I bambini non vogliono il pizzo: recensione libro

Margherita è una ragazzina bionda e ricciolina, che vive felice e spensierata con i genitori, la mamma Laura e il papà Saverio. Un giorno entra in classe eccitata ed euforica, annunciando ai suoi compagni l’inaugurazione della pizzeria di famiglia, il Re Calzone. La festa riscuote nel paese un grande successo, finché non viene guastata dall’atto vandalico di un compagno di classe di Margherita, il bullo Salvo, che passando sul suo motorino lancia un sasso contro il vetro della pizzeria. Ma Salvo non è un ragazzo qualunque: è il nipote di Vito Spezzafagno. La ragazza informa la maestra Rosa dell’accaduto, la quale le promette di parlare con i genitori del suo compagno di classe. 

Gli affari di famiglia proseguono a gonfie vele, finché una sera entra al Re Calzone Angelo Spezzafagno, il quale ordina un calzone con la pancetta ma non paga, anzi è il padre di Margherita che prende dei soldi dalla cassa. La bambina osserva la scena, non capendo cosa stia succedendo, e decide di parlarne con la maestra. Rosa spiega all’alunna che si tratta della riscossione del pizzo da parte della malavita locale e dialogando coi suoi compagni di classe Margherita comprende che non è la sola a trovarsi in questa situazione, ma anche altre famiglie hanno subito le stesse ingiustizie da parte delle stesse persone. 

Il padre Saverio non si ribella e sottostà alle richieste degli Spezzafagno, finché alla richiesta di ottenere una quota di pizzo doppia i genitori di Margherita non accettano l’imposizione perché di soldi davvero non ce ne sono più. I mafiosi allora risolvono la questione a modo loro, incendiando i locali del Re Calzone, dopo varie intimidazioni e minacce. A questo punto è la maestra Rosa a svegliare le coscienze dei bambini e a spronare i genitori:

Ragazzi, ora dobbiam fare sul serio.
Io penso a Marghe, voi avete da fare,
non aspettate, andate a denunciare!
Anche noi a scuola dobbiamo intervenire
perché i bambini devono sentire
che siamo tutti parte di un insieme,
non può star male uno e gli altri bene.
Ho un amico che di queste cose è esperto, 
lo invito a scuola, accetterà di certo!

Così bambini e genitori si uniscono coraggiosamente e decidono tutti insieme di denunciare quanto subito ad opera degli Spezzafagno, che verranno arrestati, e la scuola verrà intitolata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

È questa la trama di I bambini non vogliono il pizzo, il libricino per bambini di Anna Sarfatti, già autrice del bestseller La Costituzione raccontata ai bambini, che sotto forma di filastrocca rimata e in maniera lieve e delicata insieme alle illustrazioni di Serena Riglietti cerca di spiegare e di approfondire un tema che deve toccare sempre più le nostre coscienze civili di cittadini e che deve essere appresa fin dai banchi di scuola, per averne da adulti una maggiore consapevolezza e conoscenza critiche. La parola danneggia molto di più il sistema mafioso di un silenzio assenso, come i fatti degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato.

Nella presentazione del libro Maria Falcone, sorella del magistrato afferma: “Credo che sia molto importante che fin da piccoli i ragazzi conoscano l’esistenza della violenza e della criminalità organizzata e credo che sia ancora più importante che vi siano degli insegnanti che indichino delle strade percorribili per la lotta civile, come racconta questa storia“. Non bisogna escludere i più giovani da contenuti che sembrano a prima vista al di sopra delle loro possibilità, ma bisogna semplicemente saperli trattare e presentare nelle modalità a loro più adatte e consone, come l’autrice ha saputo fare molto bene. Una storia non solo per i piccoli, ma per tutti coloro che vogliono cominciare a riflettere e a porsi delle domande.
Lucia Piemontesi
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Si infiammano le proteste in Bulgaria: migliaia di studenti manifestano nelle strade di Sofia

I manifestanti a Sofia (Stoyan Nenov, Reuters/Contrasto)
Da cinque mesi a questa parte non cessano le proteste in Bulgaria, studenti e lavoratori si trovano uniti nel chiedere le dimissioni del governo. Circa 500 università del paese balcanico sono state occupate in quest’ultimo mese, i lavoratori si sono riversati nelle strade protestando contro le politiche di austerità che dal 2007, anno di ingresso nella Ue, il governo di Sofia sta portando avanti. Inoltre negli ultimi anni gli scandali di corruzione sono diventati abitudine e conoscenza comune tra i cittadini bulgari, per questo motivo le giovani generazioni, unite ai sindacati e alle élite culturali, si stanno ribellando. 
La manifestazione più eclatante è avvenuta mercoledì mattina quando un centinaio di studenti ha marciato verso il parlamento. Indossando armature di carta e imbracciando fucili giocattolo, gli universitari hanno inscenato un vero e proprio assalto all’assemblea legislativa. Subito fermati dalle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa, i ragazzi al grido di “Ostavka” (dimissioni) hanno ancora una volta cercato di far pressione sull’esecutivo di Plamen Oresharski. Fortunatamente fino a questo momento si sono susseguite solo proteste non violente e questo rende onore ai manifestanti. 
Secondo alcuni sondaggi più di tre quarti dei cittadini bulgari supportano queste proteste. La popolazione non ha sicuramente ottenuto benefici dall’ingresso nell’Unione Europea, anzi ha dovuto adeguarsi alle politiche di austerità che, seppur mettendo in ordine i conti pubblici, hanno causato una crescita della disoccupazione e un innalzamento della soglia di povertà, sotto la quale vive un quinto dei cittadini. Inoltre la gente comune è stanca della diffusione della criminalità organizzata, la cui influenza si è espansa anche ai settori pubblici. 
Plamen Oresharski
La pressione dei manifestanti è stata sempre più forte dal maggio di quest’anno quando al governo si è insediato Plamen Oresharski, leader del Partito Socialista bulgaro, che è sostenuto da una maggioranza parlamentare che conta sul decisivo appoggio del partito della comunità turca e dall’Ataka, un movimento xenofobo. Questa maggioranza risicata dà poca legittimazione politica ad Oresharski che attualmente si trova nell’occhio del ciclone e viene accusato dall’ex premier Borisov di sostenere politiche comuniste e di repressione delle critiche. Infatti anche se le proteste infiammano le due principali città bulgare, Sofia e Plovdiv, pochi media internazionali riportano la notizia delle numerose manifestazioni di questi ultimi mesi.
La situazione in Bulgaria sta per precipitare, il clima di tensione e di aperto scontro tra manifestanti e polizia è davvero dietro l’angolo. A questo punto è necessario che il governo di Sofia prenda una decisione fra le due possibili scelte: dare la parola ai cittadini attraverso nuove elezioni oppure cambiare radicalmente le politiche pubbliche accontentando le richieste dei cittadini in protesta. 

Emanuele Pinna

La mafia uccide solo d’estate, film d’esordio della iena Pif

REGIA: Pierfrancesco Diliberto. 
CAST: Cristiana Capotondi, Pif, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta. GENERE: Commedia.
USCITA: 28 Novembre 2013.

La storia si svolge a Palermo tra gli anni ’70 e ’90 e vede protagonista Arturo (Pif), da sempre innamorato della sua compagna delle elementari Flora (Cristiana Capotondi).

È un periodo storico molto particolare per la Sicilia, in cui si registra il più alto numero di crimini mafiosi; Arturo cresce e forgia la sua personalità nel confronto quotidiano con la delinquenza palermitana, e questo influenza inevitabilmente anche il rapporto con Flora. Con ostinazione porterà avanti una dura battaglia che, infine, lo vedrà ricongiungersi alla ragazza non senza dell’amaro in bocca.

Il film guarda a temi delicati sotto una luce tragi-comica.
L’intenzione di Pif è delle migliori possibili ma allo spettatore viene lasciato il compito (o piacere) di verificare se i mezzi sono adatti e per il momento resta solo tanta curiosità ed un grande punto interrogativo.

Cosa aspettarci di sicuro da questo film?
Qualche risata ma soprattutto un bagno di realtà.

Il 19 luglio 1992 veniva assassinato Paolo Borsellino: il dovere di ricordarlo attraverso parole, immagini, discorsi

È difficile commemorare l’anniversario della morte di Paolo Borsellino senza cadere nel banale o nel retorico. Di fronte a uomini talmente grandi da togliere il fiato, spesso la cosa migliore è stare in silenzio. Diffondere le loro frasi e far risuonare, forti, le loro parole dappertutto. Tutto il resto è superfluo.

Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia […]. E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! […] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.
La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.
Io accetto, ho sempre accettato più che il rischio […] le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.
Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. 
Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.

Giovanni Zagarella 

Danilo Dolci, il Ghandi italiano

“Non è vero che la gente non capisce, non possa capire. Vero, invece, che la gente perlopiù è allevata con tanto invisibili quanto mostruosamente consistenti paraocchi affinché non possa affrontare i suoi problemi.” Così parlava Danilo Dolci nei primi anni Cinquanta. Quando l’Italia non si era ancora ripresa dai drammi della guerra e della dittatura fascista, lui, cittadino normale innamorato dell’uguaglianza e della libertà, intraprende la via della rivoluzione nonviolenta per scuotere le coscienze dei suoi concittadini, afflitti dalla povertà, dall’ignoranza e dalla delinquenza.
Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste, e ultimati gli studi di Architettura subito dopo la seconda guerra mondiale, si trasferisce a Partinico (Palermo). È Il 14 ottobre 1952 quando, sul letto di morte di un bambino perito per fame, Danilo Dolci decide di dare inizio alla sua protesta per le condizioni dei cittadini siciliani. La sua personale ribellione comincia con numerosi digiuni, che daranno grande popolarità alle sue battaglie per il lavoro, per il pane, per la democrazia. La sua è un’azione rivoluzionaria dal basso, ispirata ai metodi nonviolenti gandhiani, arricchita da una creatività fondata sul grande rispetto per gli altri. L’impegno individuale di Dolci si allarga all’inizio degli anni Sessanta nel “Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione” da lui fondato. L’azione locale e individuale si stava trasformando via via in impegno collettivo, costituendo una significativa esperienza per il superamento di contraddizioni socio-politiche e culturali non solo a livello regionale, ma anche planetario.
Il 2 febbraio 1956, a Partinico, Danilo Dolci ed il suo gruppo portano avanti una iniziativa eccezionale mai vista prima, che prende il nome di sciopero alla rovescia. Alla base c’è l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata. Ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, tra cui Peppino Impastato, viene arrestato. Dolci, alle accuse lui rivolte, rispondeva che “il lavoro non è solo un diritto, ma per l’articolo 4 della Costituzione un dovere: che sarebbe stato, era ovvio, un assassinio non garantire alle persone il lavoro, secondo lo spirito della Costituzione.”
In quegli anni le condizioni di vita per centinaia di famiglie siciliane erano disperate. Il titolo di uno dei suoi primi libri è fin troppo esplicito: “Fare presto (e bene) perché si muore”. Il volume raccoglie le storie di pescatori, braccianti, vedove, disoccupati, e dà voce a una Sicilia poco o per nulla conosciuta. Sin dal suo arrivo in Sicilia, Dolci individua nella criminalità organizzata un forte ostacolo allo sviluppo. Grazie a un lavoro attento e capillare, cresce anno dopo anno un solidissimo fronte antimafia, mentre tanti rappresentanti dello Stato si ostinavano ancora a sostenere che la mafia neppure esisteva. Nel 1965, nel corso di un’affollata conferenza stampa successiva a una nuova audizione della Commissione antimafia, Dolci denuncia pubblicamente per collusione con la criminalità organizzata l’allora potentissimo ministro Bernardo Mattarella della Democrazia Cristiana. Questo fa di Danilo Dolci un nemico pubblico per il governo di Roma; ma lui non si arrende, e continua con la sua ribellione nonviolenta.
Le proteste di Dolci e del Centro Studi vengono interrotte solo quando le autorità si impegnano a realizzare alcuni interventi urgenti in favore delle poverissime popolazioni siciliane. La stampa comincia a parlare di Dolci come del “Gandhi italiano”, che non si atteggia a detentore di verità, né a guru venuto a dispensare ricette o a insegnare come e cosa pensare. È convinto che le forze necessarie al cambiamento si possano trovare nelle persone comuni e che non possa esistere alcun riscatto che prescinda dalla maturazione di consapevolezza dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale, per la riuscita di un’impresa, che ciascuno la senta propria dato che i progetti migliori, sulla carta più efficaci, falliscono se calati dall’alto e avvertiti come estranei.
Dolci ha combattuto la miseria, la mafia, il sistema clientelare, ma il suo merito più grande è stato quello di aver fatto una cosa semplice, che dovrebbe essere naturale in una realtà sociale non alienata: ha aiutato la gente ad incontrarsi, discutere insieme dei problemi comuni, aprirsi, comunicare. È tutta qui la sua maieutica socratica, espressione filosofica per esprimere un argomento essenziale. Non può esistere democrazia se non c’è confronto, non esiste democrazia in un Paese in cui la socialità è frammentata ed ognuno apprende singolarmente il mondo, non esiste democrazia dove la lettura attenta della realtà completa lascia il posto alla chiacchiera ed allo slogan. L’utopia di Dolci era quella di una società del potere, di una umanità che risolve i problemi comuni attraverso la comunicazione ed il reciproco adattamento. Una umanità che sa rapportarsi in modo nonviolento alla stessa natura, poiché la vera democrazia si esercita nel coesistere, nel crescere insieme, e non nel cresce sopra ed a spese di altri.

Emanuele Pinna

L’anniversario della morte di Giovanni Falcone, ucciso 21 anni fa dalla mafia e dallo Stato

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21 anni esatti fa non moriva soltanto un uomo. Non moriva soltanto un magistrato, né soltanto un marito fedele. 21 anni fa moriva uno dei pochi, veri eroi che questo Paese abbia mai avuto. Un eroe vecchio stile: immaginarlo con spada e armatura non è poi così difficile, perché Giovanni Falcone era esattamente così. Un combattente di prima linea, che ha sempre esposto il suo corpo alla rappresaglia e alla violenza per difendere gli ideali in cui credeva. Ideali che, prima di ogni altra cosa, erano quelli della verità e della giustizia.
Falcone non ebbe nessun modello a cui ispirarsi: prima di allora, nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare il silenzioso muro di mafia, omertà e violenza che avvolgeva la Sicilia (e non solo). Nessuno aveva mai sognato di poter scalzare quel potere silenzioso, tremendo, viscido.
Giovanni Falcone sapeva quale sarebbe stato il suo destino: “È tutto teatro”, disse una volta, “Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso”. Si sentiva abbandonato dallo Stato e dalle istituzioni, un uomo solo contro un mostro dalle tante teste, troppo forte per essere sconfitto senza aiuto. Eppure non permise mai alla paura di dominarlo, mai, fino alla fine.
Quello che Falcone cerco di far capire alla Sicilia e all’Italia intera, è che la mafia non è invincibile: è un fenomeno di imponenti dimensioni, formato da uomini “abili, decisi e intelligenti”, ma un fenomeno umano. Che per questo motivo avrà una fine.
“Gli uomini cambiano, le idee restano”: il messaggio più profondo del giudice eroe sta tutto qui. Il sacrificio di Falcone ha permesso, per la prima volta, di aprire una crepa in quel muro. Facciamo in modo che questa immensa eredità non vada persa: raccogliamola e combattiamo la mafia da uomini normali, nel nostro piccolo. Possiamo farcela solo assieme. 

“Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.”

Giovanni Zagarella