure.

Sempre negli anni ’60, vivendo in un clima di rinnovamento e creatività, arrivano le prime collaborazione al fianco dei più grandi artisti dell’ epoca: da Andy Warhol a Robert Rauschenberg, Sol Le Witt, Jasper Johns, Jannis Kounellis e Alberto Burri.
Nel 1970 sopraggiungono, contestualmente, la cattedra di fotografia all’ Accademia di Belle Arti di Napoli e la sua prima mostra internazionale, Nudi dentro cartelle ermetiche, presso la galleria “Il Diaframma” di Milano, con la presentazione di Cesare Zavattini, noto soprattutto per essere stato uno dei maggiori esponenti del neorealismo cinematografico.

Inizia le inchieste in ambito sociale a Napoli ma, affrontare problematiche angoscianti gli lascia dentro un grande senso di amarezza e sconfitta per gli emarginati. In seguito a questo percorso, nel 1978, decide di non fotografare più le persone e scopre i temi del mondo antico e dell’ archeologia. Matura un nuovo modo di guardarsi intorno: città ferme, congelate, dove la figura umana non è più visibile; solo ombre trapassate da luce, alla ricerca delle origini. Le foto nate dal progetto “Mediterraneo”, non appartengono più alla quotidianità ma sembrano sospese nel tempo.

Negli anni si avvicendano svariati progetti europei sulla cultura mediterranea e sul mondo antico: Mèmoires de l’origine (1987), Arles (1988), Vue du Pont (1990), Musa museu, (1992).

Le mostre personali sono un susseguirsi nei musei di tutto il mondo: Philadelphia Museum of Art (1995), maison Européenne de la Photographie (1998), Museo di Capodimonte (1998), Galleria Nazione d’ Arte Moderna e Contemporanea (2000), Massachusetts College of Art and Design (2001), Moscow House of Photography (2004), MART – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (2004), Bassano Fotografia (2013).
Nel 2003 ha ricevuto il premio “Antonio Feltrinelli” dall’ Accademia Nazionale dei Lincei e nel 2006 riceve la Laurea Honoris Causa in architettura dall’ Università Federico II di Napoli.
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Maradona, polemica col fisco. Fassina: ‘Gesto dell’ombrello a Equitalia? Da miserabile’


La sfida tra Diego Armando Maradona e il fisco si arricchisce di una nuova puntata: nella sua tre giorni italiana (ha visto il suo Napoli perdere all’Olimpico di Roma) il Pibe de Oro, ospite a “Che tempo che fa”, ha colto l’occasione per attaccare Equitalia: “Mi hanno notificato una messa in mora per 39 milioni in hotel. Durante la mia carriera ho solo giocato a pallone per fare felice la gente, non ho mai firmato personalmente i contratti e non sono un evasore. Bisognerebbe pensare a risolvere i problemi degli italiani che soffrono“.
Ma ciò che ha scatenato la polemica é stato un eloquente gesto dell’ombrello rivolto dal campione alle autorità fiscali italiane. Un gesto forte, che esprime il peso di quasi 25 anni di quella che Maradona ritiene una vera e propria persecuzione: nel corso di questi anni lo Stato, nonostante non vi fosse una sentenza di condanna, ha cercato di recuperare il presunto credito arrivando a pignorare orecchini e orologi del Pibe. Di certo, nonostante i metodi di Equitalia, il gesto di un campione ancora oggi amato e rispettato come lui rischia di tradursi in un “invito a evadere” per le fasce più povere e più sensibili al fascino del mito, tanto che Fassina del PD ha condannato il comportamento di Diego definendolo “da miserabile“. Unica scappatoia, al momento, da una situazione complicata sembra essere la proposta degli sponsor del campione, disposti a pagare a riprova della sua immutata notorietà.

Roberto Saglimbeni

L’uomo e il coraggio: l’Ercole di Lisippo

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è una gemma rara per il patrimonio artistico e culturale italiano, chi l’ha visitato almeno una volta nella vita sa bene cosa si prova nel percorrere i suoi corridoi, nel salire le sue scale e nell’ attraversare le sue maestose stanze; ma, tra tutte le meraviglie conservate gelosamente nel palazzo seicentesco, il visitatore più affezionato sa bene dove dirigersi, e lo fa anche con una fretta che definirei quasi avida, perché sa che lì, nella galleria Farnese, si sentirà immerso nella bellezza pura.

Entrati nella sezione Farnese il visitatore non ha tregua: “L’Eros”, il “Ganimede con l’aquila”, “Era”, “Il toro Farnese”, e ancora la “Venere Callipigia”, Il “Satiro con Dioniso”, i Tirannicidi Armodio e Aristogitone e poi finalmente lui, l’Ercole Farnese. Immenso, maestoso, 317 cm di pura bellezza. L’Ercole Farnese è una creazione di Lisippo ed è databile III secolo d.C. Ercole incarna la forza, il coraggio, la tenacia, ma anche la fragilità dell’uomo; Ercole è l’eroe per antonomasia, per tutta la sua vita ha combattuto per avere l’immortalità, che gli Dei gelosi non avevano voluto concedergli nonostante fosse figlio di Zeus. Dodici furono le prove che Ercole dovette affrontare per ricevere la tanto agognata immortalità e Lisippo ha voluto rendergli omaggio scolpendolo nel marmo alla fine delle sue fatiche: stanco, sfinito, ma trionfante ed etereo. Appoggiato alla clava si riposa e stringe con forza i pomi d’oro, rubati alle Esperidi, che gli garantiranno l’immortalità.

Quello che mi ha sempre emozionato di questa scultura è l’attenta esecuzione della muscolatura degli arti superiori. Il braccio sinistro, rilassato, con i muscoli distesi rappresentano il meritato riposo, sembrano tirare un sospiro di sollievo. Il braccio destro invece è energico, vitale. Ercole stringe i pomi d’oro con forza, non vuole farsi sfuggire il suo premio, quei muscoli contratti, tesi e vigorosi sembrano gridare per la gioia di aver ottenuto, dopo tanto patire, il meritato premio. 

La tecnica è sopraffina, (ma dopotutto stiamo parlando di Lisippo), è tutto perfetto, le vene, i muscoli, i capelli, la barba. La perfezione. “Ercole è definitivamente divinizzato; egli ha compite le imprese che gli hanno aperto la via dell’Olimpo e liberato da qualsiasi terrestre bisogno”. J.J.Winckelmann.

Consuelo Renzetti

Infortunio ad Higuain, è guerra tra il Napoli e la Regione: ‘Chiederemo i danni, situazione medica indecorosa’

Gonzalo Higuain (Foto Resport)

Rischia di diventare molto più di un caso calcistico l’infortunio occorso ieri al fuoriclasse del Napoli, Gonzalo Higuain, che in vacanza a Capri ha riportato, in seguito a una caduta, numerosi punti di sutura al volto. Nella giornata di oggi il vulcanico presidente Aurelio De Laurentis, bombardato dalla stampa, ha rilasciato quanto segue: “Sono stufo che in località turistiche così rinomate manchino presidi medici di buon livello. Che figura facciamo coi personaggi importanti? Chiederemo 100 milioni di danni alle istituzioni, i politici devono imparare, dato che né il sindaco di Capri né il presidente della Regione hanno fatto qualcosa”.

Le dichiarazioni, senza dubbio esagerate, di De Laurentis danno sfogo non solo alla voce di una tifoseria che ha vissuto attimi di paura per le condizioni del suo idolo, ma anche e sopratutto alla preoccupazione per l’inadeguatezza dei servizi turistici, sopratutto al Sud Italia. Se, è vero, i soccorsi per Higuain sono stati tempestivi, è altrettanto vero che in molte delle nostre località più rinomate mancano, in parte per condizioni ambientali, in parte per negligenza, i servizi minimi per garantire che piccoli incidenti diventino casi internazionali. Anche se, non ce ne voglia l’argentino, prima di tuffarsi è meglio dare un’occhiata al fondale..

Roberto Saglimbeni

Mea culpa, di Clementino – Recensione

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Dopo l’approdo nell’etichetta “Tempi duri” e a 2 anni dall’ultimo album I.E.N.A. uno dei migliori rapper e freestyler italiani torna nei negozi di dischi con il suo album “Mea culpa”. Stiamo parlando di Clementino, uno dei maggiori esponenti dell’underground italiano, esponente di spicco della scena hip hop partenopea. Mea culpa si presenta da subito come un progetto ambizioso, ricco di collaborazioni e produzioni interessanti, che come sempre non delude le aspettative del pubblico.

L’album, uscito il 28 maggio scorso, ha già riscosso un grandissimo successo finendo in poche settimane al quarto posto nella classifica Fimi. Mea culpa è un disco ben riuscito, grazie  alle numerose ed importanti collaborazioni (Jovanotti, Negrita, Meg, Marracash, Noyz narcos) e ai suoi produttori (Shablo, Big Joe, Fritz Da Cat), e ad un’intelligentissima strategia di marketing (si nota soprattutto in questo lo zampino di Fabri Fibra); un disco che nonostante la presenza di tematiche profonde e personali, risulta leggero e alla portata di tutti. Brani impegnativi e dai forti riferimenti alla società napoletana e italiana come “O’ vient”,“Mea culpa” o “Aquila reale” lasciano spazio a brani più leggeri frivoli come “Clementonik” e “Che hit”, in cui lo stile frizzante e il flow scorrevole del rapper napoletano, trasportano l’ascoltatore in un Rap “bastardo“, fatto di dialetto, inglese ed italiano che si mischiano dando vita a un ibrido gradevole e brioso. 

La Iena di Nola ha dalla sua una forte comunicabilità, sa parlare al pubblico e parla per il pubblico, affronta tematiche sociali senza mai cadere nel banale, non si risparmia ed è cosciente di provenire da un ambiente difficile senza mai rinnegarlo, usando il dialetto partenopeo in quasi ogni traccia. “Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa”, ma qual è la sua colpa? Quella forse di essere la “ voc’ e chi n’ten nient”? Clementino in questo disco si fa portavoce del male di vivere e dello smarrimento che accomunano tutti i giovani italiani, parla appunto “a nome di una generazione che qui non ha più niente ed è costretta a dipendere sempre dalla gente”, questo lo rende umano, lo rende vulnerabile e, merito forse anche della sua faccia da bravo ragazzo, piace, crea consensi, diverte. Clementino aveva già palesato il suo talento negli album precedenti, ma con ”Mea culpa” dimostra di essere maturato con il tempo ed è la prova che agli artisti nella nostra bella Italia  non è rimasto soltanto il vento.

Tecnicamente è un album caratterizzato da alcuni piccoli cambiamenti nel modo di rappare della Iena bianca. Innanzitutto il flow risulta a volte spezzato dalla presenza di alcune rime non chiuse e di molte rime “impure”, che donano alle tracce pause “riflessive” con cui il rapper sembra esortare il pubblico a una maggiore attenzione verso la tematica piuttosto che verso il trasporto musicale. Curioso è anche il dissing, molto pesante, nei confronti di Riccardo Bocca, un giornalista dell’Espresso che lo aveva precedentemente criticato e a cui Clementino in Amsterdam risponde:

“Un giornalista de l’Espresso me lo prende in bocca

come il suo cognome impara a dosare parole coglione! “

Francesco Bitto