La battaglia che cambiò la seconda guerra mondiale: Pearl Harbor – Recensione libro

L’aggettivo “proditorio”, da sempre associato all’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 alla flotta statunitense del Pacifico ancorata a Pearl Harbor, basta da solo ad avvertire che la storia dell’apocalittica sconfitta americana è ancora pregna di emozioni e sentimenti e che finora non è stata possibile una universale scrittura obiettiva dell’evento. Un passo deciso in tal senso viene fatto da Roberto Iacopini, giornalista Rai, nel libro “La battaglia che cambiò la seconda guerra mondiale: Pearl Harbor”, appena uscito per Newton Compton. Un resoconto incalzante e avvincente dell’operazione bellica, cui l’autore arriva dopo una illuminante disamina dei sommovimenti geopolitici che sconvolsero l’Asia negli anni Trenta del secolo scorso.

Iacopini illustra con scioltezza narrativa, senza appesantire il lettore con pedanti resoconti, come nacque e come si affermò il “militarismo” nipponico, formula usata acriticamente nei testi di storia e qui resa viva e comprensibile. Senza mai indulgere in revisionismi, Iacopini ci porta a capire come l’attacco fosse non solo prevedibile, ma inevitabile, vista la piega che gli stessi americani avevano dato al negoziato con i rappresentanti del Sol Levante nelle settimane precedenti. Adeguato spazio viene impegnato per illustrare la tesi – mai provata – che vedeva nel presidente Roosevelt il regista occulto dell’azione giapponese, che spinse in guerra gli Stati Uniti, rovesciando il sentimento popolare e ribaltando le sorti di una guerra che in Europa e in Nord Africa vedeva le forze dell’Asse su posizioni di vantaggio. Iacopini, da autentico appassionato di storia bellica e in particolare di aviazione, arriva ad illustrare nei dettagli i mezzi impegnati nel micidiale attacco aereo, a partire dal prodigioso caccia “Zero” a lungo dominatore dei cieli d’Oriente. Per nulla trascurato il profilo psicologico dei personaggi, che ci porta a considerare con imparzialità l’operare dell’ammiraglio Yamamoto, stratega finissimo e riluttante, che per primo intuì come l’esito del conflitto fosse già segnato dall’inizio. 
Particolarmente interessante la digressione sull’ “etica bushido” che permeava i combattenti giapponesi, innestando nei loro cuori un coraggio e un’abnegazione che divennero successivamente leggendari. Dalle pagine emergono altre figure di protagonisti, spesso sorprendenti e spesso trascurate dalla storiografia che pure ebbero un ruolo determinante nella tragedia. Ma l’autentico messaggio del lavoro del giornalista, seppur non scritto, riguarda l’assurdità della carneficina consumatasi a partire dal 7 dicembre a Pearl Harbor e conclusasi praticamente il 10 agosto di 4 anni dopo a Nagasaki. 
Francesco Bitto