Che strano chiamarsi Federico – Recensione film

Qualche giorno fa si è celebrato il ventennale dalla morte del grande maestro del cinema. Alcune reti televisive riproponevano i suoi più grandi capolavori in ricordo di colui che ha reso grande il cinema italiano nel mondo, ma anche – perché no? – per far conoscere Federico Fellini alle generazioni che non hanno potuto vivere direttamente le sue pellicole al cinema per evidenti ragioni anagrafiche. 

Un altro modo per ricordarlo poteva essere quello di rivedere sul grande schermo “Che strano chiamarsi Federico“, il docu-film uscito lo scorso settembre e presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia, diretto da Ettore Scola, che fu suo grande amico, e scritto insieme alle figlie Paola e Silvia. Chi meglio di lui poteva raccontare uno dei più grandi cineasti della nostra storia? 

Il film, il cui titolo è tratto da un verso proveniente da una poesia di Federico Garçia Lorca, ci permette di andare alla scoperta di un mondo meraviglioso, in cui era veramente possibile sognare ad occhi aperti. Ci riporta all’epoca in cui il cinema italiano costituiva la scuola per tutto il mondo. Ma Scola voleva qualcosa di più. Ha voluto mostrarci anche dei particolari sulla vita del maestro, partendo dalle origini, da quando ha iniziato giovanissimo a collaborare per il Marc’Aurelio (rivista per la quale lo stesso Scola collaborò qualche anno più tardi) fino alla sua definitiva consacrazione nel mondo del cinema come sceneggiatore e regista. 
Nel lungometraggio viene ricreato un mix di una trasposizione sullo schermo dei ricordi sigillati – ed ora liberati – nella mente di Scola, un collage, a colori e in bianco e nero, di segmenti di repertorio e ricostruiti grazie alla testimonianza di chi lo conosceva e un addio. Rivela il modo in cui il regista di Trevico ha vissuto gli anni della sua amicizia con Fellini velando il tutto con una certa nostalgia. Delle reminiscenze che sanno di omaggio e di rispetto all’amico scomparso nel ’93, andando oltre il protagonismo che inevitabilmente viene attribuito alla figura felliniana. Insomma Scola ci mette del suo e si vede. Desidera comunicare la sua vicinanza al protagonista, come a dire “io c’ero!”. “C’ero” a tirar tardi al bar a ragionare di donne, di cinema e di gloria sognata, insieme anche a Ruggero Maccari. “C’ero” nella redazione del giornale umoristico dove Fellini muoveva i suoi primi passi diversi anni prima di lui. “C’ero” durante quegli interminabili giri notturni per Roma in macchina. Un inizio di carriera, quello di Scola, speculare, come fosse un inseguimento del mentore. 
Per certi versi è stato emozionante rivedere i provini autentici per la parte del protagonista di Casanova del 1976, poi interpretato da Donald Sutherland. Mentre uno dopo l’altro, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, verranno scartati per lasciare il ruolo all’attore canadese, che Fellini definisce “…dalla faccia cancellata, vaga, acquatica, che fa venire in mente Venezia”. 
È un ritratto di certo inusuale e inaspettato, di quelli che il pubblico non si aspetta. Accompagnato da un narratore, Vittorio Viviani, che ci ricorda ad ogni sua comparsa che si tratta di un film che racconta un “Pinocchio che non è mai diventato bambino vero”.
Di Francesco Bonistalli
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