Reporter Senza Frontiere pubblica la classifica mondiale della libertà di stampa

L’indicatore sulla libertà dei media nel 2013 è elaborato da Reporters sans frontières, un’organizzazione non governativa internazionale che agisce da 25 anni in difesa della libertà di stampa in tutto il mondo. Dopo le numerose transizioni democratiche, soprattutto nella regione mediorientale, era lecito aspettarsi cambiamenti sostanziali in questa classifica. Il risultato vede nuovamente al comando i paesi dell’Europa settentrionale come Finlandia, Olanda e Norvegia e in coda alla graduatoria si trovano Turkmenistan, Eritrea e Corea del Nord.
Analizzando la classifica continente per continente si può partire da quello nel quale abitiamo: l’Europa. All’interno dei confini della UE la situazione è soddisfacente, anche se è necessario sottolineare una lenta erosione della libertà dei media per cui molti paesi del vecchio continente scivolano sotto i primi cinquanta posti. L’Italia ne è un esempio perché la minaccia delle cosiddette “leggi bavaglio” e la mancata approvazione della depenalizzazione del reato di diffamazione la fanno scivolare al 57° posto. Gli altri paesi in difficoltà sono quelli della ex URSS o quelli che sono entrati recentemente nella UE. È necessario considerare come la Russia abbia perso sei posizioni rispetto all’anno scorso attestandosi al 148° posto. 
Per quanto riguarda il mondo arabo si può affermare che non sempre le sue primavere hanno portato ad un reale incremento delle libertà sul piano dell’informazione. Infatti vediamo come la Libia e la Tunisia si situano rispettivamente al 131° e 132° posto, ma ancora più critica è la situazione dell’Egitto (158°) e dello Yemen (171°). Chi pensava che un paese economicamente avanzato come Israele si sarebbe posizionato nei piani alti della classifica dovrà ricredersi vedendolo alla 112° posizione. In ultima analisi, vediamo come la situazione siriana sia fortemente problematica perché in quello scenario i giornalisti rischiano la vita per il diritto d’informazione, ed è per questo motivo che la troviamo quartultima nella classifica mondiale. 
Nell’Asia orientale e nei territori dell’Oceano Pacifico la notizia migliore arriva dalla Birmania che, grazie alle sue riforme, ha guadagnato diciotto posizioni rispetto all’anno precedente. Le solite cattive notizie invece arrivano dalla Corea del Nord, dalla Cina e dal Vietnam, tutti paesi in cui la repressione è brutale e il controllo sull’informazione è assillante. Una sorpresa in questa classifica è data dal Giappone che perde trentuno posizioni in un solo anno. Questa caduta improvvisa è dovuta alla censura imposta dalle autorità su qualsiasi argomento riguardante l’incidente nucleare di Fukushima. 
In Africa ci sono diverse modalità di andamento della libertà di informazione: l’insicurezza politica che porta alla censura, quei miglioramenti promettenti dovuti a recenti elezioni politiche e infine le persistenti situazioni critiche. Fanno parte della prima modalità quei paesi come il Mali e la Repubblica Centrafricana dove le guerre civili portano ad un caos politico che si trasmette sui media disorganizzati. Della seconda modalità fanno parte il Senegal e la Liberia, ma soprattutto la Namibia che raggiunge il 19° posto. Dove invece la situazione è più difficile ci sono gli autoritarismi che hanno un controllo totale sui mezzi di stampa come in Uganda, Gambia e Eritrea. 
Per concludere con le Americhe, gli Stati Uniti e il Canada occupano ancora una posizione soddisfacente seppur essi perdono alcune posizioni. Nell’ America meridionale il Brasile scende al 108° posto a causa delle censure da parte dei tribunali sui media locali. Tra gli altri stati, il peggiore è il Messico che si trova alla 153° posizione dopo le controverse elezioni del 2012 che hanno riportato al potere il Partito Rivoluzionario Istituzionale. La migliore nazione per la libertà d’informazione in America è la Giamaica che al tredicesimo posto ha tolto il primato al Canada. 

 Emanuele Pinna

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Anime e Manga: l’influenza giapponese sulla produzione Hollywoodiana

L’ultimo decennio ha conosciuto un’esplosione di popolarità dell’animazione giapponese (anime) negli Stati Uniti. Muovendo da serie come Sailor Moon (1992) e Pokemon (1997) durante la metà degli anni Novanta, sino a Yu-Gi-Oh! (1998), Dragon Ball(1986), Full Metal Alchemist (2003) e Naruto(2002) nel corso degli anni 2000, l’anime è diventato una parte fondamentale dei media mainstream negli Stati Uniti e nel mondo occidentale. Gli studiosi di scienze della comunicazione, sociologia e antropologia, hanno recentemente indagato il fenomeno compiendo studi sugli elementi fantastici di anime e videogiochi, ricerche sull’ibridismo visivo dei corpi femminili e maschili in anime e fumetti, approfondendo il confronto visivo tra le produzioni occidentali e quelle giapponesi, ed analizzando il modo in cui i testi manga e anime sono consumati -quale prodotto- a livello mondiale. tutto questo, sempre da una prospettiva antropologica e sociologica.

Samurai Champloo
In un’epoca in cui la tecnologia dell’informazione genera nuove forme di media ad un ritmo esponenziale, diventa sempre più difficile tenere il passo con l’accelerazione di intertestualità, frutto dell’intreccio di contenuti diversi(come manga, anime, videogiochi e film live-action) e con la pletora di nuove strategie narrative e immagini prodotte negli anime e nei media. Sarebbe davvero impensabile poter apprezzare appieno Samurai Champloo (2004), senza prima aver visto anime create dal regista Shin’ichiro Watanabe ed altre anime Samurai, o conosciuto la scena musicale underground in Giappone durante la fine degli anni Ottanta!

Ghost in the Shell
La psicologia del personaggio è diventata una componente importante di sviluppo della storia nell’opera giapponese, ed è ancora più netta quando i manga vengono adattati in animazione. Mentre l’animazione in Occidente si focalizza sull’azione esagerata di animali umanizzati – si vedano ad esempio i cartoni animati della Disney, Looney Tunes, Warner Bros e le varie serie di Hanna Barbera -, l’animazione giapponese ha insistito sul suo stile statico, facendo per lo più ricorso a personaggi umani. Gli anime si concentrano sulle lotte emotive del protagonista, rese manifeste (ed enfatizzate) con le mutevoli espressioni facciali (ad esempio gli occhi esagerati) ed i movimenti del corpo. Uno degli anime più popolari nel mercato globale è Ghost in the Shell (1995) di Mamoru Oshii, opera che scava in profondità nel mondo simulato della psicologia umana e della realtà (più di qualsiasi altro anime prima del 1995), in cui l’eroina, Kusanagi è un cyborg che lotta con la sua identità. La storia è ambientata in un futuro distopico in cui la tecnologia agisce quale strumento di manipolazione degli umani, attraverso la ri–programmazione della memoria, denominata “Ghost”.

Dal film Blade Runner
Ghost in the Shell sarebbe stato influenzato dal film Blade Runner, sia da un punto di vista visuale che narrativo, e ricorderebbe anche Total Recall (1990). Con la cascata di dati binari verdi a riempire lo sfondo nero nella scena di apertura, sembra di guardare il monitor di un vecchio computer. L’universo gotico digitale, con il suo buio infinito dato dallo sfondo cupo, porta a sentirsi indirettamente parte di quel flusso di dati. Ghost in the Shell è un’amalgama di concetti astratti di spazio, tempo, convinzione e ricordi, non necessariamente logici né limitati da una percezione sequenziale. Esattamente questo immaginario avrebbe influenzato il film The Matrix (1999) – come testimoniano le immagini visive e l’argomento trattato -, la cui narrazione ruota attorno al tentativo di risvegliare il potere messianico di Neo, il protagonista, perché possa salvare la razza umana. La falsa realtà creata dalle macchine è uno strumento di inganno per far credere agli esseri umani di esistere in un mondo che assomiglia alla società americana fine anni Novanta.

Un altro esempio di influenza visiva di Ghost in the Shell sui media statunitensi risale al 2000 ed è rintracciabile nella serie televisiva Fox, Dark Angel, creata da James Cameron. Non solo Dark Angel utilizza tropi simili a quelli che compaiono in più anime di fantascienza – un universo distopico, questioni di identità ed emozioni ambigue nei confronti della tecnologia – ma anche condivide stili visivi e di impostazione, peraltro apparsi anche in spot pubblicitari statunitensi, film e video musicali alla fine degli anni ’90. E per quanto riguarda i videogiochi giapponesi? Qual è la loro relazione con la tecnologia e la produzione digitale occidentale?Precedentemente conosciuti per il loro immaginario piatto in 2D, i videogiochi giapponesi sono diventati molto popolari negli Stati Uniti sin dal 1980, imponendosi come uno dei principali passatempi intrattenimenti, superando addirittura la popolarità del film.

Videogioco Street Fighter 
Uno dei primi, amatissimi, videogiochi è stato Street Fighter (1987) – un rivoluzionario gioco arcade di combattimento della Capcom. In effetti, potrebbe essere stato questo incredibile successo, registrato soprattutto negli anni ’80 e ’90, a permettere agli anime di diventare una parte fondamentale della tradizionale culturale popolare degli Stati Uniti. Non solo un numero crescente di titoli anime ha guadagnato la popolarità in TV, ma gli stessi videogiochi hanno conquistato il cuore di centinaia di migliaia americani. Dato che i film hollywoodiani contemporanei sono fortemente orientati alla computer grafica, l’integrazione di immagini di anime e di approcci tecnologici potrà solo accelerare nel prossimo futuro. Ma a quegli spettatori americani che non hanno familiarità con la cultura giapponese, e che da essa tenderanno a dissociarsi, sarà ancora più difficile far riconoscere e apprezzare le forme visive originali e la sensibilità culturale Orientale.

Le Fotostorie – John Fitzgerald Kennedy

John Fitzgerald Kennedy nasce a Brookline, Massachusetts, il 29 maggio 1917. Secondo di nove figli, suo padre è Joseph “Joe” Kennedy, ricchissimo imprenditore di origini irlandesi impegnato anche in politica. I Kennedy furono una delle famiglie più potenti d’America, potendo contare su un vastissimo patrimonio economico e su una forte influenza sulla politica nazionale. 
JFK da bambino (Getty Images)
JFK riceve un’istruzione di primo livello: frequenta prima la Dexter School, poi la Choate Rosemary Hall ed infine Harvard, dove si laurea in Scienze Politiche. Il giovane Kennedy, descritto come un autentico ribelle, ai tempi della Rosemary è fondatore del “Muckers Club”, una confraternita che causa più di un guaio al giovane studente.
Kennedy durante la Seconda Guerra Mondiale (JFK Library)
Dopo aver completato gli studi il ventiquattrenne Kennedy si arruola nell’esercito, ma viene respinto a causa di problemi di osteoporosi alla spina dorsale. Decide dunque di ripiegare sulla Marina, con la quale partecipa a diverse missioni nel teatro del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua carriera militare viene ricordata principalmente per l’eroico salvataggio di Patrick McMahon, un marine trascinato a nuoto per tre miglia da Kennedy, nonostante i problemi cronici alla schiena. Per quest’azione il giovane verrà ricompensato con la Navy and Marine Corps Medal. 

John coi fratelli Robert e Ted (Bettman/Corbis)
La carriera politica inizia subito dopo la fine della guerra. La morte in battaglia del fratello maggiore Joseph Jr. lascia un vuoto nelle ambizioni politiche della famiglia Kennedy: il prescelto per prendere il suo posto e diventare il “political standard-bearer” della famiglia è proprio John, che nel 1946 inizia la carriera venendo eletto alla Camera dei Rappresentanti. Sei anni più tardi, nel 1952, Kennedy vince a sorpresa la corsa ad un seggio in Senato battendo di misura in Massachusetts il repubblicano Henry Cabot Lodge. 
John con la moglie Jacqueline ed i due figli
Durante la sua permanenza in Senato, Kennedy viene bersagliato dalle critiche dei suoi oppositori a causa delle frequenti assenze, dovute ai tanti interventi chirurgici alla schiena. Durante la convalescenza scrive la sua biografia, “Ritratti del Coraggio”: grazie ad essa vince il prestigioso premio Pulitzer, anche se nel 2009 si scopre che la paternità di ampie parti del libro è da ricondurre all’assistente Ted Sorensen, mai citato fra gli autori. 
Nel 1956, in vista delle elezioni presidenziali, il senatore Kennedy entra in ballottaggio con Estes Kefauver per diventare il candidato vicepresidente dei democratici, ma viene sconfitto. L’evento gli dà comunque grande visibilità. L’anno successivo, Kennedy torna alla ribalta per le controversie dovute al suo appoggio ad alcuni emendamenti proposti dai repubblicani al Civil Rights Act: il senatore irlandese vota infatti a favore del Jury Trial Amendment, un emendamento che indebolisce l’efficacia dell’atto, salvo poi riallinearsi ai democratici e raggiungere un compromesso coi rivali. 
Manifesto elettorale dell’epoca
Il 1960 è l’anno della consacrazione politica: alla convention dei democratici, l’appena quarantenne Kennedy sbaraglia i suoi avversari e diventa il candidato ufficiale del Partito dell’Asino, scegliendo come suo vice l’ex rivale alle primarie Lyndon Johnson. In occasione della sua designazione come candidato, Kennedy pronuncia il famoso “New Frontier Speech”. 
Il dibattito televisivo tra Nixon e Kennedy
Le elezioni di novembre, che vedono Kennedy contrapposto a Richard Nixon, si preannunciano tiratissime. Il senatore irlandese, inizialmente dato in svantaggio rispetto al rivale, consolida la sua posizione grazie ad una serie di discorsi storici che mirano a mettere in secondo piano la sua appartenenza alla regione cattolica, caratteristica inusuale per un candidato presidente; Kennedy viene inoltre fortemente avvantaggiato dal primo dibattito televisivo della storia americana, che segna una netta vittoria del contendente democratico ed un sorpasso nei consensi. 
Kennedy giura come Presidente (Bettmann/Corbis)
Con una maggioranza di voti risicatissima (49,7% contro il 49,3% di Nixon), John F. Kennedy diventa il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti. La sua elezione arriva in un momento delicatissimo dal punto di vista geopolitico: il neo-presidente deve infatti fare i conti con il colpo di Stato cubano, avvenuto nel 1959, e con la presa di potere da parte del comunista Fidel Castro. Il neonato regime cubano si allea da subito con l’URSS, costituendo così un avamposto sovietico strategicamente pericolosissimo per gli Stati Uniti. 
Nel 1961 è proprio Kennedy a decidere l’embargo totale ai danni di Cuba, gravissimo provvedimento economico che sopravvive ancora oggi, a distanza di più di 60 anni. Kennedy si fa anche promotore dello sbarco nella Baia dei Porci, un’operazione militare condotta dalla CIA, basata sull’addestramento segreto di un gruppo di esuli cubani e sulla conseguente invasione dell’isola. L’operazione è un completo fallimento, anche a causa delle indecisioni del presidente, ed è un disastro di immagine per gli Stati Uniti. Nei mesi successivi Kennedy ordina anche l’Operazione Mongoose, una vasta opera di sabotaggi all’economia cubana mediante l’utilizzo di organizzazioni terroriste. 
Kennedy e Kruscev (Bettmann/Corbis)
L’atteggiamento aggressivo dell’amministrazione Kennedy suscita l’inevitabile reazione russa: il 1962 è l’anno della Crisi dei Missili di Cuba, uno dei frangenti più delicati e pericolosi della Guerra Fredda. Solo grazie al buonsenso dei due interlocutori, John Kennedy e Nikita Kruscev, è possibile porre fine alla crisi, sventando il pericolo di una guerra termonucleare e dando al contempo una svolta positiva ai rapporti fra le due superpotenze. 
Durante il discorso a Berlino (Bettmann/Corbis)
Il 26 giugno 1963 Kennedy si reca a Berlino, in occasione della costruzione del Muro divisorio simbolo della Guerra Fredda: qui pronuncia uno dei suoi discorsi più famosi, subito rinominato “Ich Bin Ein Berliner”, un durissimo attacco al comunismo e alla Russia. Nonostante l’eco che ebbe tale discorso, l’atteggiamento di Kennedy nei confronti del Muro di Berlino viene oggi giudicato dagli storici piuttosto lascivo, a causa del poco impegno profuso dalla sua amministrazione per contrastarne la costruzione.
JFK assieme a John Glenn, leggendario astronauta americano
In ambito interno, Kennedy si fa promotore di una serie di riforme volte ad includere le minoranze sociali ed etniche nel processo politico ed economico, con particolare attenzione a quella afroamericana: è la cosiddetta politica della “New Frontier”, che avvantaggia anche l’educazione e la sanità americana attraverso una serie di rimodulazioni fiscali. Il Presidente decide inoltre di finanziare cospicuamente il Programma Apollo, con l’obiettivo di raggiungere la luna entro la fine del decennio.
Durante la visita ufficiale a Dallas
John F. Kennedy viene assassinato il 22 novembre 1963 a Dallas, in Texas, durante una visita ufficiale alla città. Il Presidente viene raggiunto da tre colpi di arma da fuoco, nel corso di un attentato che ancora oggi resta fra i momenti più controversi della storia americana: le conclusioni raggiunte dalla Commissione Warren, messa insieme dalla Casa Bianca per far luce sull’accaduto, presentano infatti molti punti oscuri ancora oggi mai chiariti. Per l’assassinio del presidente viene reputato colpevole un impiegato di una biblioteca, Lee Harvey Oswald, ucciso dal criminale Jack Ruby prima di poter essere processato. 
Il piccolo John Kennedy Jr. ai funerali del padre
La morte di Kennedy è considerata uno degli eventi più scioccanti della storia americana, capace di influenzare in maniera massiccia la storia politica successiva, così come il cinema e la letteratura del Paese a stelle e strisce. Pur fra luci e ombre, Kennedy resta uno dei presidenti più amati della storia del Paese e la sua figura, resa mitica ed irraggiungibile dalla morte violenta, resta ancora oggi un punto di riferimento per le giovani leve politiche statunitensi.
Giovanni Zagarella

Gatsby ed il Grande Sogno Americano – Recensione libro

Ho sempre ritenuto l’America un Paese alla continua ricerca di una propria identità, in balia di una modernità spesso solo apparente e di un materialismo arcaico e frustrante. L’America è l’essenza di un potere cieco, un’accozzaglia di innate contraddizioni: penso al diritto intoccabile alla legittima difesa ed al porto d’armi ed agli Stati in cui vige ancora la pena capitale; penso ai costi esorbitanti di banali cure mediche e alla facilità disarmante con cui spesso si ricorre al chirurgo plastico; penso alla patria del junk food ed alle numerose campagne contro l’obesità infantile, a livelli più che preoccupanti. Se l’America è questo e tanto altro, forse il sogno mai realizzato di una vita migliore, Jay Gatsby, protagonista del grande romanzo di Francis Scott Fitzgerald, ne è l’emblema vivente: siamo negli anni ’20, l’età del jazz, gli “anni ruggenti” per gli Stati Uniti, gli stessi del proibizionismo e dell’emancipazione femminile, il periodo “ideale” per poter realizzare il “Grande Sogno”.

E Jay Gatsby ci prova quando, con tutta la tenacia e la determinazione che da sempre contraddistinguono tale “ideale”, tenta di riconquistare il suo vecchio amore, Daisy Buchanan. Adesso Jay ha accumulato una fortuna, si sente padrone del mondo e può finalmente sposarla, se non fosse per il fatto che quest’ultima, che ha come unico Valore il denaro, ha sposato a sua volta il ricchissimo Tom Buchanan. Daisy ed il marito Tom, il quale ha una relazione con Myrtle Wilson, una donna povera e volgare, vivono a New York; Gatsby compra una villa lussuosissima proprio di fronte alla casa di Daisy, al di là della baia, e dà feste lussuosissime alle quali invita centinaia di persone (che spesso neanche conosce), nella speranza di poterla incontrare e sedurre con la propria ricchezza. Alla fine riesce ad ottenere un incontro con Daisy grazie a suo cugino, Nick Carraway, che è anche vicino di casa di Gatsby e narratore della storia;ed è a questo punto che Jay deve, purtroppo, scontrarsi con la realtà, e la realtà non è e non sarà mai all’altezza del suo sogno, un sogno destinato, nostalgicamente, a fallire: la felicità, infatti, non ha prezzo e non può essere comprata neanche con il potere e la ricchezza. Per cui, se il Grande Sogno Americano è quella speranza di felicità che fallisce, è quell’illusione che svanisce proprio nel momento in cui si tenta di afferrarla, allora Gatsby ne è sicuramente il simbolo, alter ego dello stesso autore e rappresentante designato di illogici e spietati meccanismi umani e sociali.

Fino alla fine egli lotta per un amore che esiste solo in un passato che non tornerà mai più, fino alla fine insegue l’idea dell’amore, un sentimento che probabilmente Daisy neanche conosce. Però, Jay continua a sperare, perché crede tanto fermamente quanto ciecamente nel Sogno Americano: e la sua speranza sa a tratti di inconsapevolezza, di follia –di ingenuità, se vogliamo- ma probabilmente è anche quella speranza che, in fondo, ci fa sentire vivi. Gatsby ha vissuto ed è, infine, morto per il suo sogno: Fitzgerald aveva già profeticamente compreso che il Grande Sogno Americano non si sarebbe mai realizzato, soprattutto in presenza di una discordanza tra ideali politici e realtà sociale. Nonostante tutto, però, sono i desideri e le speranze che tengono l’uomo in vita quindi, se è vero che la morte di Gatsby simboleggia la fine del Grande Sogno, è altrettanto vero che solo un ideale può dare senso a tutto il resto, ad una vita intera. Ecco perché, leggendo questo romanzo, rivedo sempre Gatsby fissare quella “luce verde all’estremità del molo di Daisy”, e ripenso allo stupore provato, a tutta la meraviglia racchiusa in un solo attimo, anche se breve; poco importa, tanto… “domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…” forse riusciremo ancora a vedere quella luce verde, o forse no –chi può dirlo- ma continueremo comunque “a remare, barche contro corrente…”

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Detroit dichiara bancarotta, ottenendo un primato ben poco invidiabile

Come una qualsiasi S.P.A. la città di Detroit, cuore pulsante del Michigan, ha dichiarato bancarotta. La “Motor City”, casa di G.M., Ford e Chrysler, ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ad un debito che si aggira attorno ai 18-20 miliardi di dollari. Nonostante le lunghe contrattazioni dei giorni scorsi, i creditori non hanno voluto allentare la presa e i sindacati non hanno dato il via libera ai tagli agli impieghi nella pubblica amministrazione: sarebbero state tutte misure palliative, perché Detroit combatteva la sua lotta col debito già da due anni.
L’annuncio, dato ieri dal governatore del Michigan Rick Snyder, non lasciava spazio a dubbi: “Oggi ho autorizzato il commissariamento della città di Detroit. È stata una decisione dolorosa, ma sono convinto che non ci fossero altre strade percorribili”. Il default di Detroit avrà gravi conseguenze sui cittadini: il commissariamento provocherà quasi certamente il licenziamento di migliaia d’impiegati della PA e l’abbassamento delle pensioni municipali.
La città paga il suo progressivo declino, che l’ha trasformata dalla rampante megalopoli di 7 milioni di abitanti che era negli anni ’50, cuore dell’industria automobilistica americana, alla città di soli 700.000 cittadini di adesso, gravata da una disastrosa situazione finanziaria. La corruzione dilagante, la crisi economica internazionale e una scarsa capacità di porre un freno al deficit quando era ancora gestibile, hanno portato al più grande fallimento di una città nella storia USA.
Tuttavia l’America non si è fatta prendere dal panico: il fallimento era nell’aria già da tempo, e né le borse né la agenzie di rating hanno lanciato segnali di panico. Al contrario: l’agenzia Moody’s ha confermato la tripla A agli Stati Uniti, con un rialzo dell’outlook da “negativo” a “stabile”, motivando la decisione con la “buona gestione del debito” sulla strada del conseguimento degli obiettivi fissati nel 2011. Ancora una volta sorge più di un dubbio sui criteri utilizzati dalle agenzie di rating private per emettere i loro giudizi, e sulla gestione dell’influenza fin troppo grande che esercitano sulle borse di tutto il mondo.
Giovanni Zagarella

Milioni di americani vittime di intercettazioni telefoniche: l’NSA sotto accusa, scoppia lo scandalo

Lucas Jackson, Reuters/Contrasto
“La National Security Agency sta raccogliendo le registrazioni telefoniche di milioni di clienti di Verizon, uno dei più grandi provider telefonici americani, in seguito ad un’ordinanza top secret della Corte emessa in aprile”. Questa la notizia bomba lanciata dal quotidiano inglese The Guardian stamattina, che ha scatenato un’ondata di discussioni e di polemiche. Polemiche cresciute dopo le dichiarazioni di un alto funzionario della Casa Bianca, che ha ammesso la veridicità della notizia e difeso i metodi della NSA, definendoli essenziali per fermare la “minaccia terroristica”.
Il Guardian afferma che ad essere registrati non sono i contenuti delle conversazioni telefoniche, ma gli orari delle chiamate, la loro durata, i numeri in entrata e in uscita e i dati sulla localizzazione geografica. Le intercettazioni sono state raccolte “indiscriminatamente ed in massa”, interessando milioni di persone non sospettate di alcun reato. È la prima volta che viene dimostrato che l’amministrazione Obama usa questo tipo di misure, le stesse utilizzate da George Bush durante il suo mandato. 
Lo “spionaggio di massa” è reso possibile dal Patriot Act, provvedimento preso da Bush all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, che rinforza i poteri delle agenzie dei servizi segreti (tra cui l’NSA), permettendogli di richiedere dati sensibili a provider internet e telefonici senza bisogno di un mandato. L’ordine della Corte che ha permesso all’NSA la raccolta dei dati telefonici è basato proprio sul Patriot Act.
L’allarme sulla sicurezza della privacy dei cittadini americani era stato lanciato tempo fa da due senatori democratici, Ron Wyden e Mark Udall, le cui lettere di “avvertimento” al popolo sono state oggi riproposte dal New York Times. Le allusioni dei due sembrano ora acquistare senso, ed il sospetto è che lo scoop di oggi abbia rivelato una minima parte di un sistema ben più ampio; in questo senso è preoccupante come la sentenza scoperta dal Guardian sia un rinnovo di routine di un ordine emesso dalla stessa Corte nel 2006. 
La NSA non è nuova a questo genere di scandali: le controversie riguardanti il braccio “informatico” dell’intelligence americana non si contano più, e le sue attività sono state da sempre circondate da un alone di mistero. Nata assieme alla CIA, l’NSA ha sempre cercato di mantenere basso il clamore mediatico attorno a lei (fu ironicamente soprannominata No Such Agency, “l’agenzia che non esiste”), ma negli ultimi anni il dibattito pubblico riguardante i suoi metodi e le loro implicazioni etiche è cresciuto parecchio. Le tecniche crittografiche utilizzate dall’NSA sono state per lungo tempo classificate dal governo come munizioni controllabili, al pari delle armi convenzionali; l’agenzia è anche ritenuta una delle principali responsabili del funzionamento della rete ECHELON, un “sistema mondiale d’intercettazione delle comunicazioni pubbliche e private” (Wikipedia). 
Non sappiamo che strascichi lascerà questo scandalo, né se la Casa Bianca cambierà il suo modo di “combattere il terrorismo”. Quel che è certo è che quello della privacy è destinato a restare uno dei temi più scottanti dei prossimi anni, specialmente in America; non è il primo né sarà l’ultimo scandalo di questo tipo negli USA, un Paese che ha sempre preferito anteporre i “diritti” dello Stato a quelli dei cittadini, specie nei momenti di crisi, veri o presunti che siano.
Giovanni Zagarella