La grande guerra – Recensione film

La Grande Guerra suscitò subito grande interesse nel cinema: dapprima nei cinegiornali, che davano eco ai fatti bellici e alla vita di fronte, quindi all’enorme produzione di film che ripresentarono, negli anni, con intenti diversi, le situazioni epiche, emotive e storiche del conflitto.
In un’ Italia che si trova all’apice della sua produttività cinematografica, Mario Monicelli propone una rilettura in chiave neorealista del conflitto mondiale, che metta in contrasto l’umanità dei soldati con la brutale assurdità della logica del “formicaio“, dove per la conquista di una collina, spesso di scarso valore strategico, venivano sacrificate centinaia di vite umane.
Ne “La grande guerra”, il regista romano dà un’immagine attendibile dei combattimenti sul fronte italiano, dove, in plotoni ricchi di dialetti e culture provenienti da tutta la penisola, crebbe quel senso di coesione nazionale che il Risorgimento non era riuscito a formare. Nella storia dei due imboscati che scelgono, alla fine, di accettare le proprie responsabilità e di morire da eroi, c’è in fondo tutto il comportamento delle classi popolari italiane, in bilico tra eroismo e fuga, tra rivoluzione ed adattamento, tra i piccoli e i grandi valori della storia. Il soldato è quindi un uomo misero e svilito dalle logiche della guerra, costretto a vincere la propria morale per confluire in una non etica della morte a cui è spesso distante.

Strepitoso il cast che vede V. Gassman nel ruolo di Giovanni Busacca, A. Sordi in quello di Oreste Jacovacci e S. Mangano nel ruolo di Costantina. Eccezionale la fotografia e strepitosi (per i tempi) gli effetti speciali. Per la volontà di operare una profonda revisione dei miti più radicati del patriottismo italiano, il film di Monicelli suscitò moltissime polemiche, accompagnate da uno strepitoso successo di pubblico e critica che porterà il regista romano a vincere il Leone d’oro.

Francesco Bitto
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