Eugene Richards: dietro al dolore

Eugene Richards, Child and Mother with aids, Safo, Niger, 1997
“È pretenzioso per un fotografo credere che i suoi scatti possano cambiare qualcosa. Se lo facessero non vorremmo esser tormentati dalla guerra, dal genocidio, dall’odio. Un contributo realistico lo possono dare facendo vedere le cose dal punto di vista di chi le vede accadere, creano un ricordo storico, queste fotografie ci danno modo di riflettere”. 
Nato nel 1944 nel Massachusetts Eugene Richards è uno dei migliori fotografi documentaristi di sempre. Laureato in letteratura e giornalismo, studiò fotografia con Minor White. Partecipò al movimento di protesta contro la guerra in Vietnam e nel 1968 prese parte al programma AmeriCorps VISTA (Volunteers in Service to America) e, assegnato alla zona est dell’Arkansas, fondò un’organizzazione per i servizi sociali e un quotidiano che dona una voce alla popolazione afroamericana, denunciando le attività del Ku Klux Klan. 
Dotato di una grande personalità ha saputo cogliere e raccontare le storie delle diverse classi sociali, dei sobborghi, delle guerre, delle malattie, ed ha riversato tutto questo in una serie di libri. Primo di questi, “Few Comforts or Surprises” del 1973, in cui descrive la povertà rurale dell’Arkansas. Segue un ancor più sentito secondo libro auto-pubblicato: “Dorchester Days” del 1978, il quale rappresenta un “ritorno a casa”, nella sua teca del Massachusetts (e forse per questo un documento molto più attento), in cui rigetta tutta la sua rabbia, sia politica che personale. “Exploding into life” del 1986 racconta la lotta al cancro della sua prima moglie, “Cocaine True, Cocaine Blue”, del 1994 è un’indagine sulla droga nelle città americane e “Fat Baby” è una collezione di quindici reportage fotografici e testuali. “The Blue Room” racconta a colori le case abbandonate d’America e “A Procession of Them” affronta il dramma degli istituti psichiatrici. 
“Turbato dalla crescente indifferenza del pubblico nei confronti della tragedia in Iraq e critico verso la mia stessa inazione, ho intrapreso un viaggio lungo alcuni anni per documentare le vite di quegli americani che la guerra aveva profondamente cambiato”. 
“War is personal” è il suo lavoro sulla guerra in Iraq che allora era al quarto anno. Tomas Young quando prese il fucile non poté certamente pensare di poter diventare un vecchio veterano paralizzato e pieno di rancore, proprio come Michael Harmon che tornato dal campo di battaglia non sente più d’appartenere alla propria casa. Non passa giorno senza che Carlos Arrdondo s’incolpi per suo figlio, marine, che credeva nella sua patria è che morì in guerra: non come Kimberly Riviera, che decise fatalmente di disertare e di fuggire in Canada piuttosto che tornare in Iraq; e non fortunati quanto Nelida Bagley, madre di un figlio leso al cervello, convinta che un giorno possa guarire. È una rivelazione sconvolgente, sono le vite celate dietro i media, quando leggiamo o sentiamo della morte di un soldato non possiamo certamente immaginare tutto il dramma che una morte possa generare. Cronache ed esperienze profonde, non sul campo di battaglia ma sulla reazione a catena di sofferenza che si trascina pesantemente alle spalle come la rete di un pescatore. 
Sono molti i riconoscimenti ottenuti, tra cui il Guggenheim Fellowship, il National Endowment for the Arts, il W. Eugene Smith Memorial Award, il National Geographic Magazine Grant for Photography, il Getty Images Grants for Editorial Photography, e l’Amnesty International Media Awards. Nel suo documentario “But, the day came” racconta l’ingresso di un anziano contadino del Nebraska in un ospizio, e con questo reportage ha ricevuto il premio come miglior cortometraggio al Full Frame Documentary Film Festival.

Andrea Silva

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Steve McCurry: il colore dell’uomo

Afghan Girl, Peshawar, Pakistan, 1984

“La maggior parte dei miei scatti riguardano le persone. Cerco il momento svelato, l’attimo in cui l’anima ingenua fa capolino e l’esperienza s’imprime sul volto di una persona”.
Steve McCurry
Se c’è un fotografo di reportage che è emblema di quest’epoca quello è sicuramente Steve McCurry.
È sua la fotografia più nota, “Ragazza afgana“, scattata a Peshawar, in Afghanistan e copertina del numero di giugno del 1985 del National Geographic; ragazza che fino al 2002 nemmeno sapeva d’esser diventata famosa e che quando McCurry la ritrovò la descrisse con queste parole: “la sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è straordinaria come tanti anni fa”.

Holi Festival, Rajasthan, India, 1996

Il colore si riversa nell’occhio di Steve McCurry che sapientemente riesce ad immortalarlo nel freddo attimo eterno della fotografia. Ricerca la condizione umana impressa sui volti dei suoi soggetti, nelle sue foto c’è sempre un attimo di sospensione e perfino le foto più crude mostrano la tempesta di emozioni che impervia nell’uomo. Sono rari quei fotografi in grado di leggere la realtà e di saperla tradurre a colori, perché seppur è vero che il bianco e nero è l’essenza stessa della fotografia il colore è la vibrazione dell’anima. Come se non bastasse le fotografie di McCurry non sono fotografie studiate ma bensì degli attimi di reportage in cui il momento e la situazione devono esser sfruttati al meglio.

“Il bianco e nero va sicuramente bene, e in generale tutto dipende dalle situazioni, però c’è da dire una cosa: la vita è a colori e per questo  la scelta del colore mi sembra più logica, molto naturale. Attraverso il colore restituisco la vita come appare.”
Steve McCurry

Steve McCurry, Weligama, Sri Lanka, 1995
Il 24 febbraio del 1950 nasceva a Filadelfia, in Pennsylvania, Steve McCurry. Si iscrisse alla Penn State Universty dove si appassionò alla fotografia lavorando per il quotidiano dell’università: The Daily Collegian, ed anche se inizialmente si interessò alla fotografia ed al cinema nel 1974 ottenne una laurea in teatro. Dopo due anni passati a lavorare per il Today’s Post presso il King of Prussia poté partire come fotografo freelance per l’India e fu lì che nacque l’artista che oggi noi tutti conosciamo.
“Già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, procura gioia e dà una carica inesauribile”.
Steve McCurry

Rajasthan, India

McCurry ha fotografo i conflitti avvenuti in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.Collabora con la rivista National Geographic Magazine e dal 1986 è membro della Magnum Photos.

Ha vinto numerosi premi tra cui il Robert Capa Gold Medal, (an award for best published photographic reporting from abroad requiring exceptional courage and enterprise) un premio conferito solamente a quei fotografi che si distinguono per coraggio e spirito d’intraprendenza, per il reportage sulla guerra in Afghanstan per il Time. Per fare il servizio si cammuffò con abiti tradizionali per attraversare il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan mentre il territorio era ancora sotto controllo dei ribelli. Per avere la certezza di riportare indietro i rullini li cucì nei vestiti. Quelle immagini fecero il giro del mondo. È ritratto nel documentario “Il volto della condizione umana”, di Denis Delestrac, regista francese, prodotto nel 2003. Inoltre propone workshop di fotografia a New York o in Asia.

Dust storm, ­Rajasthan, 1983 
“Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
Steve McCurry

Shaolin monks training, Zhengzhou, China, 2004
Lavorando sia in digitale che in analogico McCurry ha però ammesso di preferire la pellicola e di questa in particolare la Kodachrome e di fatti spettò a lui l’onore di utilizzare l’ultimo rullino prodotto nel luglio del 2010. Molte foto sono state pubblicate su internet dalla rivista “Vanity Fair”.

“Ho fotografato per 30 anni e ho centinaia di migliaia di immagini su Kodachrome nel mio archivio. Sto cercando di scattare 36 foto che agiscano come una sorta di conclusione, per celebrare la scomparsa di Kodachrome. È stata una pellicola meravigliosa.”

Robert Capa, l’intervista ritrovata, parla di se stesso e di quello ‘scatto in trincea’

Se le vostre foto non sono abbastanza belle, allora non siete abbastanza vicini“. Queste le parole del famoso Robert Capa, lui vicino lo era davvero al momento della realizzazione del suo scatto più noto: “Il Miliziano colpito a morte” durante la guerra civile spagnola.

In un’intervista risalente agli anni ’40 (Clicca QUI per sentire la registrazione), recentemente scoperta, racconta come abbia ottenuto quell’immagine osannata ma allo stesso tempo screditata come scena riprodotta. “È probabilmente lo scatto migliore che abbia mai fatto, pur non potendolo mai vedere in macchina perchè la fotocamera si trovava al di sopra della mia testa“. Disse Capa durante lo show radiofonico dell’NBC “Hi! Jinx” di quegli anni (1947). Si trovava nella trincea assieme ai soldati che tentavano di espugnare una postazione di mitragliatrici, ma ogni volta che vi era una sortita venivano abbattuti.

Continua Capa: “andarono avanti così per almeno altre quattro volte, durante l’ultimo assalto ho sollevato la macchina fotografica sopra la testa e ho scattato alla cieca, ho poi spedito le foto per lo sviluppo“.

Rimasi in Spagna per tre mesi. Quando tornai ero un fotografo famoso, grazie a quello scatto perché riuscii a riprendere un soldato nel momento in cui veniva colpito“.

Fortunato a tornare a casa sano e salvo, Robert Capa rimase accidentalmente ucciso nel 1954 mentre documentava la guerra nel Sud-est Asiatico.

La registrazione del ’47 fu ritrovata dal curatore capo dell’International Center of Photography Brian Wallis e divulgata per il centenario della nascita di Robert Capa.

Larry Towell, la ricerca dell’umanità – I grandi Fotografi

“La fotografia è simile alla poesia. Non c’è una forte relazione tra queste discipline, ma c’è uno stretto legame di sensibilità. Il bianco ed il nero sono minimalisti. Il miglior articolo viene da un giornalista che non vuol invecchiare. Questo dice molto sul mio modo di fare del buon giornalismo”. 
Larry Towel

Larry Towell, Capulin, Chihuahua, Mennonites, Mexico, 1996
C’è del lirico nelle composizioni di Larry Towell, fotografo canadese vincitore nel 1993 del World Press Photo of the Year. Crea le sue immagini con ricerca poetica e solamente quando il soggetto gli ruba il cuore si mette in viaggio, ma quando accade ci mette l’anima. Il suo mondo è in bianco e nero ed è attraverso la sua umanità che si pone uno sguardo intimo sull’orrore e sull’atrocità dei suoi soggetti carichi di speranza, amore, sofferenza e compassione. Nella sua visione della vita c’è un’eterna lotta per la sopravvivenza, pervasa però da un senso profondo di umanità.

Larry Towell, Children holding toy guns in the air, Gaza, 1993 

Figlio di un carrozziere studiò arti visive a Toronto, alla York University. Fu a 23 anni, quando prestò servizio volontario a Calcutta che nacque in lui l’interesse e la passione per il reportage. Dovette però metter da parte i suoi sogni ed insegnare musica folk e scrivere poesie fino al 1984, anno in cui poté svolgere la professione appieno diventando fotografo freelance e scrittore.
Larry Towell, The Pear, Lambton County, Ontario, Canada, 1983
I suoi primi lavori includono progetti come la guerra dei contras in Nicaragua, la guerra civile ad El Salvador, le famiglie degli scomparsi del Guatemala ed i veterani del Vietnam che collaborano alla sua ricostruzione. La sua prima pubblicazione su un magazine avvenne riguardo al disastro ambientale dell’Exxon Valdez. Dal 1988 fa parte della Magnum Photo agency, ha pubblicato per riviste quali il New York Times, Life e Rolling Stone. Ha registrato cd di musica folk e continuato a scrivere poesie. Tra i suoi lavori ci sono le documentazioni del conflitto Palestina-Israele e dei lavoratori mennoniti in Messico, nonché un lavoro personale sulla propria fattoria di famiglia a Lambton Country, Ontario. Vive con sua moglie ed i suoi quattro figli.
La sua bibliografia include libri di storia e di poesia. Tra i suoi lavori anche il documentario in cui l’artista tramite un video diario si svela ai nostri occhi: “Indecisive Moments” ed i suoi libri superlativi: “Then Palestine” e “No Man’s Land”, dove descrive i muri sia fisici che culturali che dividono i due popoli.

Larry Towell, NYC, 9/11, un uomo raccoglie un giornale caduto a terra nel giorno dell’attentato alle torri gemelle.

Mimmo Jodice e le poesie di immagini, i grandi fotografi italiani

Quando i pensieri sono eccessivamente rumorosi, la macchina fotografica diventa l’ unico mezzo per poter raccontare ciò che le parole non riescono ad esprimere. Chi guarda le foto di Mimmo Jodice guarda i suoi pensieri. Le sue poesie di immagini nascono attraverso il linguaggio della fotografia, del suo perdersi nel guardare verso l’ infinito.
Nato a Napoli nel 1934, nella sua città inizia il percorso artistico, da autodidatta, come scultore, pittore e scenografo. Intorno agli anni ’60, quasi come un innamoramento, arriva la prima macchina fotografica, di cui intuisce la forza del racconto attraverso lo strumento fotografico.
Inizialmente le sue fotografie sono rivolte al racconto della cultura partenopea, dei suoi rituali religiosi e della quotidianità delle persone, svolgendo ricerche di tipo antropologico sul mondo popolare del sud e dei suoi problemi e focalizzando l’ attenzione non tanto sulla documentazione reportagistica e all’ azione, quanto allo scenario; più sul gesto che sull’ evento, studiando e raccontando, con un linguaggio strettamente personale, lo spazio e la luce nei quali si muovono le figure.

Sempre negli anni ’60, vivendo in un clima di rinnovamento e creatività, arrivano le prime collaborazione al fianco dei più grandi artisti dell’ epoca: da Andy Warhol a Robert Rauschenberg, Sol Le Witt, Jasper Johns, Jannis Kounellis e Alberto Burri.
Nel 1970 sopraggiungono, contestualmente, la cattedra di fotografia all’ Accademia di Belle Arti di Napoli e la sua prima mostra internazionale, Nudi dentro cartelle ermetiche, presso la galleria “Il Diaframma” di Milano, con la presentazione di Cesare Zavattini, noto soprattutto per essere stato uno dei maggiori esponenti del neorealismo cinematografico.

Inizia le inchieste in ambito sociale a Napoli ma, affrontare problematiche angoscianti gli lascia dentro un grande senso di amarezza e sconfitta per gli emarginati. In seguito a questo percorso, nel 1978, decide di non fotografare più le persone e scopre i temi del mondo antico e dell’ archeologia. Matura un nuovo modo di guardarsi intorno: città ferme, congelate, dove la figura umana non è più visibile; solo ombre trapassate da luce, alla ricerca delle origini. Le foto nate dal progetto “Mediterraneo”, non appartengono più alla quotidianità ma sembrano sospese nel tempo.

Negli anni si avvicendano svariati progetti europei sulla cultura mediterranea e sul mondo antico: Mèmoires de l’origine (1987), Arles (1988), Vue du Pont (1990), Musa museu, (1992).

Le mostre personali sono un susseguirsi nei musei di tutto il mondo: Philadelphia Museum of Art (1995), maison Européenne de la Photographie (1998), Museo di Capodimonte (1998), Galleria Nazione d’ Arte Moderna e Contemporanea (2000), Massachusetts College of Art and Design (2001), Moscow House of Photography (2004), MART – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (2004), Bassano Fotografia (2013).
Nel 2003 ha ricevuto il premio “Antonio Feltrinelli” dall’ Accademia Nazionale dei Lincei e nel 2006 riceve la Laurea Honoris Causa in architettura dall’ Università Federico II di Napoli.

Ferdinando Scianna, "il mestiere del fotografo" – Interviste

Questo articolo fa parte della Rubrica dedicata alla Fotografia.

È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile.” (Leonardo Sciascia)

In questo articolo tre importanti video riguardanti il fotografo siciliano Ferdinando Scianna, il primo è un intervista di 14 minuti, il secondo è una specie di convegno della durata di quasi due ore e il terzo un video con le sue fotografie più belle sulla donna secondo Scianna.

La sua biografia, le sue foto e altri video inerenti questo grande fotografo italiano al seguente link: Ferdinando Scianna – I grandi Fotografi Italiani

Intervista a Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna “Il mestiere di fotografo”

Afip Associazione Fotografi Italiani Professionisti.
Lectio Magistralis di fotografia e dintorni. Alla Triennale di Milano.
Ferdinando Scianna ” Il mestiere di fotografo “, conversazione stimolata da Giuseppe di Piazza e introdotta dalla Gialappa’s Band.

La donna per Ferdinando Scianna

Ride la gazza, nera sugli aranci – di Salvatore Quasimodo

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno;
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.

Gianni Berengo Gardin intervista – documentario su uno dei più grandi fotoreporter Italiani

Questo articolo fa parte della Rubrica dedicata alla Fotografia.

Intervista – documentario di Blow Up, scritta e condotta da Virginia Zullo, è dedicata al fotografo Gianni Berengo Gardin. La sua carriera di fotoreporter inizia nel 1965, quando lavora per Il Mondo di Mario Pannunzio. Negli anni a venire collabora con le maggiori testate nazionali e internazionali come Domus, Epoca, Le Figaro, L’Espresso, Time, Stern. Il suo modo caratteristico di fotografare, il suo occhio attento al mondo e alle diverse realtà, dall’architettura al paesaggio, alla vita quotidiana, gli hanno conferito il successo internazionale, e lo hanno reso un fotografo molto richiesto anche nel mercato della comunicazione d’immagine. Gianni Berengo Gardin definisce un Dio della fotografia Henry Cartier Bresson, anche lui protagonista della puntata, con un prestigioso documento delle teche Rai.

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