The Originals: 3 vampiri e un bebè – Recensione Telefilm

C’era una volta The Vampire Diaries, uno dei figli (il telefilm) dell’onda vampirica adolescenziale nata sulla scia del successo della saga di Twilight. La serie, rivolta alle adolescenti che sognano un principe azzurro nonmorto ma con moderazione, condita con una punta di maschilismo conservatore e bei ragazzi spesso poco vestiti, ha potuto vantare una nutrita serie di personaggi fantastici da fare concorrenza ad Harry Potter (ma con più ormoni) e un cattivo più-cattivo-ancora così amato da rubare spesso la scena ai protagonisti (non è colpa sua, c’è da dire che il personaggio principale maschile è così anonimo e opaco che anche la polvere sui mobili è più interessante), tanto che ha meritato una serie tutta sua: The Originals.

esemplare di vampirantropo

Protagonisti della nuova serie di CW, già in onda in madrepatria da qualche mese, sono infatti Klaus, l’antichissimo vampiro/licantropo (Carletto principe dei mostri non sei nessuno) con seri problemi di gestione della rabbia e di carenze affettive, e i suoi due fratelli, appunto la famiglia di vampiri originali di The Vampire
Diaries.

esemplare di cattivo

Il plot è semplice: stancatosi di farsi inspiegabilmente sconfiggere a Mystic Falls nonostante il millennio di vita e i numerosi poteri, il tenebroso Klaus torna a New Orleans (Anne Rice, perdona loro perchè non sanno quello che fanno), città fondata da lui stesso due secoli prima e ora in mano a uno delle sue creature, l’ex schiavo Marcel, nonchè ennesimo ex interesse romantico della sorellina del trittico di originali, Rebekah. Nella capitale del jazz, dei non morti e del voodoo le cose sono piuttosto cambiate dalla partenza del vampiro: Marcel regna col pugno di ferro e Klaus si ritrova a essere poco più di un suddito. Ma le sorprese non vengono mai da sole, infatti il licavampiro (vampirantropo?) ha fatto il guaio.

Tra streghe, vampiri, incantesimi e dinamiche familiari disturbate la trama riserva anche sorprese e colpi di scena degni di questo nome. Il serial è sicuramente rivolta a un pubblico più maturo della serie madre ed è in qualche modo anche più curato: i personaggi sono caratterizzati meglio, le loro azioni più logiche e guadagnano dal fatto di non essere legati ai convenzionali comportamenti morali e moralisti politically correct dei “fratelli maggiori” della serie principale.

lei, l’arma finale

Gli sceneggiatori si sono sicuramente divertiti di più, hanno calcato la mano sull’horror e approfondito temi diversi dal solito stucchevole intreccio amoroso poligonale, trovandosi anche in mano personaggi che uscivano (quasi) dai soliti chichè del teen drama e sicuramente più poliedrici, non essendo  legati al classico dualismo bene/male.

Perchè questo è il grande pregio di questa godibile serie: nessuno è buono e nessuno è davvero cattivo, ma tutti sono guidati dalle proprie esigenze e dai propri scopi e anche chi sembra essere senza scrupoli ha in realtà le proprie profonde ragioni.

Concludo promuovendo questa serie, merita (almeno fino ad ora) di essere vista.
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