Gli Anime alla conquista degli Oscar!

Che il rapporto tra Hollywood e Tokyo fosse diventato più forte in quest’ultimo decennio era chiaro, a partire da dati certi come l’Oscar alla Città Incantata di Hayao Miyazaki nel 2003, oppure anche parlando delle tanto vociferate trasposizioni cinematografiche di Dragon Ball o anche l’attesa (infinita?) per quella di Death Note; però ormai si è toccata una nuova meravigliosa vetta. 
L’ambitissima e temutissima “Academy” del Premio Oscar 2014 per la categoria “Miglior film d’animazione” sta prendendo in considerazione, su un totale di diciannove film, ben tre pellicole nipponiche: Kaze Tachinu (presente col suo nome inglese The Wind Rises) ennesimo capolavoro del sommo maestro Miyazaki, il terzo e conclusivo film della saga di Madoka, ovvero Puella Magi Madoka Magica The Movie – Rebellion, ed infine Una lettera per Momo, opera di Hiroyuki Okiura. 

Ovviamente tra tutti loro il grande favorito, considerando anche tutti i film che verranno presi in considerazione, è l’opera di Miyazaki, che segnerà il suo ritiro dalle scene (invochiamo tutti quanti l’Oscar alla carriera). Kaza Tachinu è già un grandissimo successo in Giappone: 120 milioni di Dollari al botteghino, nonostante qualche critica di troppo, ma di certo al cuore non si può comandare; naturalmente sarà presto disponibile nei cinema italiani distribuito da Lucky Red.

La vera sorpresa risiede, probabilmente, nella presenza del film di Madoka, che ha preso molti fan di soppiatto, probabilmente sottovalutando l’effetto e l’affetto che ruota attorno a tutta la saga. 
Diversamente dalla precedenti proiezioni cinematografiche, questa volta verrà proposta una storia totalmente inedita, dove vi sarà l’introduzione di una nuova ragazza magica
La sceneggiatura del film porta la firma di Gen Urobuchi, con alla regia il solito Akiyuki Shinbo aiutato da Yukihiro Miyamoto. Distribuzione italiana affidata alla Dynit.

Una lettera per Momo è un film già presentato nel Toronto International Film Festival del 2011, e parla della perdita del padre per la piccola Momo, che cercherà di superare questa terribile perdita aiutato da amici molto strani, cercando di vedere nuovamente la vita con un sorriso. 
Il film, come già detto, è a cura del regista Hiroyuki Okiura, con la partecipazione del Studio Pierrot e Production I.G.; si può già trovare sia come DVD che in Blu Ray, sempre a cura di Dynit.

Sicuramente tutto ciò è un motivo di vanto per noi, grandissimi amanti di un genere che sempre di più si sta sdoganando laddove, in passato, pareva impossibile aver successo. Questo successo è figlio soprattutto del lavoro dello Studio Ghibli e quindi, non fa male citarlo altre dieci volte, del maestro Miyazaki, vero simbolo dell’arte che più amiamo e che, anche solo per sfizio, sarebbe meraviglioso vedere ricevere nuovamente tutti gli onori che merita e che sempre meriterà. 

Alex Ziro
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The Artist: il rinnovato fascino del cinema muto

Dai suoi albori fino alla fine degli anni ’20 il cinema è ancora cinema muto: i film non contengono alcun effetto sonoro e anche la colonna sonora, come abbiamo visto, è costituita da un accompagnamento musicale non sincronizzato con le immagini proiettate.
Dal 1925 alcune case cinematografiche (prima fra tutte la Warner Bros.) cominciano a diffondere a scopo commerciale le prime produzioni con inclusa traccia sonora, registrata allora su disco fonografico.
Grazie a questa innovazione, in quegli anni si assisté ad una vera e propria rivoluzione del linguaggio e dei mezzi di comunicazione allora in voga. Nello stesso tempo si inferse una brusca battuta d’arresto a un mondo che, dal 1895 fino a quel momento, non aveva conosciuto altro che la recitazione muta, e che fu pertanto costretto a “riciclarsi”, a convertirsi al nuovo gusto del pubblico, che amava sentire finalmente le voci dei suoi divi più celebrati.
Un intero sistema di fare cinema, che aveva basato la comunicazione del messaggio e del senso artistico solo attraverso la mimica, la gestualità, l’espressività dei volti, la tensione dei corpi, veniva ora a cadere, divenendo antiquato, non più “alla moda”, essendo stato sostituito da un modello comunicativo istantaneo, che avvicinava notevolmente i sistemi narrativi del cinema alla vita reale, dove il suono e la parola accompagnano costantemente lo svolgersi delle cose.
Proprio di questa svolta parla il film The Artist (2011), vincitore nel 2012 di ben cinque Premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior costume e Miglior colonna sonora.
Un film che celebra e ricorda un momento fondamentale della storia del cinema, ma che compie anche una riflessione profonda sul significato che noi conferiamo alla cinematografia (e più specificatamente alla recitazione) in quanto arte.

La storia, in breve, racconta di George Valentin (Jean Dujardin), una stella del cinema muto che, con l’avvento del sonoro, in disaccordo con il suo regista decide caparbiamente di continuare a produrre film muti per suo conto, mantenendo lo stile e le modalità che lo hanno consacrato e portato al successo. Ma in seguito al boom del cinema sonoro egli cade in rovina (il contesto è quello del crollo di Wall Street) e solo grazie all’intervento di una sua collega attrice, Peppy Miller (Bérénice Bejo), con cui intreccia una relazione amorosa, riesce a ritornare alla ribalta, mettendo da parte l’orgoglio e accettando questa grande trasformazione del suo mondo.

Una trama semplice, sviluppata con equilibrio e con la giusta drammaticità (straordinaria l’interpretazione di Jean Dujardin nei panni del protagonista), per un film girato con estrema cura e con una volontà di ricostruzione quasi documentaristica dello stile cinematografico degli anni ’20, di cui si rispettano fino in fondo tutte le caratteristiche, dalle didascalie alle musiche, dalla fotografia (ovviamente B/N) al montaggio.
Ma perché fare oggi, nell’era digitale, un film come questo? Un film che non solo elegge il cinema muto a soggetto e fulcro della trama, ma che utilizza le sue tecniche, i suoi stilemi, la sua messa in scena tipica, le sue atmosfere, quasi con l’intento di far rivivere un’intera stagione della storia del cinema.
Dalla nostra prospettiva contemporanea questa scelta di rivolgere lo sguardo al passato e di celebrarne le glorie può essere letta sotto due diversi punti di vista: da un lato come rievocazione nostalgica, che insiste sull’aspetto malinconico insito in ogni progresso, cioè l’abbandono di vecchie consuetudini e modi di essere, a vantaggio di condizioni più moderne e perfezionate (aspetto che viene ancora più efficacemente descritto dalla storia individuale del protagonista George Valentin).
Dall’altro come rivalutazione degli aspetti indiscutibilmente positivi che il cinema muto presenta, innanzitutto la capacità di comunicare emozioni in maniera estremamente efficace, anzi spesso più efficace di quanto non faccia il cinema cui siamo oggigiorno abituati. Pur disponendo di strumenti meno sofisticati di oggi, anzi forse proprio per la penuria di mezzi tecnologici, il cinema pre–sonoro riusciva (e riesce ancora adesso) a trasmettere, a volte con una certa ingenuità (l’ingenuità che possono avere dei pionieri), l’anima dell’uomo e del suo mondo, a sublimare la realtà e presentarla al pubblico.
L’assenza di un copione che registrasse e prestabilisse ogni singola battuta dei personaggi, i cui dialoghi erano a stento evocati dalle didascalie, era un elemento che certamente stimolava negli spettatori la creatività, lasciava spazio alla fantasia e all’immaginazione e rendeva la fruizione di un film molto più attiva e consapevole di quanto non facciano i film odierni, in cui spesso c’è un tale sovraccarico di linee di dialogo superflue che il prodotto finale risulta ridondante e complesso, senza per questo essere qualitativamente superiore.
In molti casi, un film moderno viene “subìto” dall’osservatore, che deve districarsi in trame sempre più accuratamente architettate, ma che sembrano perdere di vista il punto fondamentale.
I film di una volta, anche se estremamente lineari – anzi spesso stereotipati, proprio perché non “spiattellavano” ogni più insignificante scambio di battute, consentivano un margine di interpretazione e rendevano l’osservatore un “partecipante” attivo.
Se a ciò si aggiunge il fatto che a quei tempi il cinema non era ancora un prodotto massificato e strumentalizzato come oggi e che, in quanto arte “giovane”, convogliava in sé tutta la freschezza e l’entusiasmo degli “anni ruggenti”, si potrà comprendere perché un film come The Artist, che riporta alla luce e fa rivivere tutto ciò, rivesti un’importanza tanto grande.
La geniale trovata del film sta nell’immaginare che il mondo in cui vive il protagonista sia realmente un mondo senza sonoro, come dimostra la scena del sogno, in cui Valentin si accorge di vivere in una realtà diventata improvvisamente “rumorosa”, in cui solo la sua voce non riesce a farsi sentire.

Altro tocco di originalità è la scena finale, in cui il grande attore, l’Artista, finalmente convinto di seguire la nuova moda del sonoro, risponde al regista, che vuole girare un altro ciak, con l’unica sua battuta: “With pleasure!”.

È il momento della svolta epocale, il momento in cui il cinema (e la realtà che il cinema rappresenta) diventa suono, diventa rumore, diventa parola.

Giorgio Todesco