Il cinema e le arti: la pittura

L’arte ha innumerevoli linguaggi, infinite declinazioni. Ogni espressione della creatività umana veicola un messaggio più o meno impegnato, e per farlo si avvale di forme e canoni estetici differenti a seconda dell’epoca e della civiltà coinvolta nel processo creativo.
Nel corso dei secoli ci sono stati molti tentativi di classificare le varie forme artistiche e di costituire una “gerarchia delle arti”, in cui il criterio per stabilire la maggiore o minore “nobiltà” di un linguaggio artistico si fondava sul rapporto tra parola e immagine, tra astratto e concreto.
Le prime discussioni sul primato delle arti si fanno risalire agli antichi greci, con il culto delle Muse, e, in epoca tardo-antica, a Boezio e Cassiodoro, con il sistema delle sette Arti Liberali, che ebbe grande fortuna fino al Rinascimento.
Queste classificazioni escludevano ancora ogni forma di arte figurativa, come la pittura, la scultura e l’architettura, ancora considerate delle raffinate forme di artigianato, nonostante la grande e gloriosa tradizione greco-romana del classicismo, che ha prodotto i capolavori di Fidia, Prassitele, Lisippo e molti altri. Dunque per l’antichità e il medioevo l’immagine non possedeva la nobiltà intrinseca della parola – e su queste posizioni ripiegarono alcuni teorici e artisti post-strutturalisti come Gilles Deleuze o Carmelo Bene.
Pertanto più un’arte rientrava nel dominio dell’astratto e della parola più era “divina” e alta.
Solo nel Rinascimento, grazie al contributo di personalità come Leon Battista Alberti, Michelangelo e Leonardo, le arti figurative ebbero riconosciuta la loro piena dignità.
Tanto che nel Cinquecento si aprì tra molti artisti e studiosi una querelle per stabilire se fosse superiore la pittura o la scultura, una controversia che produsse opere interessanti, come questa tela del Bronzino, che ritrae il nano Morgante da due diversi punti di vista, quasi a voler superare il limite di bidimensionalità del supporto pittorico.
Doppio ritratto del nano Morgante (verso/recto) (1552) [dopo il restauro] di Agnolo Bronzino
Alla fine dell’Ottocento Wagner era alla ricerca di un’arte totale, che raccogliesse e sintetizzasse tutte le forme estetiche, e, come sappiamo, l’amico Nietzsche vedeva nel dionisiaco l’origine e la potenza dominatrice delle pulsioni creatrici dell’uomo.
Dal Novecento in poi, complice anche l’invenzione cinematografica, l’intreccio e la sinergia tra le varie arti sono stati promossi e sperimentati sempre più, fino a creare un ideale di interartisticità, di “unità dinamica dell’arte”, che ha molto influenzato le poetiche e gli atteggiamenti, dalle avanguardie storiche a oggi.
Il cinema, si può dire, rappresenta la fase evolutiva più compiuta di questo processo, tanto da essere considerata criticamente da molti studiosi una non-arte, un prodotto ibrido derivato dalla decadenza di diversi linguaggi artistici.
È più condivisibile l’opinione secondo cui il cinema, proprio per il suo carattere “spurio”, proprio perché si trova al crocevia tra diverse forme artistiche e può usufruire dei linguaggi e dei mezzi di ognuna, sia potenzialmente l’arte più completa e più sfaccettata.
Questa considerazione spinse forse nel 1919 il critico cinematografico Ricciotto Canudo a coniare l’appellativo di “settima arte”, elevando l’appena ventenne cinematografo al livello della “divina” architettura e delle altre cinque arti allora ufficialmente riconosciute (pittura, scultura, musica, poesia e danza).
E in effetti il linguaggio cinematografico coniuga parola e immagine, suono e figura, musica e coreografia, ma ricombina questi ingredienti con tecniche nuove, in continua trasformazione, e ambiziosamente tese ad avvicinarsi sempre più al realismo, pur mantenendo una “finzione di base” che costituisce il patto narrativo con lo spettatore.
Il cinema dialoga incessantemente con le altre discipline artistiche, spesso appropriandosi di stilemi e temi propri di ognuna.
In particolare, un punto di riferimento fondamentale per molti registi–intellettuali è da sempre costituito dalla pittura, come dimostra la presenza di tableaux vivants in alcuni film di ispirazione biblica o mitologica, ad esempio ne “La ricotta” di Pasolini, un episodio del film collettivo “Ro.Go.Pa.G.”, in cui compaiono ricostruzioni viventi della Deposizione di Volterra di Rosso Fiorentino e della Deposizione di Santa Felicita di Jacopo Pontormo.
Tableau vivant ne La ricotta (1963) di P.P. Pasolini / Deposizione di Volterra (1521) di Rosso Fiorentino
Anche nel cinema più recente sono state recepite alcune suggestioni dell’arte moderna, ad esempio nel cinema di genere fantasy, come dimostrano questi esempi:
Inverno (1563) di Giuseppe Arcimboldo / Barbalbero ne Le Due Torri (2002) di Peter Jackson –
Acqua (1568) di G. Arcimboldo / Davy Jones ne I Pirati dei Caraibi di Gore Verbinski
Non è certo se i disegnatori di Peter Jackson e Gore Verbinski abbiano davvero tratto ispirazione dalla pittura di Arcimboldo, ma indubbiamente siamo di fronte ad una “riaccentuazione” (Iris Zavala) significativa di elementi dell’immaginario collettivo, formatosi in secoli di produzione artistica e letteraria.

Il sodalizio tra pittura e cinema ha prodotto anche forme d’arte completamente nuove, come la videoarte, che conta tra i suoi esponenti più apprezzati personaggi eclettici come Nam June Paik e Bill Viola.

Quest’ultimo, soprattutto, ha esplorato l’arte di Pontormo (cfr. The Greeting) di Masolino (cfr. Emergence) e di altri artisti quattro–cinquecenteschi rilevanti, rileggendo alla luce della sua personale interpretazione il senso di movimento e le pathosformeln (Aby Warburg) che l’arte moderna è riuscita a codificare e a trasmettere alla posterità.

Visitazione di Carmignano di Jacopo Pontormo

Altro interessante esito ottenuto dalla fusione di arte e cinema è indubbiamente il recente film “I colori della passione” (2011) (titolo originale: “The Mill & the Cross”) di Lech Majewski. Oltre a essere un immenso tributo all’arte di Pieter Bruegel, la pellicola di Majewski è un vero e proprio film-quadro, che ripercorre, intrecciandole, la storia interna e la storia esterna dell’opera, rendendola viva e trasformando la pittura in una vicenda compiuta e coerente.
A mio parere esperimenti come questo costituiscono l’ultima frontiera del cinema, e possono fornire spunti utili e strade da percorrere per chiunque voglia addentrarsi nel suo mondo.
Solo sviluppando una continua intesa tra le varie forme d’arte e valorizzando i punti di contatto e le interrelazioni tra di esse, evitando di compiere sterili graduatorie, si potrà rendere omaggio e testimonianza della grandezza e del merito di chi ci ha preceduto, e forse un giorno si arriverà all’ “arte totale” tanto celebrata da Wagner e Nietzsche.
Giorgio Todesco
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Amicizie, memes e fandom: uno sguardo al mondo e al linguaggio dei social network

Negli ultimi anni stiamo assistendo, tramite il fenomeno dei social network, ad un’imponente rivoluzione dei sistemi d’informazione e di fruizione della cultura. Quello che è avvenuto con la fondazione di Facebook, Twitter, MySpace, LinkedIn, Google+, Badoo, Netlog – e chi più ne ha più ne metta – non si limita a una trasformazione mediatica, ad una mera sostituzione del mezzo comunicativo, ma mette in atto delle modifiche strutturali nel nostro modo di pensare e di concepire il mondo e, di conseguenza, di esprimere tale trasformazione attraverso un nuovo linguaggio.
Il primo concetto a risultare alterato in questo meccanismo è quello di relazione sociale.
La definizione di “amico” è stata così irreparabilmente compromessa che oggi riesce difficile tracciare un confine chiaro tra l’amicizia vera e il semplice conoscersi di vista. Tra i valori amicali e affettivi su cui si basa un rapporto simmetrico e la frenesia del collezionismo isterico di persone rientranti nella cerchia degli “amici”.
Certo, spesso il social network diventa un modo per ritrovare vecchi conoscenti e riallacciare legami interrotti dal tempo, ma nella maggior parte dei casi all’amicizia sul web non corrisponde un background di esperienze e di affetti tra le due persone in questione. Nella maggior parte dei casi un’amicizia serve solo a fare numero, come se la quantità di amici su FB potesse sopperire la scarsa qualità delle relazioni con ognuno di loro.
Ecco perché nella nostra epoca il conformismo e la serialità vanno tanto di moda: una delle ragioni (ma anche dei sintomi) di questa tendenza sta proprio nel rendere l’uomo un prodotto seriale, dozzinale e perciò sostituibile.
Un altro aspetto preoccupante di questo fenomeno è indubbiamente la deriva linguistica, l’impoverimento e irrigidimento dei modi di dire, di adottare una visione del mondo e di concepire le esperienze personali.
In quest’ambito giocano un ruolo fondamentale i memes.
Il termine “meme” non ha origine dai social network, ma dall’epistemologia e da teorie socio-antropologiche degli anni ’60-’70.
Per “meme” si intende “un’unità di informazione residente nel cervello” che può influenzare l’ambiente in cui si trova e propagarsi, attraverso la trasmissione culturale, tra individui che ne fanno uso. In questa accezione generale ogni schema, ogni entità culturale replicabile da un supporto (come un libro, un film o un testo musicale) e non trasmissibile geneticamente è un meme.
Ora veniamo al significato che il meme riveste nell’universo di Internet: un Internet meme è sostanzialmente un fenomeno mediatico diffuso per imitazione attraverso la rete, che può riferirsi a dei contenuti specifici (ad esempio delle citazioni) o a dei modi di dire e di agire condivisi.
Il guaio è che il meme si fa spesso promotore di sterili etichette, che rientrano in quelle strategie della distinzione adottate dai gruppi subculturali, come le tendenze musicali o i fandom. Il risultato finale è un’infinita costellazione di microsocietà, che adottano un linguaggio proprio e che tendono a emarginare tutti coloro che non comprendono o non condividono le allusioni e le caratteristiche del loro mondo artificiale.
Anche quando il meme fa riferimento a un luogo comune diffuso esso è quasi sempre privo di contenuti reali, e adotta stereotipi che rischiano di proiettare forme ormai dominanti all’interno della pseudo-realtà dei social network nella vita quotidiana, mistificando e semplificando paurosamente il reale.
Oltretutto forme di comunicazione simili innescano loop concettuali a volte insolubili, perché autoreferenziali, che allontanano sempre più gli utenti dal mondo concreto e producono una pericolosissima confusione di reale e virtuale.
In questo modo, complice anche la massificazione di questi processi e l’estrema velocità con cui si diffondono e nello stesso modo si dissolvono, Internet e i social network stanno definitivamente completando quell’involuzione e regressione omologante e amalgamante del pensiero e dell’immaginario contro cui ci mettevano in guardia grandi intellettuali come Orwell o Pasolini.
Stiamo attenti a non sottovalutare gli insegnamenti di questi profeti della contemporaneità, testimoni di un pensiero debole sempre attuale, che ci ricorda tutte le storture della società in cui viviamo.
È chiaro che non tutto è da buttar via: da un lato i social network sono diventati spinte propulsive per il lavoro, l’informazione, la creatività; d’altro canto, raccogliendo le funzioni divulgative che un tempo erano proprie della scrittura cartacea, non si può fare a meno di utilizzarli, perfino con finalità critica nei confronti del sistema stesso (come sto facendo io in questo momento!), a patto di non cadere nel non-senso e nella banalità del linguaggio.
Facciamo pertanto attenzione a che questa nuova lingua non diventi una Neolingua (Orwell docet), che costringa l’uomo ad adottare stereotipi per interpretare il mondo, rifuggendo da una dimensione concettuale più profonda e riflessiva. Il rischio è alto, e il prezzo è l’imbarbarimento e la perdita di autonomia intellettuale. Siamo davvero disposti a pagarlo, pur di sentirci “connessi”?
Giorgio Todesco