Robert Capa, l’intervista ritrovata, parla di se stesso e di quello ‘scatto in trincea’

Se le vostre foto non sono abbastanza belle, allora non siete abbastanza vicini“. Queste le parole del famoso Robert Capa, lui vicino lo era davvero al momento della realizzazione del suo scatto più noto: “Il Miliziano colpito a morte” durante la guerra civile spagnola.

In un’intervista risalente agli anni ’40 (Clicca QUI per sentire la registrazione), recentemente scoperta, racconta come abbia ottenuto quell’immagine osannata ma allo stesso tempo screditata come scena riprodotta. “È probabilmente lo scatto migliore che abbia mai fatto, pur non potendolo mai vedere in macchina perchè la fotocamera si trovava al di sopra della mia testa“. Disse Capa durante lo show radiofonico dell’NBC “Hi! Jinx” di quegli anni (1947). Si trovava nella trincea assieme ai soldati che tentavano di espugnare una postazione di mitragliatrici, ma ogni volta che vi era una sortita venivano abbattuti.

Continua Capa: “andarono avanti così per almeno altre quattro volte, durante l’ultimo assalto ho sollevato la macchina fotografica sopra la testa e ho scattato alla cieca, ho poi spedito le foto per lo sviluppo“.

Rimasi in Spagna per tre mesi. Quando tornai ero un fotografo famoso, grazie a quello scatto perché riuscii a riprendere un soldato nel momento in cui veniva colpito“.

Fortunato a tornare a casa sano e salvo, Robert Capa rimase accidentalmente ucciso nel 1954 mentre documentava la guerra nel Sud-est Asiatico.

La registrazione del ’47 fu ritrovata dal curatore capo dell’International Center of Photography Brian Wallis e divulgata per il centenario della nascita di Robert Capa.

Annunci

Dracula: noia al primo morso – Recensione Telefilm

Questo è un film sui vampiri: una mal riuscita parodia del genere che non fa ridere.
Questo è un telefilm sui vampiri:  un pretesto scontato per far vedere bellocci a petto nudo.

Questa è celluloide sui vampiri senza dignità.

Jonathan Rhys Meyers era una promessa del cinema, un futuro divo in potenza, uno dei volti più interessanti che si potevano trovare nel panorama cinematografico degli ultimi 20 anni. Era, appunto, al passato. Anni di abuso di alcol e di scelte sbagliate lo hanno trasformato nella statua di madame Tussauds che ci troviamo davanti oggi, espressivo quanto un sasso e dalle capacità recitative di una comparsa alla recita pasquale della parrocchia, gonfio di botox e più appesantito di Stallone, ma 40 anni più giovane.

Lo avevamo lasciato come l’Enrico VIII meno plausibile del cinema (anche meno di Eric Bana, e dico, Eric Bana) e lo ritroviamo ora come Vlad Tepes Dracula, sul cui (non pervenuto) fascino dovrebbe poggiarsi la sceneggiatura (si, sto usando paroloni grossi) di questa debolissima serie, che sta al Dracula di Coppola (ma anche a Dracula Legacy se è per questo, si quello con Gerard – Leonida – Butler che faceva Dracula/Giuda), a cui strizza continuamente l’occhio, come Da Vinci’s demons sta alla storia dell’arte. Con queste premesse ci si aspetta un gioiello di trash, qualcosa di così ridicolo e improbabile da causare violente risate e prese in giro memorabili. Invece no.

La serie viaggia anni luce da ogni possibile interesse, se ne guarda bene, e procede con lentezza per il sentiero della noia più totale, mostrando dei personaggi caratterizzati superficialmente che si muovono in 40 minuti di riempitivi in stile telenovelas argentina, con qualche spruzzata di combattimento matrixiano, tanto perché non era abbastanza ridicolo. Ogni colpo di scena non solo è scontato, ma è seguito dall’inevitabile spiegone, nel caso le allusioni poco allusive non lo avessero fatto capire (“c’è stato un vampiro qualche anno fa a whitechappel.

Si quello che mascherava i morsi con gli squartamenti. Già abbiamo dovuto anche inviare lettere finte ai giornali. Eh si. Jack lo squartatore eh! Ho detto J-A-C-K lo S-Q-U-A-R-T-O-R-E), tanto che ti viene il dubbio se non sia il caso di offendersi, perché anche gli sceneggiatori delle fiction con Garko e la Arcuri presuppongono che le capacità mentali dei propri telespettatori non siano così limitate. Concludendo la serie è consigliata solo alle fan più irriducibili dell’attore irlandese, o a chi ha perso una scommessa, o ha scelto obbligo a obbligo o verità (ma io in questo caso rivedrei le mie scelte in materia di amici).

The Michael J. Fox Show: Il grande ritorno di uno degli attori più amati

Parlare di Michael J. Fox non è semplice, è facile cadere sul banale (ed io odio le cose banali), quindi togliamoci il dente e diciamo immediatamente ciò che è scontato: Attore simbolo degli anni ’80 che ha fatto sognare tutti noi con Ritorno al Futuro, una saga che ha segnato una generazione e non solo, uomo capace di dare tantissimo per tutta la sua carriera, grazie ad altri successi come Spin City che lo han fatto rimanere nell’elite di Hollywood anche negli anni a seguire, poi cosa è successo? Quel che è successo lo sappiamo tutti quanti: il morbo di Parkinson ha quasi distrutto moralmente e fisicamente uno degli attori più amati del mondo, son seguiti video per sponsorizzare la ricerca sulle cellule staminali, con tanto di creazione della Michael J. Fox Foundation atta a cercare una cura per la sua malattia, ma anche non poche apparizioni televisive, come quella in Scrubs.
Bene, andiamo avanti, perché non è neanche lontanamente il momento di trattare cose tristi, l’argomento di oggi è stupendo: The Michael J. Fox Show è un telefilm semi-autobiografico basato su, ovviamente, la vita di Michael e quindi su cosa vuol dire essere un padre ed un marito che deve vivere con questa carogna di morbo. I toni sono tutt’altro che tristi, è uno show brillante che tratta la vita di un uomo, un giornalista di successo che ha vinto tantissimi premi che, a causa della sua malattia, ha dovuto dire addio al suo lavoro, dedicandosi interamente alla sua famiglia, probabilmente anche troppo. Nel cast, nel ruolo della moglie, troviamo Betsy Brandt che ha da poco finito di interpretare Marie in Breaking Bad, ottima anche nel ruolo di una moglie “più tranquilla”, in più ci sarà la figlia teenager Eve, il figlio di 8 anni Graham, Ian il figlio più grande con problemi a trovare la propria strada nella vita ed, infine, la sorella di Michael, Leigh, una single di mezza età in cerca di uomini facoltosi. 
Ci sono sicuramente tutti gli elementi per poter capire che non c’è in alcun modo, il rischio di poter assistere ad un telefilm che tratti della malattia in modo morboso, non è assolutamente questo il suo scopo. Mike è un uomo che ha le sue paure, conscio di quanto è famoso e di quanto, questo, possa essere un dato oltremodo delicato, la gente ha di te un certo ricordo e vedendoti come sei diventato potresti deluderla, potresti rovinare un’immagine che hai creato con tanta fatica e tanti successi, non è semplice rimetterti nella mischia; è proprio questo il dilemma che verrà posto di fronte al nostro protagonista, nella prima puntata, la sua famiglia lo vorrebbe vedere di nuovo pronto a gestire la sua vita senza paure, i suoi vecchi colleghi sanno il suo valore e sanno (magari strumentalizzando giusto un po’, sappiamo come funziona lo spettacolo e sicuramente a Michael questo sarà successo chissà quante volte) che può sempre avere lo stesso effetto di prima, sia a livello di qualità che di quantità, intesa come audience. 
Una serie che va in onda sul canale americano NBC, di cui per il momento sono stati mandati in onda quattro episodi su ventidue, nessuna notizia relativa ad una futuribile messa in onda italiana, però l’unico consiglio sensato che si possa dare è quello di procurarsi al più presto possibile questo telefilm, non c’è ragione per non seguire uno dei prodotti più promettenti della stagione, che vi permetterà di seguire una storia nuova sotto moltissimi aspetti, brillante e che vi farà anche riflettere. Ah e per tutti i grandi fan di Marty McFly: seguite questo telefilm, non ve ne pentirete neanche per un secondo e se non lo voleste vedere… siete dei fifoni (citazione di Ritorno al futuro doverosa). 

Alex Ziro