Le fotostorie: Nelson Rolihlahla Mandela

Rolihlahla, “l’attaccabrighe”: è questo il nome profetico che fu attribuito a Mandela quando nacque, ultimo discendente della casa reale dei Tembu, tribù appartenente all’etnia Xhosa. “Nelson” gli venne invece affibbiato a scuola, nome scelto a caso dal suo insegnante per sostituire il nome tribale, marchio tangibile dell’oppressione anglo-boera sul Paese.

Rolihlahla mal sopportava le costrizioni della società alla sua libertà, e ne diede prova sin dalla giovinezza: nel 1940 fu espulso dall’Università di Fort Hare, dove studiava giurisprudenza, per aver organizzato una manifestazione studentesca; due anni più tardi rifiutò il matrimonio combinato dal padre, entrando in rotta con la sua tribù ed essendo costretto a scappare verso le grandi città sudafricane.

Mandela a colloquio con altri membri dell’ANC, Walter Sisulu ed Harrison Motlana, nel 1952
L’impegno in politica nacque in quegli anni, con la fondazione della lega giovanile dell’ANC (African National Congress), di cui divenne presto presidente. Dopo alcuni anni passati a lavorare come guardiano in una miniera, riuscì a riprendere e completare gli studi di legge.
Gli anni ’50 rappresentano l’inizio della lotta, che sarà una costante nella vita del leader: dopo aver provato e fallito nel mediare un dialogo col governo pro-apartheid del Partito Nazionale, Mandela avviò una campagna di protesta nei confronti delle istituzioni. In questo periodo offrì assistenza legale gratuita a moltissimi neri che altrimenti non si sarebbero potuti permettere un avvocato, in collaborazione col suo amico e compagno di studi Oliver Tambo.

Mandela pronuncia un discorso all’African Congress, nel 1961

Ben presto le proteste pacifiche cessarono, lasciando il posto alla lotta armata: Mandela fu dapprima accusato di tradimento nel 1956, ma fu prosciolto dopo un lungo processo terminato nel 1961; durante questo periodo sposò Winnie Madikizela, sua compagna fino al 1992. Nel 1960 Mandela si mise a capo della Umkhonto we Sizwe, la “Lancia della nazione”, braccio armato dell’ANC, rinunciando così ad una brillante e già avviata carriera da avvocato, e mettendo tutto in gioco per difendere i suoi ideali. Ben presto pagò la sua ostilità col carcere: nel 1962 fu condannato a 5 anni per alto tradimento, e mentre si trovava in prigione fu accusato di sabotaggio e condannato all’ergastolo a Robben Island, la pena più dura infliggibile dalla giustizia sudafricana.

Mandela visita con Bill Clinton la sua prigione a Robben Island, dove fu imprigionato per 26 anni

Robben Island è un isolotto deserto a largo di Città del Capo, che per lungo tempo ospitò un campo di prigionia per detenuti politici. I carcerati, per lo più neri, vivevano in una condizione di perenne umiliazione: costretti ad indossare pantaloni corti che dovevano ricordare loro che erano “ragazzini”, i prigionieri erano reclusi in celle minuscole, e costretti a passare i loro giorni spaccando pietre o lavorando nelle cave di calcare, senza poter comunicare tra di loro. Potevano scrivere o ricevere lettere soltanto una volta ogni 6 mesi, ed ogni altro contatto col mondo esterno era vietato.

Due giorni dopo il suo rilascio (febbraio 1990), Mandela parlò ad oltre
100.000 persone, nella città di Soweto

Anche all’interno di questo inferno, Mandela si confermò un leader e non perse il suo ardore per la libertà: combatté e vinse una serie di battaglie per i diritti basilari dei prigionieri di Robben Island, ottenendo uniformi più dignitose, sgabelli nelle celle, uguaglianza durante i pasti. Durante la reclusione, il leader sudafricano divenne il simbolo per la lotta contro l’apartheid ed il razzismo in tutto il mondo: gli appelli alla sua liberazione furono numerosissimi, sia da parte del popolo che da parte di molti leader politici. Il governo sudafricano offrì, nel 1985, la scarcerazione a Mandela in cambiò della rinuncia alla lotta armata, ma Rolihlahla rifiutò. Venne liberato soltanto nel 1990, su ordine del nuovo presidente F.W. De Klerk; contemporaneamente avvenne anche la fine dell’illegalità dell’ANC, la cui attività politica era diventata clandestina da molto tempo. Quando Nelson Mandela entrò nella prigione di Robben Island aveva 46 anni: quando ne uscì, ne aveva 72.

Mandela e De Klerk alla cerimonia di premiazione del Nobel,
il 10 dicembre 1993

Immediatamente nominato presidente dell’ANC (1991), Mandela trovò in De Klerk un valido interlocutore per porre fine alla barbarie dell’apartheid: i due ricevettero il premio Nobel congiunto alla pace nel 1993, per l’incredibile impegno profuso nel portare a termine la transizione democratica. Nel 1994 avvennero le prime elezioni a suffragio universale, che l’ANC di Mandela stravinse, mettendo a capo del Paese per la prima volta un rappresentante della maggioranza nera. 

Mandela giura come presidente all’indomani della sua elezione, il 10 maggio 1994
Il leader africano chiarì subito che quello sarebbe stato il suo primo ed ultimo mandato: si reputava troppo vecchio per fare il Presidente, e aveva accettato la candidatura a 76 anni soltanto a causa dell’enorme appoggio popolare di cui godeva. Dopo essere stato eletto, Mandela dimostrò un’enorme forza morale perdonando tutti coloro che avevano reso la sua vita un inferno nei 30 anni precedenti: pranzò con il magistrato che ne sosteneva l’impiccagione ai tempi del processo, accolse le vedove dei politici che lo avevano perseguitato e incarcerato, si fece protettore di tutte le minoranze del Paese. Dal punto di vista politico, non riuscì a sconfiggere il grave problema dell’AIDS, e fu criticato per le strette amicizie con Fidel Castro e Mu’ammar Gheddafi, definiti “compagni in armi”. Una volta finito il mandato abbandonò la vita politica, e si dedicò all’impegno umanitario.


Giovanni Zagarella

©Photo Courtesy of AFP/Getty Images

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