Rush: due vite a confronto – Recensione Film

“…La gente ci ha sempre visto come due rivali, ma lui mi piaceva, era una delle poche persone che apprezzavo e una delle pochissime che rispettavo e ancora oggi rimane l’unico che abbia mai invidiato.” È questa la frase conclusiva, pronunciata da Daniel Brühl nei panni di Niki Lauda, dell’entusiasmante, mai scontato, Rush.

Posa uno sguardo delicato ma attento, sebbene non di un addetto ai lavori, il regista Ron Howard (aveva già ammesso di non intendersene granchè di corse o automobili) il quale fornisce una visione a tutto tondo, senza ridondanze o sentimentalismi (grazie Ron!) , di pregi e difetti di due personaggi che hanno fatto Storia. La celebre competizione tra i piloti di formula Uno Niki Lauda e James Hunt (Chris Hemsworth) diventa magicamente, quasi scrivendosi da sola, trama del film e conduce repentinamente lo spettatore in una dimensione colma di azione e movimento (capace di tenere sulle spine fino all’ultimo minuto) per poi divenire ,di tanto in tanto, ma con piacevole sorpresa, percorso di vita e crescita individuale dei due protagonisti.
 

Lauda, razionale e taciturno, si inserisce nel mondo dell’automobilismo, con passo lento ma deciso, agli inizi degli anni Settanta e non tarda a far parlare di sé: già dagli esordi, infatti, oltre a dimostrare le proprie capacità di pilota, si dedica al perfezionamento tecnico delle sue auto, dando prova di grande preparazione ed innato intuito. L’inglese James Hunt, antagonista di Lauda in ambito automobilistico, rappresenta il suo primo antagonista anche nella vita: ribelle, sfrenato ed irriverente, si rivela però un eccellente pilota (per la McLaren dal 1976 al 1978) capace di manovre pericolose a limite del concesso (“Più sei vicino alla morte e più ti senti vivo!” afferma Hunt in una scena del film).

 La trama biografica è ricca ed avvincente: infatti la carriera dei due piloti viene ricostruita nel dettaglio (aldilà di qualche aneddoto “romanzesco”) dagli esordi in formula 3 fino al Gran Premio del Giappone (1976) , passando attraverso il terribile incidente che sfigura Lauda per sempre; ma per questa pellicola non è la trama, nonostante consenta allo spettatore di rivivere malinconicamente l’epoca d’oro della formula 1, gongolando nel ricordo di personaggi tanto accattivanti e ben ricostruiti, a costituire quel passo in più. Rush tratta del mondo dei motori, un mondo che per molti di noi (compresa la sottoscritta) è e rimarrà, con ogni probabilità, sempre un mistero.

Eppure l’argomento viene trattato con semplicità e freschezza, senza pretese, ed è esattamente questa la sensazione che arriva allo spettatore (che si aspetterebbe invece un noiosissimo susseguirsi di asettiche corse automobilistiche…); i percorsi paralleli di crescita (nel lavoro ma soprattutto emotivi) di Lauda ed Hunt ci riportano sempre con piacere nella dimensione della sana (o quasi) competizione sportiva, della voglia di fare e riuscire anche a costo di rimetterci la pelle ed il film in sé risulta, infine, una boccata d’aria fresca per chi ha voglia di dedicarsi ad un film importante che tratta argomenti importanti, ma non troppo.

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Musica, dov’è la vera ignoranza?

Da un lato del ring c’è lui.
L’hipster prende un cd consigliato dalla critica alternativa. Lo ascolta una volta. Accende il suo profilo Facebook e scrive +1. Gli altri hipster approvano. Tra i vari commenti, si nota un affabile senso di fastidio per chi utilizza la musica solo come svago. I generi preferiti? Quelli di nicchia, per lo più moderni. “Conosci i God is an astronaut son of the Isis neurosis part. 2?

Post-rock, post-metal, shoegaze. Tra intellettualismi palesati e messi ben in mostra e ambientalismi pseudo-sperimentali, talvolta addirittura noiosi (non ditelo davanti a loro o si trasformano in super sayan con la cresta viola perché quella bionda è troppo classica), l’hipster muove le sue critiche verso l’ignoranza in un mondo così spesso usurato come quello della musica.

Eh, viviamo in un mondo dove solo chi esce dai talent ha successo.” “Già, ma li conosci i Doors?” “I Doors? Sì, bravi, ma suonano di vecchio.

Questo è solo uno dei tanti esempi di dialogo che ho avuto con persone di questo genere. Man mano che conosci ambienti simili, ti accorgi che, per questi individui, ogni album ascoltato rappresenta una figurina in più da inserire al mosaico. Quel mosaico da mostrare ai simili tra vanti e adorazioni.
In questo nuovo modo di rapportarsi alla musica c’è solo un filo narratore che tende spesso a inciampare in maniera quasi impercettibile. Tra discorsi colti sui significati del testo e di alcune sperimentazioni, non si nota neanche un segno di amore o affetto per la musica che si ascolta. Nessuno di loro vede la musica come un mezzo da studiare o apprezzare, quanto solo e unicamente da catalogare, vantare e mostrare. Non possono esistere composizioni valide e allo stesso tempo senza pretese, la musica “vecchia” è superata, noiosa e stupida. 
Sta di fatto che dall’altro lato del ring ci sei tu. IO?

Probabilmente non tu che stai leggendo, ma a livello statistico la maggior parte dei tuoi amici, dei tuoi parenti, delle persone che incontri per strada.

Noi.

Noi che lasciamo che la musica diventi puro strumento di business, noi che lasciamo che i meccanismi della macchina capitalista macinino il gusto, l’amore e la dedizione per un’arte che ormai In tv appare solo tra la banalità di qualche sedere e di qualche seno scoperto.
Cosa c’è stato di sbagliato nel processo evoluto che ha portato sullo stesso piano una bottiglietta d’acqua, un gol e un brano?
Difficile dirlo.
Il rispetto per la musica si è sfangato? No, semplicemente non è mai esistito.
Non da parte del pubblico. Al pubblico interessa la musica in quanto convenzione sociale, in quanto porta aperta verso nuove conoscenze, in quanto svago momentaneo e non necessario.
L’amore per la musica in quanto tale non è una realtà che in molti conoscono, sebbene quell’ormai scontato “Io amo la musica” sia forse la frase più comune del mondo.
Ed è così che, tra una digressione e l’altra, ti accorgi che in realtà l’unico vincitore possibile, in quel ring, è l’ignoranza.
Ti demoralizzi.
Poi ascolti un disco dei Rush e tutto va meglio. Perché in realtà a chi veramente innamorato della musica poco importa se vince l’ignoranza. Chi ama la musica ha una consapevolezza che gli altri non hanno: sa di essere ricambiato.