Siamo tutti spiati: ecco come fanno!

Ebbene sì amico mio, il mondo sta attraversando quella che molti definiscono la Terza Guerra Mondiale, anche se non è combattuta con le armi (non ancora) ma si combatte su internet. Snowden e Assange hanno insegnato al mondo intero quante cose si possono fare con i computer, e soprattutto quante cose si possono vedere.
Partiamo dal principio: come fanno a spiarmi? I computer collegati a internet hanno un nome, un cognome e un volto, il tutto riassunto nell’indirizzo IP. L’indirizzo IP è univoco per ogni computer o per gruppi di computer collegati in una rete. Noi tutti in casa abbiamo un modem-router e almeno due o tre dispositivi che si collegano ad internet. Per collegare i nostri dispositivi passiamo tramite un Router, che a sua volta passa dentro un DNS per poter accedere alla rete (un DNS non è altro che un “computer” preposto a far dialogare i computer tra di loro, è come un vigile urbano nell’ora di punta). Mettiamo il caso che io sia l’NSA (agenzia di sicurezza americana) e volessi sapere cosa sta facendo Stefano in questo momento su internet: mi basterebbe mettere un mio computer che chiameremo “scanner” tra il router di Stefano e il suo DNS, ed il gioco è fatto, posso sapere tutto, chi guarda su Facebook, cosa cerca su Google e i siti che visita. 
Ovviamente diresti che è impossibile che una persona controlli ogni secondo cosa fanno i milioni di utenti di internet, ma per “fortuna” entra in gioco la tecnologia. L’agenzia ha sviluppato un software capace di leggere i nostri testi e il tono delle nostre conversazioni, di visionare le immagini e i video che mandiamo via mail e se  in una frase scriviamo “voglio mettere una bomba nella metropolitana di New York e uccidere tutti, Allah è grande”, sicuramente arriverà la notifica a qualche funzionario sparso per il mondo (caro funzionario che leggi questo articolo, stavo solo facendo un esempio e ti prego di non venirmi a cercare). 
Starai pensando: “tanto questa cosa riguarda solo l’America. Devo deluderti ancora, amico mio. A quanto pare gli americani, con la scusa che devono vigilare sul mondo intero, hanno chiesto e ottenuto il consenso di infilare nei nostri DNS i loro scanner, controllando tutto il web. Allora dov’è lo scandalo se tutti erano d’accordo? Lo scandalo è che l’America non solo spiava i comuni cittadini, cosa passabile per i nostri governanti, ma addirittura i capi di governo e gli alti funzionari dei principali alleati. Ebbene sì, gli abbiamo dato le chiavi del nostro internet e loro hanno fatto una festa in casa nostra senza il nostro permesso e soprattutto senza invitarci. 
Obama ovviamente nega di aver dato l’autorizzazione a queste operazioni, proprio come fece Reagan con l’operazione Iran-contras, perché stanziare miliardi di dollari per pagare attrezzatura, silenzio e cooperazione internazionale non è il mestiere dell’uomo più potente del mondo. 

Alla fine di quest’articolo, amico lettore, ti starai chiedendo come poter essere anonimo su internet e se usare i DNS di Google, come qualche amico ti ha consigliato, servirà per essere invisibile. La risposta ovviamente è NO ad entrambi i tuoi dubbi, perché l’anonimato in rete è solo un’utopia, come un mondo senza guerre. 
Non voglio preoccuparti, nessuna persona reale spia le tue foto, c’è solo un computer guardone a controllarti.

USA, gettate la maschera! Barack Obama non può più difendere lo spionaggio orwelliano dell’NSA – L’ANALISI

Gli americani spiavano il cellulare di Angela Merkel: è questa la scioccante notizia riportata stamattina dai principali mezzi di informazione del mondo. Berlino ha il fortissimo sospetto (alcuni parlano addirittura di certezza) che l’NSA tenesse sotto controllo il telefono del cancelliere tedesco, registrando ogni sua conversazione: dalle chiamate di interesse nazionale a quelle private, dai giudizi sui leader alle discussioni sull’UE.
Gli USA, che a causa dello shutdown e del parziale insuccesso dell’Obamacare stanno vivendo un periodo nero, hanno cercato di dribblare le richieste di spiegazioni dei tedeschi. “Non spiamo e non spieremo mai Angela Merkel”: la frase non utilizza il passato, lasciando intendere che i dubbi di Berlino siano fondati. La difesa americana traballa, il bluff è ormai smascherato.
Le pesanti accuse tedesche rischiano di far crollare l’edificio di scusanti costruito dal presidente Obama a seguito dello scoppio del Datagate: la Casa Bianca si è sempre giustificata affermando che Prism, l’elaborato sistema d’intercettazioni gestito dall’NSA, servisse a sventare attacchi terroristici in tutto il mondo. “Abbiamo protetto anche il suolo tedesco”, aveva detto Barack Obama ad un’infastidita Merkel in giugno, pochi giorni dopo le scottanti rivelazioni di Snowden. Le scuse, adesso, non reggono più.
D’altro canto sarebbe ingenuo credere che gli Stati Uniti siano stati soli in questa “corsa allo spionaggio”: il gioco americano è stato certamente emulato dalle grandi potenze europee (Italia inclusa), il cui stupore post-datagate sembra quantomeno fuori luogo. Importanti, in questo senso, sono le dichiarazioni dell’ex capo del controspionaggio francese Bernard Squarcini, che ieri ha dichiarato che “i servizi sono ben consapevoli del fatto che tutti i paesi, anche se collaborano in materia di antiterrorismo, monitorano gli alleati”. Tuttavia il monitoraggio di cui parla Squarcini riguarda i piani industriali, il commercio e l’economia; di certo non la vita privata dei leader alleati.
La vera notizia sta tutta qui. Lo spionaggio americano non conosceva (e forse non conosce ancora) linee rosse invalicabili: i servizi segreti hanno raccolto informazioni di qualsiasi tipo, e hanno poi cercato di sfruttarle a fini politici e diplomatici. Non c’era nessun bene comune da proteggere, nessuno standard di sicurezza da perseguire: l’America ha agito senza alcuno scrupolo, sfruttando i dati sensibili a proprio vantaggio. Gettando al contempo alle ortiche i trattati internazionali e ogni forma di rispetto per i propri alleati.
Ancora più incredibile pare la disattenzione e la svogliatezza dei media americani nel trattare la questione Datagate. In questi giorni di caos e scandali i principali quotidiani stanno dedicando all’argomento piccoli spazi, preferendo concentrarsi sulle vicende casalinghe. Forse nel tentativo di proteggere la pace interna, gli americani si dimenticano ancora una volta di non essere soli al mondo, e di dover fare i conti con la furia dell’intera comunità internazionale.
Il prestigio dell’America obamiana si è ormai definitivamente sfaldato. La credibilità strategica è perduta, e negli alleati europei cresce una voglia di “vendetta” che certo non gioverà ai rapporti futuri. Ma il problema riguarda anche l’assetto interno, con i cittadini americani sul piede di guerra ed un numero sempre maggiore di “whistleblowers”, ovvero ex dipendenti dell’NSA che hanno deciso di rivelare le atrocità commesse dalla propria azienda.
Se Bruxelles vuole ottenere risultati concreti, il torto di Angela Merkel deve diventare il torto di tutti i leader dell’UE: la protesta del Vecchio Continente deve essere coesa e non ammettere rinvii. L’Europa stessa ha il dovere di fare chiarezza sui suoi metodi di spionaggio, e non cascare in nuove ipocrisie di sorta. Se l’assurda opera di raccolta indiscriminata di informazioni continuerà, la credibilità della classe politica mondiale scenderà ancora, provocando un’ulteriore e gravissima scollatura del popolo dalla classe dirigente. Le (disastrose) conseguenze sono facilmente immaginabili.
Giovanni Zagarella

L’America in Shutdown: le conseguenze sull’economia mondiale

Da ieri notte gli U.S.A. hanno chiuso i battenti. No, non è uno scherzo, ma solo la conseguenza del mancato accordo tra Repubblicani e Democratici, che ha portato alla mancata approvazione del bilancio provvisorio e all’automatico stop di tutti quei servizi federali ritenuti “non necessari”. Chiusi a tempo indeterminato parchi, musei, alcuni sportelli ministeriali; possibili riduzioni al personale civile e militare; in sintesi, più di 800 mila statali a stelle e strisce si ritrovano, da ieri notte, senza stipendio.

Lo shutdown, che non si verificava dai tempi di Clinton (1996), è, in situazioni normali, un impedimento di scarsa rilevanza, generalmente superato nel giro di tre/quattro giorni: nel caso specifico, però, la situazione sembra molto più grave e potrebbe portare a pesanti conseguenze sul piano globale. Com’è noto, infatti, il partito repubblicano si è fieramente opposto alla c.d. Obamacare, la riforma sanitaria voluta dai democratici, e il secco “no” della Camera (in cui “l’Elefante” gode della maggioranza) è dunque da leggere come feroce vendetta politica, benché consumata sulle spalle dei cittadini.

Dopo aver, invano, tentato di richiamare il Congresso alle sue responsabilità, Obama ha rivolto un duro attacco agli avversari sotto forma di messaggio alle truppe: “Voi e le vostre famiglie meritate di meglio rispetto alle disfunzioni del Congresso. L’effetto di questo shutdown può essere peggiore di quello della Seconda Guerra Mondiale, ci attendono giorni di incertezza”- ha affermato il Presidente.

Gli effetti di uno shutdown di breve periodo, all’incirca 2 settimane (data la situazione politica), corrispondono a una diminuzione netta di circa -0,3% del PIL U.S.A.; uno stop di circa un mese porterebbe invece a una perdita dell’1,4%, con ovvie ripercussioni catastrofiche sull’economia mondiale. Non mancheranno, è vero, i “servizi minimi per la persona e in difesa della proprietà” (carceri, scuole, ospedali), ma ad essere paralizzata è l’intera struttura sulla quale si regge la macchina federale, e con essa il motore stesso della prima potenza al mondo. Se a ciò aggiungiamo la crisi di uno dei più potenti alleati degli USA, ovvero l’Italia, costretta ad aumentare l’IVA per sfuggire al default, si capisce bene come i giorni che si preparano siano più duri di quelli già vissuti.

Roberto  Saglimbeni

La rivoluzione siriana è morta: il racconto di Domenico Quirico


“Ho sentito un aereo che passava sopra casa mia e istintivamente ho avuto la tentazione di ripararmi contro un muro, perché in Siria quando si sente il rumore di un aereo in volo è un MiG che viene a bombardare.” Questa è una delle tante sensazioni provate da Domenico Quirico nella sua prima giornata da uomo libero, dopo essere stato in prigionia per 152 giorni. Il cronista de La Stampa ha voglia di raccontare, di spiegare quello che ha visto, non solo durante questi cinque mesi, ma dall’inizio della rivoluzione siriana nel 2011.
Quirico descrive l’involuzione di un evento storico di straordinaria importanza per la regione in cui sta avvenendo, un evento che avrebbe dovuto cambiare le sorti del Medioriente intero, espandendo il vento di libertà e democrazia arrivato dalle primavere maghrebine. La rivoluzione siriana iniziò appunto come movimento di giovani con idee democratiche e laiche, riuniti nel Free Syrian Army, intenzionati ad abbattere il regime corrotto e criminale di al-Asad. Il tempo, racconta Quirico, ha trasformato questa ribellione in una guerra civile tra sciiti e sunniti, tra poveri e ricchi, tra abitanti di alcune regioni contro altre ancora. In questa confusione è scomparsa l’idea di rinnovamento per far posto alla jihad internazionale per cui il dittatore siriano “è il primo e il più piccolo degli obiettivi da colpire, oltre il quale c’è la civiltà occidentale”. 
Ai microfoni di Rai News, il cronista piemontese affronta anche la questione dell’intervento militare statunitense imminente ed è molto chiaro quando dice che: “Aiutare il regime di al-Asad è criminale, ma aiutare la jihad è altrettanto criminale.” Schierarsi su un fronte piuttosto che un altro, quindi, potrebbe essere un rischio e un azzardo per il governo Obama, anche perché ancora non è chiaro da quale fronte sono state usate le armi chimiche. In ogni caso, ben inteso che le bombe lanciate dai MiG provocano gli stessi morti del gas nervino, aiutare le bande di jihadisti potrebbe avere un effetto controproducente per la popolazione siriana che cadrebbe in mani ancora peggiori di quelle nelle quali si trova attualmente. 
La Siria, descritta da Quirico come un nido di vipere, è uno scenario che potrebbe trasformarsi in una polveriera scatenante conflitti che ricordano quelli della Guerra Fredda. La proposta russa di far entrare la Siria nell’ OPCW, l’organizzazione mondiale per la proibizione delle armi chimiche, potrebbe scongiurare l’intervento statunitense ma porterà la pace in Siria? A questo proposito si potrebbe dare ragione a papa Francesco I, che durante l’Angelus di domenica scorsa afferma: “Rimane sempre il dubbio che dovunque ci siano guerre, non siano veramente guerre per problemi ma guerre commerciali, per vendere armi.” 


Emanuele Pinna

Aggiornamenti dalla Siria: il giallo dei missili caduti in mare, la debolezza di Obama, la protesta dei soldati americani

Jewel Samad (Afp)
Il governo russo ha annunciato che i suoi sistemi di rilevazione hanno identificato due missili caduti in mare in prossimità della Siria, e lanciati poco prima da una luogo sconosciuto in Europa centrale. Il rapporto russo, che parla di “oggetti balistici non identificati”, è stato trasmesso dal Ministro degli esteri Sergeij Shoigu al presidente Vladimir Putin. Ma né l’ambasciata russa di Damasco, né il governo di Tel Aviv hanno dato riscontro dell’accaduto. È giallo, dunque, sulla caduta dei presunti missili; un giallo che non fa che aggravare la situazione di altissima tensione dovuta all’imminente attacco USA alla Siria.
Il governo di Mosca ha inviato nel luogo la nave di ricognizione Priazyovye, che si aggiungerà alla già nutrita flotta russa presente nella zona. Putin ha già “minacciato” gli Stati Uniti e i suoi alleati europei di ritorsioni in caso di attacco alla Siria, sostenendo che il regime di Assad non ha mai fatto uso di armi chimiche. “Tutte le prove e gli elementi dimostrano che sono stati i gruppi armati dell’opposizione ad usare armi chimiche in quell’attacco” ha dichiarato l’ambasciatore russo in Siria, Riad Haddad, affermando di avere prove tangibili (tra queste anche alcune foto) che dimostrano l’innocenza del regime. La Russia, principale partner strategico di Damasco, non è sola: anche la Cina si è dichiarata contraria all’attacco, e supporta attivamente la causa siriana sia in sede ONU che fuori. 
Nonostante ciò l’America si prepara ad attaccare, ma senza troppa convinzione. Il gesto di Barack Obama di affidarsi al Congresso è sintomatico dell’incertezza del leader e di tutta una nazione nell’attaccare il Paese mediorientale. L’inaspettata uscita di scena della Gran Bretagna, a causa del veto posto dalle Camere all’intervento militare, ha indebolito ulteriormente la posizione americana. Con Italia e Germania disposte ad intervenire solo sotto il mandato delle Nazioni Unite, Obama può contare (parzialmente) soltanto sull’aiuto francese. 
In queste ore la protesta più inaspettata è arrivata, curiosamente, dai soldati dell’esercito americano: alcuni di loro hanno protestato a volto coperto diffondendo le loro foto sui social network, asserendo di non essersi arruolati “per combattere a fianco di Al Qaeda nella guerra civile siriana”.

Giovanni Zagarella

Gli Stati Uniti appoggiarono Saddam Hussein nell’utilizzo di armi chimiche contro l’Iran: la scioccante inchiesta di Foreign Policy che scuote la comunità internazionale

Gli Stati Uniti sapevano che l’Iraq e Saddam Hussein fecero uso di armi chimiche durante la guerra contro l’Iran: è questa la notizia bomba lanciata pochi giorni fa da Foreign Policy, che complica ulteriormente lo spinoso scenario di guerra siriano. Come sappiamo, infatti, gli Stati Uniti sono pronti a prendere parte al conflitto che si sta consumando in Siria. La decisione, arrivata dopo due anni di sanguinosa guerra civile, è scaturita dall’utilizzo (ancora non comprovato) di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad. Una violazione gravissima del diritto internazionale e del Protocollo di Ginevra del 1925, che avrebbe provocato svariate centinaia di morti fra i civili ed i ribelli, e causato l’indignazione del gabinetto di Barack Obama.
Un’indignazione che adesso, alla luce dei fatti riportati dalla nota rivista americana, sembra del tutto fuori luogo. 
La sanguinosissima guerra che vide contrapposti l’Iraq e l’Iran tra il 1980 ed il 1988 devastò l’intero Medioriente, e mise in ginocchio la popolazione e l’economia di entrambi i Paesi. Sul conflitto gravavano le ombre di una guerra fredda ormai quasi giunta al termine, e di interessi bipolari tutt’altro che nascosti. Il presidente americano del tempo, Ronald Reagan, fu promotore di una politica estera molto aggressiva e interventista, e spesso non si fece scrupoli pur di rafforzare la posizione degli USA nel mondo. Iraq e Iran, per motivi diversi, erano scomodi sia agli Stati Uniti che alla Russia: quando la guerra scoppiò, i due contendenti furono largamente finanziati dalle superpotenze, al fine di creare un conflitto logorante che eliminasse dalla scena politica i due Paesi mediorientali. Nel 1983, dopo tre anni di combattimenti, l’Iraq si trovava alle corde: di fronte alla prospettiva di arrendersi, il dittatore Saddam Hussein preferì ricorrere all’utilizzo di armi chimiche su larga scala, causando vere e proprie stragi tra i fanti iraniani, non dotati di maschere antigas. 
L’America si è sempre dichiarata ignara delle intenzioni dell’allora dittatore iracheno, ma i nuovi dati emersi dimostrano che la verità è un’altra: gli statunitensi erano a conoscenza delle intenzioni di Hussein ma lo coprirono, agevolando di volta in volta le azioni dell’esercito iracheno grazie alle informazioni raccolte dal sistema satellitare americano. Rick Francona, ex colonello dell’aviazione USA, ha dichiarato a Foreign Policy che “gli Iracheni non ci dissero mai che avevano intenzione di utilizzare il gas nervino. Non c’era bisogno che lo facessero. Lo sapevamo già.” Altri pezzi grossi dell’amministrazione del Paese, come il direttore della CIA William Casey, erano a conoscenza della costruzione di impianti di produzione di armi chimiche in Iraq: Casey sapeva anche che i componenti per la costruzione di questi impianti erano stati acquistati da alleati europei, come Italia e Germania. 
Nella guerra d’Iran-Iraq, 100.000 persone furono colpite dal gas mostarda. 20.000 di queste furono uccise, mentre le altre dovettero fare i conti coi terribili effetti collaterali del veleno (cecità, infezioni, danni all’apparato respiratorio, lesioni cutanee). 5000 di loro ricevono cure abituali ancora oggi.
Giovanni Zagarella

Edward Snowden in fuga verso l’Ecuador, mentre la Casa Bianca assiste impotente

L’America è nell’occhio del ciclone: mentre lo scandalo del Datagate continua ad infuriare in patria, la Casa Bianca lavora assieme ai suoi diplomatici per cercare di catturare Edward Snowden, il responsabile dell’enorme fuga di notizie che ha provocato “danni irreversibili” alla NSA, l’azienda di intelligence per la quale lavorava.
La questione della cattura di Snowden potrebbe lasciare strascichi anche nell’ambito delle relazioni internazionali. Gli Stati Uniti hanno già accusato Hong Kong di aver violato gli accordi bilaterali in materia di estradizione dei criminali, rifiutandosi di rispedire Snowden in America nonostante le legittime basi legali sulle quali si basava la richiesta. Il governo di Hong Kong ha non solo respinto la richiesta statunitense, dando protezione al fuggitivo per diverse settimane, ma gli ha anche permesso di lasciare il Paese per cercare asilo politico in uno Stato più “sicuro”. Snowden cercherà probabilmente rifugio nell’Ecuador del cristiano-socialista Rafael Correa, presidente del Paese che offre già rifugio a Julian Assange, sfidando così apertamente il governo di Washington.
Gli Stati Uniti, però, non hanno intenzione di lasciar perdere e cercheranno di “intercettare” Snowden prima che arrivi a Quito: gli occhi sono puntati su Mosca, dove l’ex contractor della NSA dovrebbe fare tappa prima di partire alla volta del Paese sudamericano. La Casa Bianca ha ricordato come “numerosi criminali di alto profilo siano stati estradati verso la Russia, su richiesta del governo russo”, aggiungendo poi di aspettarsi che Mosca faccia lo stesso con Snowden. Ma Putin fa orecchie da mercante, affermando tramite un portavoce che “la Russia non ha nulla a che fare con la questione”, e che Snowden si limiterà a fare scalo in un aeroporto russo, esulando quindi dalle competenze del governo di Mosca. Tutta la faccenda sottolinea la difficoltà che gli Stati Uniti hanno a trovare alleati duraturi in Asia: a ciò hanno contribuito anche le rivelazioni fatte da Snowden, che hanno dimostrato come il governo di Obama si adoperasse per spiare alcune potenze straniere senza il loro consenso (fra queste la Cina).
Quel che è certo è che Barack Obama e la sua amministrazione escono da questa faccenda con le ossa rotte. Pur non più costretto a inseguire il consenso popolare (è al suo secondo mandato, e non potrà essere rieletto una terza volta), questa vicenda potrebbe minare la sua posizione nel Congresso, rendendogli più difficile la già ardua impresa di modificare alcuni pilastri dell’ordinamento americano: armi, sanità e immigrazione, le tre parole d’ordine del Presidente proveniente dalle fila dei democratici.
Nonostante la fuga possa continuare a lungo, Snowden sa che molto probabilmente prima o poi verrà catturato: “Non puoi ribellarti alla più grande potenza spionistica del mondo e non accettare il rischio”, ha detto qualche settimana fa la spia ai microfoni del Guardian, “se loro ti vogliono prendere, prima o poi lo faranno”. Non è chiaro a quale pena andrà in contro Snowden, se catturato, poiché i precedenti in materia sono quasi inesistenti. C’è chi parla di un massimo di dieci anni di carcere, secondo quanto predisposto dall’Espionage Act, ma proprio la mancanza di precedenti potrebbe generare esiti inaspettati.
Giovanni Zagarella