Brasile 2014: smantellata organizzazione asiatica di calcioscommesse

Tan Set Eng, boss delle scommesse
Un’organizzazione ramificata, con interessi vasti e disponibilità economiche ingenti, pronta a truccare i mondiali in Brasile. Al vertice vi era Tan Set Eng, numero uno del calcioscommesse, esperto manipolatore di eventi sportivi fin dal ’96 e posto sotto arresto dalla polizia di Singapore il mese scorso. La notizia, diramata solo oggi, contiene anche un dettagliato rapporto di come la struttura stesse pianificando di modificare il risultato dei match in programma l’anno prossimo in Brasile. Tan Set Eng, nome in codice Dan, aveva infatti una fitta rete di contatti con calciatori, arbitri e guardalinee, dei quali conservava dossier accurati nei suoi server e coi quali contava di mettersi in contatto in modo da convertire i milioni di dollari già stanziati per l’operazione in miliardi. Bastava poco per truccare una partita: una papera del portiere, una scivolata fuoritempo, un errore apparentemente casuale ed ecco che il “signor” Eng vedeva moltiplicarsi i suoi proventi illeciti.
Da quando la polizia di Singapore l’ha arrestato Tan Set Eng è in isolamento con una formula estremamente repressiva, residuo del dominio coloniale inglese, e viene costantemente interrogato. Dal poco che trapela l’uomo, sul quale pendeva un mandato di cattura internazionale, avrebbe già avvicinato due squadre qualificate e nella Top 50 della FIFA e molti calciatori “amici” coi quali già in passato aveva avuto modo di collaborare. Due gli esempi: la partita delle Qualificazioni Mondiali Laos-Cambogia, finita 4-2 (come voluto da Eng) e un minitorneo svoltosi in Turchia nel Febbraio scorso e nel quale furono assegnati ben 7 rigori, tutti da arbitri scelti dal boss di Singapore. “Il flusso delle scommesse durante i grandi eventi raggiunge i 150 miliardi di dollari, tre volte il PIL dell’Uruguay, ed è facile per queste organizzazioni infiltrarsi” dice Ralf Mustchke, capo della sicurezza della FIFA, “ma stiamo facendo un ottimo lavoro e in Brasile andrà tutto bene”.
Roberto Saglimbeni
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I 100 anni di Leonidas, l’inventore della rovesciata

Come spesso accade ai giorni nostri è il Google Doodle a fornire l’ispirazione per le news più interessanti della giornata: oggi, infatti, il motore di ricerca più celebre al mondo dedica l’apertura al centenario della nascita di Leonidas da Silva, leggendario calciatore brasiliano. Tra i più grandi campioni degli anni ’30 (con gli italiani Piola e Meazza, il polacco Willimoski, il cecoslovacco Puc), è universalmente riconosciuto come l’inventore (o, quantomeno, il divulgatore) della rovesciata, uno tra i gesti tecnici più noti ed apprezzati al mondo.  
La fama di Leonidas, la cui carriera nei club si svolse interamente in Sudamerica, è legata principalmente ai Mondiali di Francia 1938: la Seleçao, giunta con grandi speranze dopo l’eliminazione subita 4 anni prima per mano della Spagna, incantò per larga parte del torneo, imponendo un gioco moderno e la classe cristallina di Leonidas, “Il diamante nero”. Leggendaria, nel corso di quel torneo, la partita tra il Brasile e la Polonia, con Leonidas e Willimoski autori di 3 e 4 reti, terminata col punteggio di 6-5 per i brasiliani. Ma il sogno verdeoro si infranse in semifinale, contro i campioni uscenti dell’Italia: il CT Pimenta, convinto di avere facilmente ragione degli uomini di Pozzo, lasciò a riposo il suo fuoriclasse, incappando in una clamorosa disfatta per 2-1. Per Leonidas, che vinse la classifica marcatori, fu l’ultima esperienza in campo internazionale. Dopo il ritiro, nel 1950,  fece l’allenatore, il commentatore e infine si ritirò a vita privata, per poi spegnersi nel 2004. 

Louis Vuitton Cup: New Zealand conduce 2-1, ma Luna Rossa dà battaglia

Entra finalmente nel vivo la finale della Louis Vuitton Cup, la competizione che deciderà chi, tra i kiwi di New Zealand e il team Luna Rossa, sfiderà il defender Oracle per la conquista della Coppa America. E, come nei round precedenti, anche questa terza regata è stata funestata da un guasto tecnico: il team italiano, capitanato da Max Sirena, è stato infatti costretto al ritiro da un’avaria all’ala rigida, consegnando di fatto a New Zealand una comoda vittoria. Il team di Auckland conduce ora la serie per 2-1, dopo aver conquistato il primo punto per ritiro dell’avversario e aver perso il secondo in modo analogo. E sono tanti i rimpianti per il team italiano, che proprio in questa terza regata sembrava aver trovato l’alchimia giusta per stare al passo dei fenomeni avversari, e che dovrà fare tesoro della giornata di oggi per presentarsi ai blocchi, mercoledì, in spledida forma per i round 4 e 5, dove non sono più ammessi errori per decidere chi uscirà vincitore dalla Baia di San Francisco.

Roberto Saglimbeni

Auguri a Javier Zanetti, bandiera e capitano di un calcio d’altri tempi

Il Capitano ha 40 anni, ma la voglia e la freschezza dei 18. L’hai visto lì, a terra, dolorante, quel maledetto 28 Aprile 2013 e hai pensato: ecco, è finita, si ritira anche Zanetti. E invece no, lo vedi correre di nuovo, più veloce dei giovani, inseguendo un altro sogno, altre sgroppate, altre sconfitte, altre vittorie. Nessuno al mondo può oggi incarnare l’essenza del calcio come Javier Zanetti, capitano e gentiluomo, eroe dell’Inter come di tutti gli appassionati di questo meraviglioso sport. Non può farlo il quasi coetaneo Giggs, leggenda del Manchester United, travolto dagli scandali sessuali; non può farlo Del Piero, maestro del pallone indegnamente scaricato dalla squadra a cui aveva dato tutto; non può forse neanche Totti, per le troppe polemiche che ne hanno caratterizzato la carriera. Dal ritiro di Paolo Maldini Javier Zanetti resta l’ultima bandiera di un football romantico, corretto, leale, sportivo, di uomini che inseguono un pallone e non contratti, di ragazzi diventati uomini con la stessa voglia di giocare.
E pensare che Zanetti (845 presenze con l’Inter, 137 consecutive, 82 in Champions da capitano, 16 trofei nel club, tutti record) era arrivato al calcio quasi per caso, dopo essere stato scartato per la sua struttura fisica. Mentre lavorava col padre, muratore di Buenos Aires, il fratello Sergio lo aveva invitato a fare un provino nel Talleres, squadra in cui militava. “Vieni, te la metto io una buona parola” gli avrà detto, ma Javier niente, non ne vuole sapere di passare per raccomandato. Aspetterà il 1992, anno in cui il fratello si sarà trasferito, per passare brillantemente il provino e assicurarsi il primo contratto da professionista, potendo smettere di vendere il latte la mattina, prima degli allenamenti, per mantenere la famiglia. Di lì a poco fu notato dal Banfield, i cui dirigenti si autotassarono per portarlo nella Prima Divisione Argentina e, dopo tre anni, su consiglio di Angelillo, l’approdo all’Inter.
Era il primo anno di Massimo Moratti, e Zanetti arrivò come appendice sconosciuta del più quotato Rambert, tanto da profilarsi per lui un ipotesi di prestito. Una sola voce, quella di Diego Armando Maradona, sostenne che il vero colpo dell’Inter era quell’argentino uscito da una fotografia dell’800, coi capelli sempre a posto e una resistenza incredibile. Quasi vent’anni dopo, possiamo dire che la Mano de Dios aveva ragione. Fuoriclasse in campo, Gentiluomo fuori, bandiera itinerante del calcio, applaudito da tifosi e avversari, forse all’ultimo giro di boa ma con la stessa voglia di mettersi in gioco. E allora 40 volte auguri, Pupi!

Roberto Saglimbeni

Lo sport nell’antica Grecia e l’importanza delle Olimpiadi

I moderni Giochi olimpici, per come sicuramente tutti li conosciamo, iniziarono nel 1896 nella città di Atene: scelta non casuale visto che le radici di questa competizione affondano nella Grecia dell’VIII secolo a.C., e precisamente nell’anno 776 a.C. Questa data fu talmente importante da segnare l’inizio del calendario greco, che veniva scalato ogni quattro anni. Perché le Olimpiadi furono così rilevanti nel mondo greco, tanto che nella modernità si è deciso di riprendere con significative variazioni questa competizione? Innanzitutto è la concezione stessa dello sport che va analizzata: al di là delle gare in sé (molte sono rimaste le stesse a distanza di due millenni, come la corsa, la lotta, il pugilato, il salto in lungo, il tiro del giavellotto, il lancio del disco) la competizione assumeva un valore sacro e politico. 

Mentre successivamente lo sport divenne svago, intrattenimento, lusus anche per i Romani, nella Grecia antica permeava attorno ai Giochi un’aura di sacralità in grado di elevare il vincitore a dio e donargli una gloria smisurata. Per permettere che le competizioni si svolgessero senza problemi (non erano svolte esclusivamente le Olimpiadi, bensì, in periodi diversi, tra gli eventi più importanti si ricordano i Giochi Pitici, Istmici e di Nemea) entrava in vigore in tutta l’Ellade una tregua sacra. Le armi dovevano essere messe da parte e tutti gli atleti e i cittadini greci erano invitati a partecipare, come atleti e come spettatori (eccezion fatta, come sempre, per le donne: esse non potevano guardare gli uomini che gareggiavano in quanto… nudi!). 

Da qui è facile capire la valenza politica dei Giochi: i capi delle pòleis convergevano ad Olimpia per discutere in modo informale e ribadire alleanze. Se le Olimpiadi moderne furono interrotte tre volte per i conflitti mondiali (1916, 1940, 1944) nell’antica Grecia esse furono celebrate anche durante la fatidica guerra del Peloponneso. Il prestigio dato dalla vittoria di un atleta non sfuggiva ai vari regnanti, che preparavano nel migliore dei modi i gareggianti e in caso di successo li facevano celebrare a dovere dai poeti (si pensi a Pindaro e Bacchilide). Gli atleti vincitori avevano la strada spianata in caso volessero intraprendere la carriera politica: essi erano stati illuminati dagli dei nel momento della vittoria.

I Giochi sopravvissero all’avvento dell’ellenismo e all’avvento dei Romani (con il triste capitolo della
partecipazione alle Olimpiadi di Nerone) per poi essere chiusi definitivamente quando il Cristianesimo divenne religione ufficiale (i Giochi erano considerati festività pagane). L’importanza politica, religiosa e agonistica non è lontanamente paragonabile alle Olimpiadi moderne: i Giochi facevano sentire i Greci, per pochi giorni, un popolo unito che manifestava le sue qualità e doti. La guerra poteva aspettare.

Giulia Bitto

MX1, Cairoli sempre più padrone: doppio trionfo in Finlandia

Tony Cairoli fa la voce del padrone in MX1: il pattese coglie l’ennesima doppietta della sua carriera assicurandosi anche il GP di Finlandia. Sul circuito di Hyvinkaa, sotto gli occhi del padrone di casa Kimi Raikkonen, il fenomeno messinese ha conquistato un altro GP, l’ottavo su dodici disputati, con la quinta doppia vittoria prima-seconda manche: adesso i punti di vantaggio sul più diretto inseguitore, il francese Gautier Paulin, sono 99, un abisso quasi incolmabile che spinge ancor di più Tony alla conquista del 5 titolo MX1, il settimo in totale. 
Nonostante la pista inedita non ci sono state sorprese: Cairoli ha vinto la prima manche con 7 secondi su Desalle e la seconda con 5 1/2 su Strijbos, mentre Paulin arrancava conseguendo solo un 6° e un 4° posto. Vittoria mai in discussione, dunque, con Tony che ha concesso anche un po’ di spettacolo ai suoi numerosi fan. Quale sarà la prossima frontiera di questo straordinario campione?

Roberto Saglimbeni

Il Bayern Monaco è re d’Europa. La finale di Champions League nel segno di Robben

Ore 20:45, stadio Wembley di Londra: nel tempio del calcio inglese va in scena l’apoteosi dei club teutonici. Due squadre tedesche, il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund, si contendono la corona più prestigiosa del calcio europeo, dimostrando al mondo la bontà del progetto calcistico germanico, fatto di investimenti nei settori giovanili, negli stadi e nelle infrastrutture. La squadra che ha più da perdere tra le due è il Bayern, alla terza finale in 4 anni, che non può quindi permettersi un’ulteriore delusione fallendo l’appuntamento con la vittoria. Forse è proprio per questo che i bavaresi in maglia rossa partono contratti e intimoriti da un Borussia subito aggressivo.

I primi 25 minuti sono tutti di stampo giallo-nero, con il Dortmund che aggredisce con i propri attaccanti i portatori di palla del Bayern, impedendo agli uomini di Heynckes di varcare il centrocampo e mettendo in crisi più volte Neuer (uno dei migliori in campo), con Reus, Biaszczykowski e Levandowski. Il Bayern si fa vedere al 26′ con Ribery, che assiste Mandzukic che spara in porta ma viene neutralizzato dell’ottimo Weindenfeller. I bavaresi prendono coraggio e avanzano, affermando la loro superiorità aerea con le occasioni di Martinez e Muller, e poi sfiorando la rete “via terra” con i contropiedi di Robben, che come spesso accade nei momenti importanti sciupa sparando sul portiere. E proprio quando il copione visto e rivisto del solito Robben “bello ma perdente” sembra concretizzarsi, al rientro dagli spogliatoi l’olandese mette la quinta, disegnando un assist millimetrico per Mandzukic che da pochi centimetri non sbaglia: è uno a zero.
Ma la gioia del Bayern dura appena 8 minuti, quando Dante imita Daniel San in “Karate kid”, sferrando un tremendo “calcio della gru” sul petto di Reus che cade a terra. È rigore, Gundogan dal dischetto sigla il pareggio
Gli ultimi 20 minuti sono caratterizzati da un evidente calo di condizione fisica del Borussia, che lascia campo alle offensive dei panzer bavaresi, resistendo in un primo momento con Subotic (favoloso salvataggio sulla linea), ma arrendendosi all’88’, quando Ribery assiste Robben che con la sua velocità infilza centralmente la difesa nero-gialla e appoggia elegantemente in porta. È il definitivo 2-1, la festa esplode a Monaco di Baviera e le tensioni e le delusioni per le sconfitte passate si sciolgono nelle lacrime di Robben, un grande fuoriclasse… Finalmente vincente!
Francesco Bitto