Arte e totalitarismi: Andrej Zdanov e il realismo socialista

Dopo un quindicennio caratterizzato da una grande fermento culturale e artistico, dominato dalle figure di Vladimir Majakovskij e dal regista Sergej M. Eisenstein, la cultura sovietica cadde, al pari di altri aspetti della vita del paese, sotto la rigida disciplina del Partito comunista, che, a partire dal 1934, procedette direttamente a codificare le linee guida di quel realismo socialista che si sarebbe imposto uniformemente nell’arte e nella letteratura del paese.

Principale artefice della disciplina dell’attività artistica fu Andrej Zdanov, stretto collaboratore di Stalin e sostenitore di una pesante interferenza del partito nella vita scientifica, culturale ed artistica del paese. Zdanov spinse tutti gli artisti dell’epoca a sostenere e a glorificare la causa della rivoluzione, seguendo rigidamente i canoni del realismo socialista, che prevedevano che ogni opera d’arte presentasse un forte spirito nazionale, ispirasse devozione alla patria e coscienza di classe, legando a doppia mandata l’arte e il messaggio sociale, entità ormai fuse in quello che doveva essere il genere artistico comunista per eccellenza.

I criteri zdanoviani della produzione artistica si presentano in modo esemplare in questa statua, facente parte del gruppo scultoreo che sovrastava il padiglione sovietico all’esposizione universale parigina del 1937. I soggetti rappresentati sono un operaio e una contadina collettivizzata, eletti in tal modo a immagini simboliche della Russia comunista. L’incedere dei due personaggi suggerisce l’idea di un sicuro e fiero avanzamento del paese nella costruzione del socialismo. Infine gli strumenti del lavoro di ciascun personaggio, la falce e il martello affiancati, richiamano all’unità di operai e contadini nel comunismo, nonché il simbolo contenuto nella bandiera nazionale sovietica. Si tratta dunque di un piccolo capolavoro rappresentativo della retorica del realismo socialista.

Francesco Bitto

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