Gli Stati Uniti appoggiarono Saddam Hussein nell’utilizzo di armi chimiche contro l’Iran: la scioccante inchiesta di Foreign Policy che scuote la comunità internazionale

Gli Stati Uniti sapevano che l’Iraq e Saddam Hussein fecero uso di armi chimiche durante la guerra contro l’Iran: è questa la notizia bomba lanciata pochi giorni fa da Foreign Policy, che complica ulteriormente lo spinoso scenario di guerra siriano. Come sappiamo, infatti, gli Stati Uniti sono pronti a prendere parte al conflitto che si sta consumando in Siria. La decisione, arrivata dopo due anni di sanguinosa guerra civile, è scaturita dall’utilizzo (ancora non comprovato) di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad. Una violazione gravissima del diritto internazionale e del Protocollo di Ginevra del 1925, che avrebbe provocato svariate centinaia di morti fra i civili ed i ribelli, e causato l’indignazione del gabinetto di Barack Obama.
Un’indignazione che adesso, alla luce dei fatti riportati dalla nota rivista americana, sembra del tutto fuori luogo. 
La sanguinosissima guerra che vide contrapposti l’Iraq e l’Iran tra il 1980 ed il 1988 devastò l’intero Medioriente, e mise in ginocchio la popolazione e l’economia di entrambi i Paesi. Sul conflitto gravavano le ombre di una guerra fredda ormai quasi giunta al termine, e di interessi bipolari tutt’altro che nascosti. Il presidente americano del tempo, Ronald Reagan, fu promotore di una politica estera molto aggressiva e interventista, e spesso non si fece scrupoli pur di rafforzare la posizione degli USA nel mondo. Iraq e Iran, per motivi diversi, erano scomodi sia agli Stati Uniti che alla Russia: quando la guerra scoppiò, i due contendenti furono largamente finanziati dalle superpotenze, al fine di creare un conflitto logorante che eliminasse dalla scena politica i due Paesi mediorientali. Nel 1983, dopo tre anni di combattimenti, l’Iraq si trovava alle corde: di fronte alla prospettiva di arrendersi, il dittatore Saddam Hussein preferì ricorrere all’utilizzo di armi chimiche su larga scala, causando vere e proprie stragi tra i fanti iraniani, non dotati di maschere antigas. 
L’America si è sempre dichiarata ignara delle intenzioni dell’allora dittatore iracheno, ma i nuovi dati emersi dimostrano che la verità è un’altra: gli statunitensi erano a conoscenza delle intenzioni di Hussein ma lo coprirono, agevolando di volta in volta le azioni dell’esercito iracheno grazie alle informazioni raccolte dal sistema satellitare americano. Rick Francona, ex colonello dell’aviazione USA, ha dichiarato a Foreign Policy che “gli Iracheni non ci dissero mai che avevano intenzione di utilizzare il gas nervino. Non c’era bisogno che lo facessero. Lo sapevamo già.” Altri pezzi grossi dell’amministrazione del Paese, come il direttore della CIA William Casey, erano a conoscenza della costruzione di impianti di produzione di armi chimiche in Iraq: Casey sapeva anche che i componenti per la costruzione di questi impianti erano stati acquistati da alleati europei, come Italia e Germania. 
Nella guerra d’Iran-Iraq, 100.000 persone furono colpite dal gas mostarda. 20.000 di queste furono uccise, mentre le altre dovettero fare i conti coi terribili effetti collaterali del veleno (cecità, infezioni, danni all’apparato respiratorio, lesioni cutanee). 5000 di loro ricevono cure abituali ancora oggi.
Giovanni Zagarella
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Libertà occidentale e libertà orientale a confronto

La civiltà occidentale, soprattutto negli ultimi decenni, si è affermata come esportatrice di democrazia e libertà. Questo dato è evidenziato, ad esempio, dalle cosiddette “missioni di pace” che hanno riguardato l’Afghanistan a partire dal 2001 e l’Iraq fino al 2011. Ebbene, queste due sostanziali guerre sono nate con l’iniziativa statunitense di esportare in quei luoghi, funestati da una dittatura feroce, la tipica democrazia occidentale che si basa su determinati valori e credenze. Dopo più di dieci anni, possiamo considerare questa esportazione di democrazia efficace e utile per le popolazioni di quei territori? Ma soprattutto, quali motivazioni hanno autorizzato a pensare che la libertà occidentale sia migliore, o addirittura adattabile, rispetto a quella dei paesi mediorientali e asiatici?
La prima domanda ha una risposta sia positiva che negativa. Da un lato è necessario sottolineare che in Iraq ad esempio, la dittatura di Saddam Hussein è finita, ci sono state delle elezioni pacifiche e un moderno testo costituzionale è all’esame dei nuovi partiti iracheni. In Afghanistan la situazione è diversa perché la resistenza talebana è aumentata dopo l’invasione NATO, ed ha avuto anche un crescente sostegno della popolazione civile che non vede di buon occhio le truppe occupanti. Da un altro lato però, che va oltre l’abbattimento delle dittature locali e la lotta al terrorismo talebano, bisogna tenere conto delle numerose vittime civili che hanno dovuto pagare a caro prezzo questa esportazione di libertà, inoltre è necessario non dimenticarsi degli abusi e delle torture che gli occidentali hanno perpetuato nei confronti dei nemici catturati, ma come cosa fondamentale bisogna riconoscere che attualmente in quei territori non vi è ancora una situazione pacifica, ma anzi caotica e a volte caratterizzata da lotte civili.
Al di là degli esempi specifici che riguardano i singoli territori, la seconda questione è più ampia, perché può essere affrontata solo riconoscendo le enormi differenze sociopolitiche che dividono i paesi mediorientali e dell’Asia dai paesi occidentali. Mettendo in luce queste diversità, che vanno dalla religione alla cultura o al sistema di governo, risulta ancora più difficile darsi delle motivazioni alle intromissioni occidentali nei territori mediorientali. Queste vengono spesso giustificate come risposta a minacce, talvolta nucleari, o a veri e propri attacchi terroristici. Già sappiamo che invece dietro ad alcuni interventi si nascondono anche pretesti economici. Ma la questione basilare per cui queste invasioni persistono riguarda la sostanziale prepotenza occidentale nel considerare la propria libertà effettivamente legittima e più accettata rispetto a quella vissuta dai popoli iracheni, afghani o vietnamiti ad esempio.
Questa prepotenza non è stata mai sfatata, nessun governo occidentale si è mai posto il problema di pensare che la democrazia vissuta nel proprio paese non sia affatto adattabile ad un altro paese con caratteristiche politiche profondamente diverse. Molto spesso non si è per niente tenuto conto della volontà delle popolazioni locali, perché magari neanche ne si era al corrente. I governi occidentali si son schierati in prima linea contro il terrorismo internazionale, senza accorgersi che medesime forme di violenza sovversiva nascevano dentro i propri territori, come ricordano le stragi in Norvegia del 2011 e in Connecticut nel dicembre scorso dove rimasero uccise 28 persone.
Oltre al confronto tra i diversi sistemi di governo più o meno democratici, è necessario chiedersi quanto le libertà occidentali dal punto di vista dei diritti siano migliori rispetto a quelle degli altri Paesi. Prendendo come esempio la questione dei diritti delle donne, in alcuni paesi mediorientali esse hanno una posizione socialmente inferiore a quella maschile. Ma facendo un rapido raffronto, non si può dire che le donne occidentali vivano una situazione visibilmente migliore, dato che molto spesso sono trattate alla stregua di oggetti e sfruttate per la loro fisicità allo scopo di pubblicizzare un qualsiasi articolo, programma televisivo o sito web. Condannando le lapidazioni nei paesi islamici, è fondamentale ricordarsi del femminicidio e delle persecuzioni che le donne occidentali son costrette a subire nei nostri paesi.
In conclusione da un confronto tra le libertà occidentali e orientali, nessuna delle due può dirsi migliore rispetto a un’altra ed è proprio per questo motivo che non si può pensare di poter esportare la propria libertà sopra quella di un altro paese, dato che, come abbiamo visto, non viene accettata da quella determinata popolazione. Bisognerebbe invece che l’evoluzione della libertà segua il proprio corso Stato per Stato, senza alcun tipo di esportazione. I recenti episodi nei paesi mediorientali, testimoniano che l’evoluzione dei sistemi di governo passa attraverso un processo che è lungo e tortuoso, come è stato quello di parecchi anni fa nei paesi occidentali.

Emanuele Pinna