Il grande Gatsby: una rilettura post-moderna

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Bisogna ammetterlo: Il grande Gatsby di Baz Luhrmann riesce a superare la sfida – non facile – che ben tre trasposizioni cinematografiche precedenti gli presentavano.
Ci riesce soprattutto grazie all’originalità dell’ambientazione, un’interessante e magistralmente dosata combinazione tra i Roaring Twenties americani che ispirarono il romanzo di Scott Fitzgerald e la contemporaneità più sfrenata e colorata. Il risultato è un’esuberante miscela post-moderna, che riesce ad affascinare e a stupire, quasi distraendo dalla narrazione.
La trama, abbastanza fedele all’originale, racconta attraverso gli occhi del giovane Nick Carraway (Tobey Maguire) la vicenda di Jay Gatsby (interpretato da uno straordinario Leonardo DiCaprio), un uomo il cui passato è avvolto da leggende e racconti inverosimili che lui stesso alimenta con le sue storie e organizzando magnifiche e sfavillanti feste nella sua lussuosa dimora a West Egg, Long Island.
Gatsby sembra avere infiniti volti: le sue testimonianze lo ritraggono come un uomo dai mille talenti, un eroe di guerra, un brillante intellettuale.
Eppure Nick, stabilitosi di recente nel cottage confinante con il castello del suo misterioso nuovo amico, intuisce che dietro tutto questo mito si cela un dolore profondo e inconfessabile.
Ben presto Gatsby si confida con Carraway, rivelandogli il vero motivo che lo ha spinto a stabilirsi a West Egg: dall’altra parte della baia abita Daisy (Carey Mulligan), la donna che ha amato cinque anni prima, adesso sposata con l’odioso Tom Buchanan (Joel Edgerton). Egli è intenzionato a riconquistarne l’amore, facendosi aiutare dal cugino di Daisy, appunto Nick Carraway.
Personaggio grandioso e magnanimo, davanti allo sguardo stupefatto di Carraway, Gatsby pagherà cara la sua “eccezionale propensione alla speranza” e il suo tentativo di ripercorrere il proprio imperscrutabile passato.

In un’atmosfera a volte sovraccarica e quasi surreale (per cui molti osservatori hanno notato delle affinità con Moulin Rouge!, altro film di Luhrmann), la narrazione si snoda abbastanza efficacemente, minimizzando però il senso amaro di disillusione e di fine di un’epoca che pervade le pagine dello scrittore americano. Tra luci, coriandoli, strass, fuochi d’artificio e folle in delirio, di certo è un film che si auto-compiace e che si fa ammirare, e riesce a ricreare con grande spettacolarità lo “scintillante miraggio” della New York degli anni ’20.
Una menzione particolare merita la colonna sonora, che assembla intelligentemente brani del jazz tradizionale – tra cui spicca la splendida Rhapsody in Blue di G. Gershwin – e pezzi più recenti del R&B contemporaneo, con partecipazioni importanti come il rapper Jay-Z, Beyoncé e will.i.am.

Ma ovviamente, sopra tutto e tutti si erge il personaggio di Gatsby.
Fascino, determinazione, impulsività, tenerezza, ingenuità: DiCaprio si dimostra ancora una volta abilissimo a dosare passione e compostezza, in uno stile di recitazione impeccabile e genuino.
Alla fine, a fronte della meschinità e dell’insufficienza degli altri personaggi, la grandezza e la solitudine del protagonista fanno di Gatsby un eroe titanico, e rendono la sua tragedia ancor più viva e attuale.

Giorgio Todesco

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