Milano ricorda la poetessa Alda Merini con una mostra fotografica

A quattro anni dalla scomparsa Milano organizza una mostra per ricordare la sua più grande poetessa contemporanea: Alda Merini. La rassegna, che è stata inaugurata proprio ieri, si tiene nello Spazio Oberdan, in Viale Vittorio Veneto 2 e rimarrà aperta fino al 3 novembre. “Cara Alda – Un ricordo di Alda Merini tra immagini e carta stampata”, questo il titolo della mostra, ha come principali organizzatori il suo fotografo personale e grande amico, Giuliano Grittini, e il critico letterario Maurizio Bonassina. L’esposizione ripercorre gli ultimi anni di vita di Alda Merini con un percorso biografico e fotografico molto particolare, infatti i ritratti in bianco e nero e le rielaborazioni cromatiche rendono l’idea di un personaggio molto speciale per la città dei Navigli. 
La vita della poetessa milanese è stata molto travagliata. Esordisce nella poesia a soli quindici anni sotto la guida di Giacinto Spagnoletti e durante la sua maturazione artistica prende contatto con Salvatore Quasimodo e Eugenio Montale. Le sue più importanti opere come La presenza di Orfeo, Paura di Dio, Tu sei Pietro e La Terra Santa sono particolari e affascinanti. Nel 2007 ottiene la laurea Honoris Causa presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Messina. La sua vita privata però non è altrettanto ricca di soddisfazione: gli anni di internamento nel manicomio “Paolo Pini” di Milano dopo il 1972, la morte del marito nel 1981, gli anni vissuti a Taranto con il nuovo compagno Michele Pierri e il nuovo ricovero all’ospedale psichiatrico tarantino, e per di più le costanti condizioni economiche indigenti segnarono indelebilmente la vita della poetessa dei Navigli. La sua morte, il primo novembre 2009, sopraggiunge dopo un lungo periodo di malattia. Come spesso succede in questi casi, l’importanza di Alda Merini come artista verrà riconosciuta solo dopo la sua scomparsa, ma senza dubbio rimane una delle migliori scrittici italiane del Novecento. 

Lasciando adesso che le vene crescano

Lasciando adesso che le vene crescano                                     
in intrichi di rami melodiosi

inneggianti al destino che trascelse

te fra gli eletti a cingermi di luce… 
In libertà di spazio ogni volume
di tensione repressa si modella
nel fervore del moto e mi dissanguo
di canto ‘vero’ ad esso che trascino
la mia squallida spoglia dentro l’orgia
dell’abbandono. O, senza tregua più,
dannata d’universo, o la perfetta
nudità della vita,
o implacabili ardori riplasmanti
la già morta materia: in te mi accolgo
risospinta dagli echi all’infinito. 

Tangenziale dell’ovest 

Tangenziale dell’ovest,
scendi dai tuoi vertici profondi,
squarta questi ponti di rovina,
allunga il passo e rimuovi
le antiche macerie della Porta,
sicché si tendano gli ampi valloni
e la campagna si schiuda.
Tangenziale dell’ovest,
queste acque amare debbono morire,
non vi veleggia alcuno, né lontano
senti il rimbombo del risanamento,
butta questi ponti di squarcio
dove pittori isolati
muoiono un mutamento;
qui la nuda ringhiera che ti afferra
è una parabola d’oriente
accecata dal masochismo,
qui non pullula alcuna scienza,
a muore tutto putrefatto conciso
con una lama di crimine azzurro
con un bisturi folle
che fa di questi paraggi
la continuazione dell’ovest,
dove germina Villa Fiorita. 


Il manicomio è una grande cassa

Il manicomio è una grande cassa
con atmosfere di suono
e il delirio diventa specie,
l’anonimità misura,
il manicomio è il monte Sinai
luogo maledetto
sopra cui tu ricevi
le tavole di una legge
agli uomini sconosciuta. 

Emanuele Pinna