La mafia uccide solo d’estate – Recensione Film

Se in Italia fare un film che parli dettagliatamente di mafia non è facile, fare un film ironico e leggero che parli di mafia, mettendo d’accordo praticamente tutti è quasi impossibile. Non a caso questo è il paese dove l’opinione pubblica preferisce tapparsi gli occhi fino all’ultimissimo momento disponibile pur di non accettare la realtà…e questo Pif lo sa bene. Onore quindi al coraggio dell’ex iena, che ha deciso di affrontare in chiave verosimilmente autobiografica la tematica delle tematiche riguardante la Sicilia e i suoi abitanti, intraprendendo la via più difficile per portare al cinema l’italiano medio nel periodo natalizio, svincolandosi dal solito format cinepanettonico puro e nobile (vedi Zalone, che a conti fatti si eleva del minimo sindacale rispetto allo schema vanziniano) per produrre una pellicola che nel bene o nel male, quando arriva il momento di alzarsi dalla poltrona ed i titoli di coda cominciano a scorrere, lascia qualcosa su cui riflettere.


“La mafia uccide solo d’estate” è il racconto in prima persona della vita di Arturo, un siciliano onesto come tanti che vive fin dall’infanzia il dramma di una società avvelenata dalla violenza mafiosa, che scandisce come un metronomo la sua esistenza oscillante tra la beata illusione di uno “stato buono” (impersonato da Andreotti, politico che il giovane Arturo idolatra) e quella di una mafia distante, innocua, di cui i siciliani per bene non devono preoccuparsi (emblematica la frase del padre, che nel tentativo di tranquillizzare Arturo afferma che “La mafia uccide solo d’estate, tranquillo siamo in inverno”).

Ma quello di Pif è un racconto originale, agrodolce, in cui le figure dei boss mafiosi sono dipinte tra il buffo e il grottesco e a tratti sono ridicolizzate, cozzando volutamente ed in maniera molto forte con la realtà storica di quegli anni di sangue e stragi. Lo Stato è assente (se non connivente) e gli uomini che decidono di contrastare l’ascesa di Riina sono lasciati soli (la prefettura è vuota, tanto che il protagonista riesce ad arrivare nello studio di Dalla Chiesa) e la popolazione di Palermo tenta fino alla fine di negare l’esistenza del problema mafioso. E l’esistenza stessa del singolo non è che un triste contorno alla vicenda storica e politica degli anni settanta ed ottanta in Sicilia, che risultano a conti fatti i veri protagonisti del film!

La fatica di Pif è quindi annoverabile tra i capolavori del cinema italiano? L’impegno civile basta a far oltrepassare la barriera della sufficienza all’ex iena? Certamente no, e “La mafia uccide solo d’estate” resta quindi solo un buon film pieno zeppo di difetti. Primo tra tutti la recitazione, che essendo messa in mano ad attori non professionisti (Pif) e a bambini per oltre la metà della durata della pellicola, risulta tremendamente stopposa e pesante da digerire (anche perchè una delle poche attrici professioniste, per così dire, è la Capotondi, che non eleva di un gran che l’asticella). Altro grande limite della pellicola è l’eccessivo “carico retorico” di cui è infarcita: se non è facile fare un film di mafia è ancora più difficile fare un film contro la mafia visto che gioco forza si scade, inevitabilmente, nella retorica e nei luoghi comuni.

L’impressione è quella di assistere ad un lavoro scolastico, di quelli fatti dai bambini delle medie che cominciano i temi con frasi del tipo :”la mafia è una cosa molto brutta”. Buona la sceneggiatura, in grado spesso di strappare qualche risata. Ottima la ricostruzione storica e politica della Palermo anni 70/80, senza dubbio la cosa migliore della pellicola. Limitata e a tratti poco credibile la storia in sé, che soffre di una mal riuscita rincorsa ad un verghiano “verosimile”, a tratti forzato ed inutile. Forti i riferimenti ad “Il Divo” di Sorrentino e al “Testimone” dello stesso Pif, da cui eredita la dinamicità nelle riprese e quella forte pulsione verso la narrazione-verità. In definitiva l’esordio di Pif alla regia è positivo ma…non aspettatevi troppo!

Francesco Bitto
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