Morosini, si ipotizza l’omicidio colposo: tre i medici indagati

Un anno e mezzo fa la sua tragica morte sconvolse il mondo del calcio: Piermario Morosini, calciatore del Livorno, si accasciò in campo al 31′ minuto della trasferta di Pescara per non rialzarsi mai più. La sua tragica fine, che aprì una dura polemica sulla sicurezza e la prevenzione in ambito sportivo, ha lasciato un duro segno sul volto del nostro football. Piermario era un ragazzo semplice, umile, con una storia familiare drammatica e che, solo col suo talento e la sua voglia di fare, era riuscito a costruirsi un futuro, arrivando a giocare in Nazionale U-21 con gente come Balotelli, Ranocchia, Sirigu, Marchisio e Abate. Tutto fino a quel tragico pomeriggio di Aprile.
E oggi, dopo più di un anno e mezzo, il pm Valentina D’Agostino ha presentato la richiesta di rinvio a giudizio per tre dei medici che tentarono di soccorrere lo sfortunato giocatore. Si tratta di Manlio Porcellini, medico sociale del Livorno, di Ernesto Sabatini, che ricopre lo stesso ruolo nel Pescara, e di Vito Molfese, medico del 118 dello stadio nel giorno della tragedia. Il pm, in vista dell’udienza davanti al gup di giorno 20 Febbraio 2014, ha contestato a tutti e tre il mancato utilizzo del defibrillatore, che probabilmente avrebbe concesso all’atleta qualche possibilità in più di sopravvivenza. Ma, comunque vada a finire questa storia, al calcio resta da un lato un grande vuoto e dall’altro un grande interrogativo: possiamo lasciar morire dei ragazzi su un campo di pallone?
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Brasile 2014: smantellata organizzazione asiatica di calcioscommesse

Tan Set Eng, boss delle scommesse
Un’organizzazione ramificata, con interessi vasti e disponibilità economiche ingenti, pronta a truccare i mondiali in Brasile. Al vertice vi era Tan Set Eng, numero uno del calcioscommesse, esperto manipolatore di eventi sportivi fin dal ’96 e posto sotto arresto dalla polizia di Singapore il mese scorso. La notizia, diramata solo oggi, contiene anche un dettagliato rapporto di come la struttura stesse pianificando di modificare il risultato dei match in programma l’anno prossimo in Brasile. Tan Set Eng, nome in codice Dan, aveva infatti una fitta rete di contatti con calciatori, arbitri e guardalinee, dei quali conservava dossier accurati nei suoi server e coi quali contava di mettersi in contatto in modo da convertire i milioni di dollari già stanziati per l’operazione in miliardi. Bastava poco per truccare una partita: una papera del portiere, una scivolata fuoritempo, un errore apparentemente casuale ed ecco che il “signor” Eng vedeva moltiplicarsi i suoi proventi illeciti.
Da quando la polizia di Singapore l’ha arrestato Tan Set Eng è in isolamento con una formula estremamente repressiva, residuo del dominio coloniale inglese, e viene costantemente interrogato. Dal poco che trapela l’uomo, sul quale pendeva un mandato di cattura internazionale, avrebbe già avvicinato due squadre qualificate e nella Top 50 della FIFA e molti calciatori “amici” coi quali già in passato aveva avuto modo di collaborare. Due gli esempi: la partita delle Qualificazioni Mondiali Laos-Cambogia, finita 4-2 (come voluto da Eng) e un minitorneo svoltosi in Turchia nel Febbraio scorso e nel quale furono assegnati ben 7 rigori, tutti da arbitri scelti dal boss di Singapore. “Il flusso delle scommesse durante i grandi eventi raggiunge i 150 miliardi di dollari, tre volte il PIL dell’Uruguay, ed è facile per queste organizzazioni infiltrarsi” dice Ralf Mustchke, capo della sicurezza della FIFA, “ma stiamo facendo un ottimo lavoro e in Brasile andrà tutto bene”.
Roberto Saglimbeni

Decine di operai morti per costruire gli stadi del Mondiale: la FIFA e il Qatar nella polemica

Michel Platini e Joseph Blatter

Mancano ancora nove anni, eppure i Mondiali di calcio che si terranno in Qatar nel 2022 stanno già suscitando tantissime polemiche. La decisione di assegnare l’organizzazione del mondiale allo stato qatariota è parsa a molti una scelta politica, dettata da motivi che poco hanno a che fare con lo sport e con la volontà di organizzare una manifestazione bella ed efficiente. 
Joseph Blatter e Michel Platini, i due boss del calcio internazionale, hanno già dovuto affrontare l’ira dei club di tutto il mondo in seguito alla decisione di disputare i Mondiali in inverno: un unicum nella storia della pluricentenaria competizione, dovuto alle straordinarie temperature che si registrano in Qatar in estate (45-50 °C). Un problema, quello del caldo, a cui forse si sarebbe dovuto pensare prima. 
Adesso un’altra tempesta si abbatte sul Qatar e sulla FIFA: come riportato dal quotidiano inglese The Guardian, quest’estate sarebbero morti ben 44 operai nepalesi nel corso della costruzione dei mastodontici stadi per il Mondiale. Le vittime farebbero parte di una vasta comunità di lavoratori migranti, che dagli Stati circostanti si sposta ogni anno nel ricco Qatar per trovare lavoro. 
Gli operai sono deceduti a causa delle condizioni e dei ritmi disumani a cui erano sottoposti: costretti a sgobbare in piena estate, sotto il sole del deserto e senza acqua da bere, molti di loro non ce l’hanno fatta e sono morti nel silenzio delle istituzioni. Quel che è peggio, le 44 vittime sarebbero solo la punta dell’iceberg: in Qatar si è affermato un vero e proprio commercio degli schiavi, non esclusivamente riguardante il business dei Mondiali di calcio. 
Dall’inizio del 2013, infatti, stando a quanto riferisce l’ambasciata indiana di Doha, sarebbero scomparsi nel nulla ben 159 operai indiani: la ben consolidata realtà dei lavoratori-schiavi, venuta alla luce soltanto grazie all’attenzione mediatica che in questi mesi si sta riversando sul Paese mediorientale, era dunque un problema esistente da tempo
Blatter e Platini scansano le accuse, affermando la loro estraneità ai fatti e dichiarando che parleranno con le autorità qatariote per risolvere il problema. E se da una parte è probabilmente vero che i vertici della FIFA non fossero a conoscenza delle condizioni dei lavoratori sfruttati, dall’altra è innegabile che la politica e gli interessi personali abbiano condizionato troppo la scelta del luogo che ospiterà il Mondiale del 2022. In quest’ottica, gli arresti di nomi grossi del calcio (e alleati di Blatter) come quelli di Jack Warner e Mohammed Bin Hamman per corruzione, sono indicativi del fatto che la situazione ai piani alti del Calcio è malata. A rimetterci, come sempre, è soltanto lo sport.
Giovanni Zagarella

I 100 anni di Leonidas, l’inventore della rovesciata

Come spesso accade ai giorni nostri è il Google Doodle a fornire l’ispirazione per le news più interessanti della giornata: oggi, infatti, il motore di ricerca più celebre al mondo dedica l’apertura al centenario della nascita di Leonidas da Silva, leggendario calciatore brasiliano. Tra i più grandi campioni degli anni ’30 (con gli italiani Piola e Meazza, il polacco Willimoski, il cecoslovacco Puc), è universalmente riconosciuto come l’inventore (o, quantomeno, il divulgatore) della rovesciata, uno tra i gesti tecnici più noti ed apprezzati al mondo.  
La fama di Leonidas, la cui carriera nei club si svolse interamente in Sudamerica, è legata principalmente ai Mondiali di Francia 1938: la Seleçao, giunta con grandi speranze dopo l’eliminazione subita 4 anni prima per mano della Spagna, incantò per larga parte del torneo, imponendo un gioco moderno e la classe cristallina di Leonidas, “Il diamante nero”. Leggendaria, nel corso di quel torneo, la partita tra il Brasile e la Polonia, con Leonidas e Willimoski autori di 3 e 4 reti, terminata col punteggio di 6-5 per i brasiliani. Ma il sogno verdeoro si infranse in semifinale, contro i campioni uscenti dell’Italia: il CT Pimenta, convinto di avere facilmente ragione degli uomini di Pozzo, lasciò a riposo il suo fuoriclasse, incappando in una clamorosa disfatta per 2-1. Per Leonidas, che vinse la classifica marcatori, fu l’ultima esperienza in campo internazionale. Dopo il ritiro, nel 1950,  fece l’allenatore, il commentatore e infine si ritirò a vita privata, per poi spegnersi nel 2004. 

Infortunio ad Higuain, è guerra tra il Napoli e la Regione: ‘Chiederemo i danni, situazione medica indecorosa’

Gonzalo Higuain (Foto Resport)

Rischia di diventare molto più di un caso calcistico l’infortunio occorso ieri al fuoriclasse del Napoli, Gonzalo Higuain, che in vacanza a Capri ha riportato, in seguito a una caduta, numerosi punti di sutura al volto. Nella giornata di oggi il vulcanico presidente Aurelio De Laurentis, bombardato dalla stampa, ha rilasciato quanto segue: “Sono stufo che in località turistiche così rinomate manchino presidi medici di buon livello. Che figura facciamo coi personaggi importanti? Chiederemo 100 milioni di danni alle istituzioni, i politici devono imparare, dato che né il sindaco di Capri né il presidente della Regione hanno fatto qualcosa”.

Le dichiarazioni, senza dubbio esagerate, di De Laurentis danno sfogo non solo alla voce di una tifoseria che ha vissuto attimi di paura per le condizioni del suo idolo, ma anche e sopratutto alla preoccupazione per l’inadeguatezza dei servizi turistici, sopratutto al Sud Italia. Se, è vero, i soccorsi per Higuain sono stati tempestivi, è altrettanto vero che in molte delle nostre località più rinomate mancano, in parte per condizioni ambientali, in parte per negligenza, i servizi minimi per garantire che piccoli incidenti diventino casi internazionali. Anche se, non ce ne voglia l’argentino, prima di tuffarsi è meglio dare un’occhiata al fondale..

Roberto Saglimbeni

Auguri a Javier Zanetti, bandiera e capitano di un calcio d’altri tempi

Il Capitano ha 40 anni, ma la voglia e la freschezza dei 18. L’hai visto lì, a terra, dolorante, quel maledetto 28 Aprile 2013 e hai pensato: ecco, è finita, si ritira anche Zanetti. E invece no, lo vedi correre di nuovo, più veloce dei giovani, inseguendo un altro sogno, altre sgroppate, altre sconfitte, altre vittorie. Nessuno al mondo può oggi incarnare l’essenza del calcio come Javier Zanetti, capitano e gentiluomo, eroe dell’Inter come di tutti gli appassionati di questo meraviglioso sport. Non può farlo il quasi coetaneo Giggs, leggenda del Manchester United, travolto dagli scandali sessuali; non può farlo Del Piero, maestro del pallone indegnamente scaricato dalla squadra a cui aveva dato tutto; non può forse neanche Totti, per le troppe polemiche che ne hanno caratterizzato la carriera. Dal ritiro di Paolo Maldini Javier Zanetti resta l’ultima bandiera di un football romantico, corretto, leale, sportivo, di uomini che inseguono un pallone e non contratti, di ragazzi diventati uomini con la stessa voglia di giocare.
E pensare che Zanetti (845 presenze con l’Inter, 137 consecutive, 82 in Champions da capitano, 16 trofei nel club, tutti record) era arrivato al calcio quasi per caso, dopo essere stato scartato per la sua struttura fisica. Mentre lavorava col padre, muratore di Buenos Aires, il fratello Sergio lo aveva invitato a fare un provino nel Talleres, squadra in cui militava. “Vieni, te la metto io una buona parola” gli avrà detto, ma Javier niente, non ne vuole sapere di passare per raccomandato. Aspetterà il 1992, anno in cui il fratello si sarà trasferito, per passare brillantemente il provino e assicurarsi il primo contratto da professionista, potendo smettere di vendere il latte la mattina, prima degli allenamenti, per mantenere la famiglia. Di lì a poco fu notato dal Banfield, i cui dirigenti si autotassarono per portarlo nella Prima Divisione Argentina e, dopo tre anni, su consiglio di Angelillo, l’approdo all’Inter.
Era il primo anno di Massimo Moratti, e Zanetti arrivò come appendice sconosciuta del più quotato Rambert, tanto da profilarsi per lui un ipotesi di prestito. Una sola voce, quella di Diego Armando Maradona, sostenne che il vero colpo dell’Inter era quell’argentino uscito da una fotografia dell’800, coi capelli sempre a posto e una resistenza incredibile. Quasi vent’anni dopo, possiamo dire che la Mano de Dios aveva ragione. Fuoriclasse in campo, Gentiluomo fuori, bandiera itinerante del calcio, applaudito da tifosi e avversari, forse all’ultimo giro di boa ma con la stessa voglia di mettersi in gioco. E allora 40 volte auguri, Pupi!

Roberto Saglimbeni

Calcio shock: arbitro uccide calciatore, la famiglia lo decapita

L’arbitro brasiliano, “malcapitato omicida” 
A meno di un anno dai mondiali di Brasile 2014, una notizia sconvolge il mondo dello sport: in una partita dilettantistica nello stato del Maranhao, nel nord del paese, l’arbitro 20enne è stato assalito da una folla inferocita, lapidato, impalato, scorticato e decapitato al centro del campo per aver prima espulso e poi accoltellato Josenir dos Santos Abreu, 31 anni, calciatore, anch’egli deceduto per le ferite riportate. 

La macabra notizia, riportata dal quotidiano Globoesporte, getta nuove ombre sull’organizzazione dei mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016 in Brasile, la cui macchina organizzativa è già sotto accusa per i recenti disordini durante la Confederations Cup; tornando ai fatti, sembra che il terribile omicidio sia sorto da un banale tra arbitro e calciatore: quest’ultimo, rifiutandosi di lasciare il campo, avrebbe rifilato una pedata al direttore di gara che, per tutta risposta, avrebbe estratto un coltello dal taschino colpendo il nemico con reiterata violenza. In campo si è allora scatenato il caos: mentre lo sfortunato Josenir veniva condotto all’ospedale per poi spirare poco dopo, i suoi familiari si riversavano in campo e, divelto un palo, vi legavano l’arbitro omicida sottoponendolo dapprima a una feroce lapidazione, poi a un vero e proprio scorticamento e infine a una decapitazione terminata con l’esposizione del “trofeo” per le vie intorno allo stadio.
La polizia brasiliana, tempestivamente avvertita, è intervenuta nelle scorse ore arrestando già tre persone, identificate grazie alle telecamere dello stadio. Altri aggressori sono tutt’ora a piede libero, ma l’ispettore Valter Costa non vuole lasciare loro via di scampo: “Li prenderemo: un crimine non giustifica un altro crimine“. Tuttavia nulla potrà l’operato della polizia sui legittimi dubbi che l’opinione pubblica internazionale sta sollevando sui prossimi eventi sportivi in Brasile, sui quali gravano minacce e violenze senza precedenti e, come ormai non accadeva da tempo, il rischio di un flop.
Roberto Saglimbeni