Letta su Twitter:"Abolito il finanziamento pubblico!"

Nell’era del postmoderno politico, è inevitabile che l’annuncio arrivi via Twitter. Sono circa le 10 quando Enrico Letta, presidente del Consiglio dei Ministri, cinguetta:”Avevo promesso ad aprile abolizione finanziamento pubblico ai partiti entro l’anno.L’ho confermato mercoledì.Ora in cdm manteniamo la promessa”, seguito a ruota da Angelino Alfano, ministro dell’Interno:”In CdM abbiamo appena abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Per decreto. Impegno mantenuto!”. Al di là della discutibile grammatica del primo tweet, sopratutto se paragonato coi discorsi del passato, quest’annuncio rappresenta una pagina più che storica del nostro paese. In che direzione lo vedremo col tempo.

I PRO – I primi a rilasciare dichiarazioni sono ovviamente i membri del governo. Gaetano Quagliarello, fedele al metodo di maggioranza, scrive così in 140 caratteri:”E una e’ andata: abolito finanziamento pubblico dei partiti! Ora avanti con la riduzione del numero dei parlamentari”, allegando un infantile #eccoifatti. Ma, più in generale, la scelta di abolire una modalità di sostentamento ai partiti cui già bocciata dal referendum del 1993 è vista come la prima vittoria di Matteo Renzi da segretario del PD. Dice Lorenzo Guerini, portavoce del “Rottamatore”:”Possiamo dire di aver raggiunto un primo importante risultato. Sorprende come Grillo continui a parlare e basta, senza fare fatti”.

I CONTRO – Sul piano delle reazioni negative si registra, in prima battuta, proprio quella del leader M5S che, tanto per cambiare su Twitter, definisce “l’ennesima presa per il culo” il decreto, chiedendo inoltre al PD la restituzione di 45 mln di euro attribuiti al partito per le ultime consultazioni elettorali. Più razionale la replica di Altero Mattioli di Forza Italia:”Letta e co. annunciano questo provvedimento con grande gioia ma io diffido: senza finanziamento pubblico i partiti saranno alla mercé di investitori privati che condizioneranno le loro scelte in Parlamento”. Critico anche Brunetta, che la mette sul piano procedurale:”Facendo un decreto il Governo cestina le Camere e le loro prerogative”.

IL PUNTO – Tra opposte fazioni è giusto precisare alcuni punti di questa controversa vicenda. Il provvedimento di Letta entrerà in vigore non prima del 2018, in quanto l’attuale normativa prevede i rimborsi elettorali fino al 2017, e non cancella la possibilità dei cittadini di versare il 2 per Mille ai partiti. D’altro canto più che fondati sono i timori di una deriva della politica che, non più incentivata dallo Stato, deve necessariamente andare a vendersi a sponsor e magnati interessati al guadagno e non al bene comune: era questa la ratio della norma che, nel 1974, introdusse il finanziamento pubblico. Sull’altro piatto della bilancia troviamo, tuttavia, non solo il referendum abrogativo del 1993 (con conseguente reintroduzione nel 1994 sotto forma di “rimborso elettorale”) ma anche il sentimento di una popolazione scoraggiata dai tanti, troppi scandali della politica. Si può essere più o meno d’accordo con questo provvedimento, ma la cosa certa è che, se dovesse essere convertito in legge, esso ha il sapore di un’atroce sconfitta per la classe dirigente. E, speriamo, che la sua precoce adozione non sia una resa lettiana ai Forconi…

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Renzi avverte il Pd: "non perda l’occasione di governare"

«O ora o mai più. Il Pd non si lasci scappare l’opportunità di governare». Matteo Renzi suona la carica, nel corso della trasmissione Piazza Pulita andata in onda ieri sera su La7, e avverte i suoi: «Se Grillo e Berlusconi vedono un governo instabile ci portano via di peso». Le primarie dell’otto dicembre sono alle porte e nel caso in cui Renzi dovesse spuntarla, già il giorno successivo, dopo che verranno resi noti i nomi che comporranno l’esecutivo, alla riunione dei gruppi parlamentari si discuterà il programma che dovrà seguire il governo Letta. «Io voglio che il Pd faccia le cose sul serio – ha dichiarato Renzi -. Se il partito non sfrutta questo momento, sarà spazzato via». Una nuova fiducia? La risposta alle questioni sollevate da Renzi non tarderà ad arrivare. L’undici dicembre infatti il Governo, con la maggioranza profondamente mutata con l’uscita del Pdl, dovrà nuovamente chiedere la fiducia alle due camere. Il “rottamatore” avverte il vice premier, Angelino Alfano: «Le cose da fare le decide il Pd che ha 660 deputati contro i trenta del nuovo centro-destra».

Niente scacco al Re. Renzi coglie l’occasione della diretta televisiva per rispondere alle allusioni di Alfano che nei giorni scorsi aveva dichiarato: «Se Renzi vuole la poltrona di Letta lo dica chiaramente». «Se vinco le primarie farò due passi indietro – ha risposto quindi il sindaco di Firenze – e andremo avanti con Letta fino al 2015». Sulla questione della legge elettorale invece non ci sono dubbi per i renziani: «La camera ha fallito, siamo di fronte all’ennesimo rinvio. Ora la decisione deve passare subito alla Camera. Non c’è tempo da perdere». Napoleonico Renzi, non manca di lanciare il suo slogan: «È di sinistra chi abbassa le tasse, non chi le aumenta». Ma la voce di Giuseppe Civitati, altro candidato alla segreteria del Partito Democratico, nella dichiarazione rilasciata a Rainews, graffia renziani e cuperliani. «La proposta di Cuperlo ha alle spalle ancora tutto il gruppo dirigente storico – osserva – mentre Renzi ha una proposta diversa, ma ha sbagliato: il suo è un carro pesantissimo, ormai. È ormai un lungo tir con davanti e dietro due staffette: franceschiniani e lettiani. Non è un Renzi libero come lo avete conosciuto. ma un Renzi appesantito». Non ci resta che aspettare l’otto dicembre per capire quale sarà la fine del governo delle larghe intese, tanto auspicato per risolvere la crisi quanto lacerato internamente da posizioni politiche inconciliabili.

Antonio Saggese

Gli studenti si mobilitano: domani la manifestazione nazionale

Contro la legge di stabilità, contro i silenzi della politica, contro un sistema che penalizza il valore (fondamentale) dell’istruzione pubblica. Hanno annunciato la mobilitazione per domani, 15 Novembre, gli studenti di ogni ordine e grado, che scenderanno in piazza per contestare un governo che, finora, non ha saputo dare risposte. Si prevede un’adesione ampia, considerando che quasi tutte le associazioni di “categoria” hanno sposato l’idea della protesta, sopratutto al Sud Italia, dove è sempre più vasto il fronte d’opinione per evitare la perdita di risorse, prestigio e personale degli Atenei locali. “Negli ultimi anni la forbice qualitativa tra strutture del Nord e strutture del Sud si sta allargando in modo esponenziale” ci dice Simone Coletta, studente dell’Università di Messina, “Quella che prima era una scelta libera ora sta diventando, per molte facoltà, una costrizione ad andarsene dalla propria città, nonostante il livello medio dei docenti sia, in molti casi, pari o superiore a quelli del Nord”. 
“La manovra non risolve nulla”. Con queste dure parole l’Unione Degli Universitari (UDU) condanna la legge di stabilità. “I 150 milioni in più di finanziamenti corrispondono a meno del 50% di quanto tagliato dall’ex ministro profumo lo scorso anno, in un periodo in cui, nonostante la crisi, tutti gli altri paesi europei investono in modo deciso sull’istruzione pubblica”. Dello stesso avviso gli studenti di Campobasso e Caserta:”Tagliare sull’istruzione pubblica significa distruggere quegli ascensori sociali che sono le università”. Che sia il fuoco di paglia di novembre, come sostengono i detrattori, o una protesta animata da veri valori, come proclamano i promotori, di certo vi è da registrare come il vento del dissenso stia soffiando sugli studenti di tutta Italia e non solo. A Bologna molti licei sono già sottoposti al regime di occupazione, in Austria, Germania e Svizzera sono annunciate manifestazioni per la settimana prossima e in Bulgaria, ormai da più di 20 giorni, gli studenti occupano le principali università del paese chiedendo le dimissioni dell’esecutivo. 

Finanziamento pubblico ai partiti, buon senso VS populismo: chi l’ha spuntata?

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Vi avevamo già parlato della questione dei finanziamenti pubblici ai partiti, evidenziando come il sistema in vigore in Italia fosse marcio e da riformare, ma non da abolire completamente; a due mesi di distanza, e dopo la presentazione di un nuovo disegno di legge da parte del governo Letta, torniamo ad analizzare la situazione. Per vedere di capire chi, questa volta, abbia vinto l’eterna lotta tra buon senso e populismo.
Il ddl, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, prevede l’abolizione graduale del finanziamento così come lo conosciamo, che scomparirà definitivamente nel 2016. Esso sarà sostituito da un sistema di donazioni volontarie, come ad esempio il 2×1000, accompagnate da forti detrazioni fiscali sulle donazioni effettuate dalle persone fisiche ai partiti. Sono inoltre previsti obblighi di trasparenza sulle donazioni: tutti i dati riguardanti gli introiti e le spese del partito dovranno apparire sul web. Per poter ricevere i benefici, i partiti dovranno rispettare dei requisiti minimi di democrazia interna.
Fortissime le proteste dei 5 Stelle, che avrebbero voluto una riforma con effetto immediato, e che contestano il fatto che saranno ancora i cittadini a pagare per la sopravvivenza dei partiti. Si parla già di “legge-truffa”, ma al tempo stesso i grillini rivendicano la vittoria di aver imposto la “loro” agenda all’attuale governo. Si sono schierati contro la riforma anche SEL ed alcuni esponenti del PD.
Giustizia è fatta, dunque. Come auspicato da una larghissima parte degli italiani, i finanziamenti pubblici verranno aboliti, i politici “ruberanno di meno”, e via discorrendo. “Voglio ringraziare i partiti perché è un passo che i cittadini aspettavano”, dice Letta, aggiungendo poi che questo disegno di legge serve a ridare “credibilità” alla politica. Il punto sta tutto in queste due frasi: questa riforma non segue alcun criterio pragmatico, non persegue alcun obbiettivo utile per la ripresa dell’Italia, né risolve una delle tante pecche del nostro Paese, che è in piena emergenza su più fronti. Il suo unico scopo è compiacere i cittadini, e tanto basterebbe per bocciarla senza mezzi termini.
Ma lasciamo da parte per un attimo questo dato, e analizziamo la riforma senza pregiudizi: come sempre, è bene guardare al di fuori dei nostri confini nazionali per vedere come la pensa il mondo in materia. In Europa solo Svizzera, Bielorussia, Ucraina e Malta non adottano finanziamenti pubblici. In tutto il mondo, essi sono previsti dal 75% degli Stati: tra quelli che non lo elargiscono vi sono principalmente Stati africani, mediorientali e sudamericani. Tutti sistemi culturalmente e politicamente lontanissimi dal nostro.
Obama ad un incontro con l’AIPAC, la lobby filo-israeliana
Abbiamo già elencato i rischi della politica data in mano ai privati. Rischi concretissimi, che negli Stati Uniti sono realtà. Non abbiamo, però, parlato del sistema partitico statunitense, e di come esso permetta e renda “giustificabile” un sistema di finanziamenti quasi esclusivamente privati. In America, i partiti di massa sul modello europeo non esistono. Il partito democratico e quello repubblicano non sono nient’altro che meccanismi di selezione dei candidati, tanto a livello locale quanto a livello nazionale. Scordatevi le sedi dislocate sul territorio, i circoli, le tessere e quant’altro: il momento politico statunitense si consuma tutto nella scelta del candidato, e nel voto elettorale. Al contrario, in Italia i soldi pubblici servono a finanziare la presenza territoriale e permettono lo svolgimento di una moltitudine enorme di attività. È chiaro quanto profonde siano le differenze tra i due Paesi.
Un sistema di finanziamenti privati obbligherebbe l’Italia a rivoluzionare il suo intero sistema politico. La politica diventerebbe estremamente elitaria. Sarebbe anche una svolta verso il presidenzialismo, una forma di governo che ha dimostrato di poter funzionare soltanto negli Stati Uniti (pur vivendo tra mille contraddizioni), per ragioni storiche e culturali: gli altri Stati che lo hanno adottato sono spessi caduti vittime di svolte autoritarie (un esempio su tutti è quello russo), e in tutti si è costruita una politica fortemente individualistica, che taglia fuori i cittadini da ogni forma di partecipazione che non sia quella del voto. 
È davvero questo quello che vogliamo? Bisognerebbe invece operare per mettere in pratica definitivamente l’art. 49 della Costituzione, che sancisce il diritto di tutti ad associarsi in partiti per determinare la politica nazionale. Dare ad ogni organizzazione politica e ad ogni cittadino gli spazi per esprimersi, magari risarcendo le spese elettorali dei partiti arrivati in Parlamento (sistema attualmente in vigore in Germania). Le riforme non vanno mai fatte per compiacere dei cittadini stanchi e frustrati: in questo modo non si fa il bene del Paese. Dare un “contentino” al popolo è un modo populista e raffazzonato per guadagnare consenso e restare attaccati alla poltrona, infischiandosene delle vere emergenze e delle vere necessità di un popolo stremato dalla crisi, e lasciato per troppo tempo solo dalla sua classe politica.

Giovanni Zagarella