L’utilità della poesia nel III millennio

A che cosa, oggettivamente, serve all’uomo la poesia? Dal punto di vista pratico a ben poco, anche se la risposta apparentemente può sembrare scontata. Se l’uomo non può ricavare l’utile da un’attività, direbbe Spinoza, non la perseguirebbe. Eppure la nascita della poesia è databile all’incirca al III millennio a.C. (stando alle fonti che abbiamo), quindi coincide con la nascita stessa della civiltà. Già da allora l’uomo si impegnò nella produzione poetica. Perché? Un impulso quasi primordiale, come la danza, il canto: l’istinto di elevarsi e fare elevare a una sfera più alta, di raccontare qualcosa di magnifico e trascendente.
Dopo Omero la poesia si ramifica per andare a creare generi diversi: elegia, giambo, melica corale, melica monodica. Gli intenti comunicativi sono svariati: enunciare sentenze a scopo paideutico, riflettere sulla caducità del tempo davanti ai compagni del simposio, esortare l’esercito a combattere con valore, parlare del governo e della giustizia, encomiare un personaggio o un atleta, descrivere la dolce passione amorosa alle proprie allieve, fino allo psògos, l’invettiva più violenta di un uomo contro il suo antagonista o di un eitaros contro un’intera classe sociale. Già gli antichi Greci, seppure scrivessero di argomenti diversissimi, avevano piena consapevolezza della propria arte: la poesia era sì lo strumento per comunicare qualcosa di volta in volta differente, ma possedeva un significato più profondo. Era il veicolo per ottenere la fama e la gloria eterna, per ottenere l’immortalità.
Scrisse Teognide, poeta di elegie gnomiche: “E quando nella terra sotto gli anfratti oscuri tu scenderai, nelle dimore dell’Ade dai molti gemiti, neppure morto perderai la fama, ma resterai nel cuore degli uomini, avendo sempre nome immortale“. Anche nell’antica Roma la poesia serviva al poeta, oltre che per diverse funzioni comunicative, per garantire l’immortalità e innalzarsi al divino: non a caso le civiltà antiche credevano che i poeti fossero investiti dal dio stesso, illuminati e incoronati di questo privilegio (come racconta Esiodo e come credevano Pindaro e Platone: “Cosa lieve, alata e sacra è il poeta, ed è incapace di poetare, se prima non sia ispirato dal dio e non sia fuori di senno, e se la mente non sia interamente rapita”). Orazio, poeta romano, scrisse: “Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo e più alto della regale maestà delle piramidi […] Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me eviterà la morte; per sempre io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri finché il pontefice salirà in Campidoglio”. 

Nel corso dei secoli e dei millenni, come disse Leopardi, “tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia”. Difatti ogni produzione poetica non è stata altro che una ripresa dei modelli antichi, seppur, chiaramente, con toni e motivi diversi. Molti hanno tentato di esprimere cosa fosse la poesia, che valore potesse avere nel tempo in cui vivevano. Cosa spinge, per esempio, l’uomo moderno a poetare? Le esigenze sono le stesse di sempre o ci sono impulsi nuovi? Benigni dice: “Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro. Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu”. La poesia siamo noi, siamo sempre stati noi. Da Saffo a Catullo fino a D’Annunzio, il poeta è sempre stato mosso dagli stessi desideri, dalle stesse passioni, scatenate da eventi diversi ma ugualmente struggenti, reclamanti quella valvola di sfogo che è la poesia. Per molti la poesia coincise con la vita stessa, come per Properzio e molti autori romantici.
Ma cosa succede oggi? Perché non leggiamo, tranne rare eccezioni, poesie che raggiungano l’impatto emotivo suscitato dai componimenti più antichi? E se ultimamente fare poesia fosse diventata solo una moda, il mezzo per apparire alternativi e diversi? Trovare risposte certe sul mondo di oggi non è il mio forte: forse è per questo che reputo molto più affascinante il mondo classico, come hanno fatto del resto gli uomini che hanno vissuto in epoche tumultuose, in cui nulla è certo, stabile. La domanda iniziale, “a che cosa serve la poesia?”, diventa piuttosto “a che cosa serve la poesia per te?”. 
Rispondere alla prima  richiederebbe un’attenta analisi, ma la soluzione sarebbe presto raggiunta. Rispondere alla seconda è più complesso. A che cosa serve la poesia ad una ragazza del III millennio, presa da computer, cellulari, giochi? Forse la poesia serve proprio a distrarmi da queste cose: a riscoprire un mondo perduto, armonico, equilibrato; a immedesimarmi negli stessi sentimenti che vedo furono provati, medesimi, 2500 anni fa; a calarmi dentro un simposio, scrutando Socrate e Platone, vederli parlare. Quello che cerco con la poesia è l’opposto di quello che vedo oggi nel mondo, un mondo disordinato e piatto.
Giulia Bitto
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