Notorious e Tupac: la raccolta fotografica delle leggende del Rap

Si può provare nostalgia per un momento mai vissuto? Per un uomo mai conosciuto? Per una musica ormai lontana nel tempo? Certo che si, anche se nel rap, un genere strettamente legato a ciò che è presente, è particolarmente difficile. Ed è per questo che solo in pochi riescono a diventare dei miti e che solo i grandissimi pezzi riescono a diventare dei classici.

A quasi 20 anni di distanza dalla loro morte, la luce di Notorious e Tucap brilla ancora nel firmamento dei gradi rapper, illuminando la scena ed influenzando tutt’oggi lo stile e le tematiche dei loro colleghi.
Due facce diverse della stessa umanità, che negli anni novanta, in un’America scossa da una feroce guerra tra East Cost e West Cost, riscrisse la storia dell’ Hip Hop, arricchendola con dei pezzi senza tempo.

Proponiamo quindi una raccolta delle loro foto più significative, per non dimenticare gli uomini e per celebrare il Mito!

Francesco Bitto

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Profili Rap: Ghemon

Di corsa, lungo le strade delle nostre città senza anima, rincorriamo ritmi impossibili, miti fallaci ed inerte materia: Aspetta un minuto, fermati, rifletti! In questo frenetico turbinio caotico chiamato “mondo moderno” c’è ancora un piccolo spazio per ricercare noi stessi? Per riflettere sul senso più profondo della vita e sulla spiritualità che l’uomo sembra aver smarrito?

In una scena rap sempre più incollata ad una crosta di materialismo e superficialità, Ghemon sembra distaccarsi (ormai da qualche anno) dalla massa, con un mixtape (“Aspetta un minuto”) che punta su contenuti spessi, su beat delicati e su metriche assolutamente originali. Insomma… un lavoro completamente in controtendenza per il rapper di Avellino, che ci ha piacevolmente abituati ad uno spessore tematico decisamente sopra la media.
L’amore è trattato con assoluta delicatezza, lontano dai soliti clichè e dalle ipocrisie stereotipate a cui molti rapper ci hanno tristemente abituati, e anche le riflessioni sulle storture e sulle problematiche che attanagliano il nostro tempo e la nostra società, risultano assolutamente prive di qualsiasi costrutto e di quel sentore di “già sentito” di cui ormai profumano il 90% dei testi italiani.
Il nuovo lavoro di Ghemon, attualmente disponibile sul suo sito ufficiale, farà d’apristrada per il suo nuovo disco ufficiale, atteso a breve, e per una serie di attesissimi live. In attesa di nuovi pezzi proponiamo una selezione dei migliori pezzi del rapper di Avellino.

Francesco Bitto

Poprap: Edipo approda in Giada Mesi

Cercate il nuovo Edipo? Provate a Colono! Anzi no, provate in Giada Mesi. Sissignori, uno degli artisti pop più interessanti nel tanto vituperato panorama musicale leggero italico approda nella casa discografica di vostra maestà rappettara (anche se per ora JD spazia alla grande) Dargen D’amico, andandosi ad aggiungere all’ormai già famoso Andrea Nardinocchi. Un gran bel colpo quello dalla casa discografica indipendente Tri-Petalata, che si assicura i servigi di uno dei pochissimi artisti in grado di fare del Pop intelligente e sagace in questo paese.
 
  
A tratti irriverente, mai banale e sempre originale. Queste le caratteristiche della musica di Fausto Zanardelli (alias Edipo) in grado di lambire con il suo pop, praticamente qualsiasi genere (ho avuto la fortuna di apprezzare dal vivo un’interessante rilettura Rap di “La classe operaia va all’inferno“) in un’interessante mistura di stili e generi, in grado di colpire ed entusiasmare anche i critici più annoiati. Niente sussulti quindi, alla notizia (giunta via social) che il rapper eoliano avesse arruolato il barbuto musicista milanese, in quanto i due avevano già precedentemente collaborato in “Adolescenza KO“.
Vi proponiamo alcuni dei migliori brani di Edipo, nella speranza che da questo matrimonio possa nascere una progenie musicale all’altezza delle aspettative.

Francesco Bitto

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Fedez e Emis Killa: Quando il Rap sostituisce il "Cioè"

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In principio fu il “Cioè”, con i suoi Teen-Idols accuratamente tatuati e depilati, con sorrisi plastificati e espressioni corrucciate e accigliate manco fossero ingegneri astrofisici, in grado di eccitare al limite del TSO orde di ragazzine in piena tempesta ormonale pre-adolescenziale. Oggi sono i rapper, non tutti grazie a dio, ma sicuramente molti tra quelli che vendono di più.

I due re del Girl-Rap sono sicuramente Fedez e Emis Killa, che ultimamente hanno fatto della loro aria da “belli e maledetti” l’arma numero uno per scalare le classifiche musicali. Testi semplici ai limiti del banale, beat melodici vietati ai diabetici e video che raccontano storie d’amore andate a male sono ormai un must nella discografia dei giovani protagonisti dei sogni erotici delle loro giovanissime fan, che grazie a questo semplice schema si sono ormai definitivamente attestati tra i big del rap italiano.

Sembrano quindi lontanissimi gli spessori contenutistici di pezzi come “Killa story” e “Anthem”, brani che raccontavano storie in grado di andare oltre agli estrogeni delle fan, tentando di elevarsi anche tecnicamente, ricercando rime di qualità e metriche originali. Il livellamento verso il basso invece, necessario per arrivare alle orecchie delle ragazzine meno esperte, sembra aver frenato questa attesa crescita tecnica e stilistica, rischiando di appiccicare per sempre sulla fronte di Fedez ed Emis Killa l’etichetta di “Girl Rapper“. Commercializzarsi può anche andar bene ma… Fatelo con intelligenza, ragazzi!

Francesco Bitto

Hurricane Mixtape – Recensione disco

Questa è la storia di Hurricane, questa è la storia di un uomo che stoico e imperturbabile sa di essere nel giusto, resistendo sul ring di un incontro chiamato “vita” a colpi bassi e montanti allo stomaco, senza una smorfia di dolore, senza mai cedere un passo. E mai ci sarà gloria più grande di quella dei giusti, poiché fanno della loro coerenza un ponte verso la verità. Solo (o quasi) contro tutti, scalpitante in questa gabbia di matti chiamata “Rap italiano”, Mezzosangue è tornato più potente che mai, attorniato da quelli che lui reputa i più meritevoli rapper della scena underground. Una carica di cavalleria, un placcaggio sulla mediana, una palla di cannone. Il rap del romano non dà scampo e si abbatte sulle orecchie senza esitazioni, aprendosi la via verso le porte della mente, parlando direttamente alla nostra coscienza. 
La nostra analisi di Hurricane Mixtape parte dal fondo, dall’ultima traccia: “Soliloquio”. L’ultima opera di Mezzosangue va oltre la classica analisi socio-civile del nostro tempo, andando a ricercare i motivi che hanno condotto l’uomo moderno (come singolo) verso un baratro che sembra inesorabile e che si riflette sulla collettività, puntando la lente di ingrandimento non sul plurale ma sul particolare. Le debolezze, le paure, le contraddizioni di ognuno di noi diventano una preghiera verso il nulla (un soliloquio), alla ricerca disperata di un pezzettino di Io ancora in vita, mentre pochi coraggiosi si oppongono ad un fuggi fuggi generale e generalizzato (fuggono gli amici, le donne amate, i padri e perfino Dio) dalle responsabilità e dagli affetti. 
Frasco, fottuto amico mio, manco hai detto addio, 
sei scomparso come ha fatto Dio
come il padre che m’ha messo al mondo, bastardo 
dove caz*o stavi quando il buco in pancia si faceva largo?

Hurricane Mixtape è il grido disperato di una generazione di uomini ed artisti. I rapper radunati da Mezzosangue, quasi tutti giovani ed emergenti, mettono in mostra la loro rabbia multiforme: rabbia verso la società, verso i propri padri, verso i loro stessi coetanei. Quel che colpisce di questo gruppo di giovani è la profonda disillusione che sembra averli già svuotati e conquistati, lasciando loro soltanto la possibilità di esprimere il loro sdegno attraverso la loro arte: il rap

“Vi siete bevuti tutto / Ogni sogno per la mia generazione è stato distrutto!” grida 16 barre nel ritornello dell’aggressiva “R.I.Peaces”. Gli fa eco il Nibbio, in “Tra i dimenticati”, dove è quella stessa generazione perduta ad appellarsi come tale (“Siamo la gente da evitare / Il cancro di un sistema cresciuto nel malaffare”), ripetendo così il mantra dei vecchi che parlano di generazione bruciata, perduta, priva dei vecchi valori. 
È proprio il contrasto coi padri uno dei fili conduttori del mixtape, esplorato anche da Remmy nell’intensissima “Annegare”, che in mezzo a tanto richiami poetici e ad una base quasi intima sussurra: “E vorrei tanto sentirmi appagato / Ma sono come Adamo, ripudiato e cacciato da ciò che mi ha creato”. E la generazione bruciata ripudia anche il sistema in cui vive, creato dai propri vecchi a loro immagine e basato sul compromesso morale. “L’abuso è semplice, lo trovi in ogni angolo, è un accordo tacito col mondo e col suo sporco abito”, accusa MarkSwan in “Il contante”. 
La colpa, tuttavia, non è solo di chi ci ha preceduto. In “Degeneration”, tra atmosfere cupe e oniriche Desto lancia un attacco feroce alla sua generazione, “messa da una parte in castigo” dai grandi, reputata dal rapper incapace di reagire e stordita dalle droghe: “La mia generazione si è persa, non pensa / Butta soldi in porri, è sconnessa”. 
In mezzo a tutto questo resta solo l’arte. Un’arte tormentata, che arriva sotto forma di un dono non voluto dall’artista. “Volevo essere uno forte, una mente semplice, normale / Ma le idee sono contorte, mi fanno sempre stare male” denunciano gli eccezionali Sottotorchio ne “L’anello debole”, facendo riferimento allo stesso concetto del “rappare per necessità” già introdotto da Mezzosangue nel suo Musica Cicatrene. “Raccontarti la mia storia a me non cambia niente”, dice WhiteBoy in “La essenza”, constatando tuttavia che “un micro” è l’unica cosa che gli permette di “salvarmi e star lontano da sta feccia”
Fuori contesto appaiono le tracce di Primo e Lucci, i due “big” in mezzo a tanti giovani. Nei loro testi non si avverte quell’intensa disperazione di chi non ce l’ha ancora fatta, che accomuna invece gli altri artisti coinvolti nel progetto. 
La generazione perduta, pur denunciando le storture del mondo in cui vive, sembra rassegnata all’impossibilità di cambiarlo. In questo senso manca quel dinamismo, quella certezza di cambiamento della generazione sessantottina animata dalla musica di Bob Dylan. Al suo posto c’è solo consapevolezza e una gran rabbia.

Dal punto di vista tecnico/stilistico osserviamo una complessiva crescita di Mezzosangue, che lo vede abbandonare un eccesso un po’ Old Style di rime baciate a favore di un maggiore utilizzo di allitterazioni, inversioni ed assonanze. Il flow non è sempre scorrevolissimo, ma le pause e le rime non chiuse aiutano a creare degli “spazi liberi” di pensiero che danno all’ascoltatore l’opportunità di soffermarsi meglio sui concetti cruciali espressi dal rapper. Tra gli altri una particolare menzione meritano Sottotorchio, Remmy e Desto, autori di tre tracce ben strutturate e che hanno messo in luce un buon bagaglio tecnico. Buona prova anche di Big Johnny, seppur afflitta da uno stile a tratti troppo old.

Un discorso a parte meritano le basi, che risultano più dolci e riflessive dei precedenti lavori, fungendo da chiave d’accesso preferenziale con cui i rapper entrano direttamente in contatto con la parte “istintuale” dell’ascoltatore, che viene ipnotizzato dalle melodie quasi psichedeliche (riferimento al progressive anni ‘70?) dei pezzi. In definitiva questo Hurricane Mixtape è un’opera davvero ben pensata e ben rappata, che potrà mettere in luce e pubblicizzare un gruppo di rapper molto promettente. Inoltre il mixtape mette in mostra un Mezzosangue in crescita, cosa che fa davvero ben sperare in vista dell’uscita del suo primo disco ufficiale.

Giovanni Zagarella e Francesco Bitto

Eminem divide ma conquista! ‘The Marshall Mathers’ LP 2 è disco di platino

Dio del rap? Naaaaa, Eminem stesso sa di aver un po’ esagerato, sapendo però di essere, ormai da un decennio, uno degli artisti più influenti della scena Hip Hop americana. Ecco perchè The Marshall Mathers LP 2, il suo ultimo disco, è stata un’opera spasmodicamente attesa da tutta la sua fan base e non solo, suscitando le reazioni più disparate.

Si va da “questo è l’Eminem definitivo” a “questa spazzatura è la morte di questo rapper” e forse la verità, come spesso capita, sta nel mezzo. Mai come in questo disco infatti, il rapper attinge a tutte le sue esperienze musicali e alle sue variegature stilistiche, abbinando ai classici giochi di parole in rima a velocità supersonica dei versi cantati, basi melodiche a beat elettro/minimal, tematiche scottanti e profonde come il bullismo (Legacy) all’auto-celebrazione più becera (Rap God).

Insomma, l’ampiezza del ventaglio della critica riflette la variegatura musicale e stilistica dell’album, destinato a restare in vetta alle classifiche internazionali e a far parlare di sé ancora per molto tempo. Intanto il rapper di Detroit si gode il disco di platino e il boom di visualizzazioni totalizzato da Monster e Berzerk (i primi singoli ad essere usciti), in attesa di scoprire se sarà incoronato Dio del rap!

Francesco Bitto

Rap e rabbia: La fine dei sogni

Lo aveva detto Tupac nel suo ultimo disco (Killuminati) che il sistema ormai detta legge perfino sugli spartiti, intrattenendoci e addormentandoci per non farci render conto che ormai, per noi comuni mortali, i soldi sono spariti. Impone i suoi input e i suoi stop decretando la fine dei nostri sogni. Grazie a Dio, però, c’è rimasto l’Hip Hop. 
E chiaramente non parlo di quello che tratta di tematiche gangsta, sessiste o frivole che tanto sta prendendo piede nel nostro paese, abituato a ben altri spessori tematici sul beat (il rap in Italia nasce nei centri sociali  e trattava, almeno in un primo momento, di tematiche impegnate), ma parlo di quel rap dissacrante, diretto, scomodo e distruttivo, che si abbatte come una palla demolitrice sul corruzione, sulla finanza sulla politica e sulle storture di questo nuovo ordine mondiale, che mai come in questi ultimi anni ha volutamente allargato la forbice che separa i poveri  dai ricchi, creando quel “bisogno” che costringe noi giovani a svenderci a buon mercato.

E a raccontare questo mondo malato sono rapper che la protesta la vivono, dallo studio alla piazza, con il cuore pieno di quella frustrazione derivante dalla constatazione di raccontare una generazione senza orizzonti, a cui vengono tappate le ali, in un’Italia sempre più in ginocchio. Mica come quei cantautori degli anni settanta, che ci hanno preso in giro mentre parlavano di classe operaia e di disagio giovanile con i loro contratti a cinque zeri e le loro cene nei salotti bene, specchio di una generazione che ha fallito ogni suo intento, occupando le poltrone di coloro che criticavano e lasciandoci una società peggiore, più inumana, più diseguale , in cui sognare è diventato un lusso.

E la rabbia sale, tra le discariche abusive dove si coltivano OGM tossici, nelle galere affollate di uomini allo stato animale o in fila ad aspettare, nell’attesa di un colloquio di lavoro. La rabbia sale, e con lei quel senso di impotenza nei confronti di una società che ci ingabbia e ci controlla, che ci opprime e ci spinge a consumare e ci valuta non tanto per ciò che siamo o che pensiamo quanto per ciò che consumiamo. Tastiere e monitor, pc ed internet, mentre aspettiamo che qualcosa cambi…

Francesco Bitto